«Sono oltre 950 le offerte di lavoro procurate finora alle persone detenute da Seconda Chance grazie all’adesione di aziende di ogni dimensione e settore. Ma siamo sommersi dalle richieste». A parlare è Flavia Filippi, giornalista del Tg La7. Nel 2022 diede vita all’associazione non profit, che fa conoscere alle imprese la legge Smuraglia, che offre agevolazioni a chi assume detenuti ammessi al lavoro esterno. Con una solida struttura nazionale, con referenti regionali e collaboratori in molte città, Seconda Chance opera direttamente sul campo cercando adesioni attraverso un attivo “porta a porta”, nella consapevolezza che solo una sistematica azione artigianale può sconfiggere i pregiudizi.
Secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, al 31 dicembre 2025, sul totale delle persone detenute lavoranti, l’85,6% lavorava alle dipendenze dell’amministrazione (18.580 su 21.709 totali lavoranti), circa il 29,3% della popolazione ristretta complessiva. Solo 2903 ristretti (su un totale di 63.499 persone recluse) erano lavoranti non alle dipendenze dell’amministrazione.
Filippi, come lavorate in Seconda Chance?
Siamo in stretto contatto con tutte le carceri italiane. I nostri collaboratori locali accompagnano gli imprenditori e i referenti delle risorse umane ai colloqui con i candidati preselezionati sulla base delle esigenze specifiche. Continuiamo a supportare le aziende anche nei procedimenti amministrativi che seguono i colloqui, fino all’inserimento dei lavoratori in azienda. Grazie alla legge Smuraglia (193/2000) le imprese possono ottenere agevolazioni anche per contratti part time o a tempo determinato. Hanno aderito finora molte aziende: da Primark a Terna, MyChef, Cirfood, Gruppo Cremonini, Autostrade per l’Italia. E anche il Vaticano, Autogrill, Illycaffè, McDonald’s, Burger King, l’Istituto Superiore di Sanità, Acqua Vera, Gruppo Palombini, Arcaplanet, Nespresso, Kfc.

Il team di Seconda Chance è formato da persone operative in ogni regione, che impiegano molte ore della loro giornata per cercare aziende disponibili ad aderire al progetto. Siamo in continua crescita e siamo sostenuti dalla stima non solo dei detenuti, delle famiglie, degli avvocati, ma anche del ministero della Giustizia, delle sue articolazioni regionali e degli imprenditori di ogni angolo d’Italia. La popolazione detenuta scrive continuamente a [email protected], sempre a quest’indirizzo ci scrivono molti imprenditori per proporsi. Ma ovviamente avremmo bisogno di molte più proposte di lavoro, le richieste sono enormemente più numerose delle offerte: per 10 mail dei detenuti ce ne sarà una di un’impresa, avremmo bisogno del contrario.
Come vi approcciate alle aziende?
Alle aziende diciamo che non devono sposare una persona detenuta, possono provare a farla lavorare quattro-sei mesi, così salvano veramente una vita, aiutano un uomo che è in ginocchio. Chiediamo loro di venire a vedere con noi, di darci la possibilità di dimostrare loro. Ci sono anche delle agevolazioni fiscali, però è l’insieme del progetto che l’imprenditore deve apprezzare. Ci sono ancora delle resistenze, delle paure, anche per questo sarebbe importante allargare la squadra di Seconda Chance, per avere la possibilità di spiegare bene alle aziende di cosa si tratta.
Quante sono le richieste delle persone detenute e quante siete riusciti a soddisfare?
Sono oltre 950 le offerte di lavoro procurate finora da Seconda Chance grazie all’adesione di aziende di ogni dimensione e settore. Ma sono centinaia e centinaia, forse ormai migliaia, le richieste che non siamo riusciti a soddisfare. Abbiamo un protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, da poco rinnovato per un altro anno, e altri protocolli, tra gli altri, con Fipe Confcommercio, con Ance, con la Biennale di Venezia, con l’Associazione veneziana degli Albergatori.
Facciamo conoscere agli imprenditori anche la possibilità di fare impresa in carcere: li portiamo negli istituti a visionare i capannoni e i locali inutilizzati che le direzioni concedono in comodato d’uso gratuito: lavanderie industriali, sartorie, officine, falegnamerie, call center, biscottifici… I costi del personale sono vantaggiosi. Abbiamo inaugurato da poco un call center nel carcere di Porto Azzurro. Sono molte le attività commerciali che si possono avviare in carcere sfruttando una manodopera a costi agevolati e regalando tante seconde possibilità ai detenuti non ammessi a lavorare fuori.


Inoltre, le aziende formano on the job le persone. In passato, con Bosch Italia abbiamo formato nel carcere di Ancona 20 detenuti futuri impiantisti di climatizzatori. Con Ikea abbiamo trasformato e arredato una parte del carcere di Frosinone. La Federtennis ha donato un campo a Rebibbia Nuovo complesso e la Federbasket un campo a Secondigliano (Napoli), dove abbiamo appena inaugurato una fantastica Cittadella dello Sport con campo da calcio e campi da padel a disposizione dei 1500 detenuti. Con Orienta organizziamo corsi di logistica.
Facciamo un passo indietro. Come inizia l’avventura di Seconda Chance?
Seconda Chance nasce ufficialmente il 7 luglio 2022, quando io già da un anno e mezzo mi occupavo del progetto, da sola. Poi ho registrato il logo, il marchio e sono partita, da Roma. Ho visto che via via mi chiedevano aiuto persone da altre città d’Italia; ho iniziato a lavorare con le aziende a distanza, per telefono, da Milano ad Agrigento. Piano piano ho capito che si doveva creare una squadra nazionale, sono tuttora impegnata nel completamento, abbiamo poche risorse: cinque persone in Lombardia, tre in Piemonte, due in Liguria, tre in Veneto, una in Friuli-Venezia Giulia, due in Emilia-Romagna. Sono poche, siamo sommersi dagli appelli dei detenuti, delle persone in detenzione domiciliare, degli affidati in prova, degli ex detenuti. È un lavoro enorme.


Perché è un lavoro enorme?
Non ci limitiamo a portare l’azienda in carcere. Noi rispondiamo al telefono e alle mail ai detenuti, li cataloghiamo, li accompagniamo ai colloqui. Parliamo con i direttori delle carceri, con gli educatori, coi consulenti aziendali, con gli avvocati dei detenuti, con le loro mogli e figli. È un’onda travolgente. E le situazioni sono molto complesse. È un lavoro pieno di soddisfazioni ma anche con qualche delusione. Faccio un esempio. Quando riusciamo a convincere faticosamente un ristoratore ad assumere una persona, se siamo nel mese di maggio, ora che organizziamo i colloqui con i candidati e vengono in carcere a conoscerli, fanno la richiesta e viene accolta, il detenuto inizia a lavorare quando ormai è novembre-dicembre. Oppure, ci sono i rigetti. O ancora, ci sono le persone che ogni tanto hanno una ricaduta oppure ci sono le aziende che le sfruttano.
Poi ci sono le aziende che offrono i part time, che sono provvidenziali ma con 800 euro al mese queste persone come fanno a sostenere le loro famiglie? Anche gli impieghi a tempo parziale sono, ovviamente, importanti per queste persone. Di recente, Primark ci ha offerto oltre 50 posti di lavoro con detenuti che lavorano da Torino a Catania, stiamo avviando adesso dei contratti con Tiger. Nella ristorazione, a volte, è difficile perché c’è necessità anche di turni serali e se una persona deve tornare in carcere non può lavorare di sera. Oppure, se troviamo un posto di lavoro in un’azienda agricola, che è mal collegata, il detenuto non sa come arrivarci dall’istituto di pena.
Al 31 dicembre 2025, sul totale delle persone detenute lavoranti, l’85,6% lavorava alle dipendenze dell’amministrazione (18.580 su 21.709 totali lavoranti), circa il 29,3% della popolazione ristretta complessiva. Solo 2903 ristretti (su un totale di 63.499 persone recluse) erano lavoranti non alle dipendenze dell’amministrazione
Di cosa c’è urgente bisogno?
Abbiamo la consapevolezza che abbiamo bisogno di fondi, abbiamo necessità di persone che lavorino per Seconda Chance. Siamo una trentina di persone, potremmo essere di più: molti psicologi, criminologi vorrebbero collaborare con noi. Ma ovviamente cercano un vero lavoro e noi abbiamo poche risorse economiche, grazie a bandi e a finanziamenti, ad esempio, della Fondazione Azimut, della Fondazione Alia Falck. In passato, ci hanno sostenuto Intesa Sanpaolo e Fondazione Roma. Se un’azienda ci aiuta, dandoci 10mila euro, con un part time di 600 euro al mese, con le tasse e tutto il resto bastano solo per il lavoro ad una persona. In Italia ci sono 189 carceri, le richieste delle persone arrivano da tutti gli istituti di pena, molti ergastolani escono in permesso premio e ci chiamano per chiedere aiuto.
Come si fa ad avere una squadra di persone formate, di professioniste e semi professioniste, che però lavorano gratis ad un progetto così impegnativo e delicato? Se una persona si dedica 8-10 ore al giorno ad un progetto è un vero lavoro, non si tratta di rimborsarle il costo della benzina. Con noi collaborano persone che hanno investito tempo nella formazione, che vanno a parlare col detenuto che è in un momento di crisi, con l’imprenditore che non vuole rinnovare il contratto, in continuazione sono impegnate in video call, nelle grandi città viaggiano da una parte all’altra. Io sono contentissima di Seconda Chance, sono molto fiera e orgogliosa dei miei compagni di avventura. Però ritengo che siamo letteralmente abbandonati dalle istituzioni. Qua non si tratta di un semplice incrocio di domanda ed offerta.

Ci spiega meglio come funziona, in pratica, il vostro lavoro?
Noi cerchiamo le aziende. Dopo averci parlato, se ci danno la disponibilità di alcuni posti di lavoro, fissiamo gli appuntamenti nelle carceri tra le persone detenute e i referenti delle risorse umane delle imprese. A Roma Rebibbia IIIª casa, nei mesi scorsi abbiamo trovato lavoro ad un carpentiere, ad una persona che è andata a lavorare in un autonoleggio, a due camerieri, a un termoidraulico. Ma io ho un senso di frustrazione: ad un ragazzo di 30 anni è più semplice trovare lavoro, ma a persone di 70 anni è ovviamente molto più difficile. E siamo pieni di richieste di persone non giovani.
Si ricorda la prima persona che è riuscita ad aiutare?
Si chiama Gennaro, è di Napoli. È stato il mio orgoglio all’Istituto Superiore di sanità-Iss, che mi aveva detto che poteva offrire tre posizioni. In quel caso, il carcere ha scelto queste persone e le ha mandate all’Iss. Questa è stata l’unica volta, tutte le altre siamo andati in carcere a fare noi i colloqui ai detenuti insieme ai referenti delle risorse umane.
Mi ricordo Marcello, assunto in un ristorante di Roma, che durante l’incontro aveva spiegato come preparava le lasagne, creava la crosticina con un fornelletto. Di Palermo, quest’uomo era in carcere da 21 anni e quando è uscito, camminava traballando: in tutto quel tempo non era mai uscito. Era entrato quando c’erano ancora le lire e non c’erano ancora i cellulari. Anche lui mi ha dato un sacco di soddisfazioni, è un ottimo cuoco. Il mio obiettivo è che tanti miei colleghi arrivino a fare questo lavoro, come molti stanno già facendo, a tempo pieno, non si può fare diversamente. Non esistono ferie, anche ad agosto siamo stati presenti, per le persone che ci cercavano dalle carceri e fuori. E non esistono orari.
In tanti le chiederanno: «Chi glielo fa fare?»
Io non conosco un altro modo di fare le cose, devo sapere che ho fatto di tutto per poter fare bene, anche se fallisco e sbaglio, però mi ci sono impegnata. Ribadisco, mi piacerebbe finire di costruire la squadra di Seconda Chance perché soltanto in questo modo si può veramente fare qualcosa di importante sul territorio. Devi dialogare con l’azienda e col carcere, devi prendere per mano l’uno e l’altro e avvicinarli. A distanza non si può fare.
Foto di Seconda Chance
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Ilaria Dioguardi
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