di Michele Santagata
Se fossi stato un giornalista e avessi letto, su un giornale della mia città diverso da quello per cui lavoro, un articolo che parla di talpe, indagini taroccate, documenti segretati trafugati dagli uffici della Procura ed esibiti pubblicamente, con tanto di nomi, cognomi, date, denunce e verbali, beh, qualche riga sulla vicenda l’avrei scritta. Anche se quel giornale e quel giornalista fossero stati i miei peggiori rivali. Fosse stato anche solo per mettere qualche pelo nell’uovo, o magari per chiedere spiegazioni ai soggetti chiamati in causa nell’articolo. Una storia del genere, infatti, meriterebbe quantomeno di essere verificata. Perché la vicenda da me raccontata sull’informativa Sistema Cosenza non lascia alcuno spazio alle vie di mezzo: o è una gigantesca bufala oppure contiene fatti di una gravità enorme. Eppure, attorno a tutto questo, il silenzio è stato e continua ad essere assoluto.
Un silenzio che rende difficile non pensare a una vecchia distinzione di Giancarlo Siani: esistono giornalisti giornalisti e giornalisti impiegati. E io mi permetto di aggiungere, con molta umiltà e con la mia faccia sotto i vostri piedi, che esistono anche i giornalisti “a nonna”. Quelli che fanno finta di fare giornalismo e che vivono di veline e confidenze provenienti da magistrati e forze di polizia, riproponendo come scoop comunicati, indiscrezioni e ricostruzioni confezionate dagli stessi uffici per raccontare e celebrare le proprie inchieste. Un’attività che finisce inevitabilmente per renderli dipendenti dalle stesse fonti che dovrebbero sottoporre a verifica. Va da sé che, stando così le cose, diventa difficile rivolgere domande scomode a chi, il giorno dopo, dovrebbe continuare a passarti le notizie.
Sia chiaro: osservarlo non significa voler marcare distinzioni o salire su qualche piedistallo. Non ho titoli per impartire lezioni di giornalismo a nessuno e, tantomeno, cerco le luci della ribalta. Dico soltanto che ognuno fa le proprie scelte e convive con le proprie dipendenze. Mi limito solo a registrare una realtà: quando una notizia rischia di creare imbarazzo alle fonti da cui dipende il circuito dell’informazione locale, l’interesse giornalistico svanisce.
E se tutto questo suscita legittime perplessità sul modo in cui la Procura gestisce l’informazione in città, ancora più insopportabili mi sembrano le ipocrisie di certa antimafia. Quella che invita i cittadini a denunciare, ad avere fiducia nello Stato, a non essere omertosi. Salvo poi voltarsi dall’altra parte quando qualcuno decide di fare esattamente ciò che viene predicato. E qui, mio malgrado, devo riconoscere che il direttore aveva ragione quando mi ripeteva che denunciare alle autorità, a Cosenza, non serve a niente. Anzi, spesso serve soltanto a scoprire le proprie carte e a consentire ai settori corrotti e collusi di correre ai ripari. Mi costa dirlo, ma la mia esperienza mi porta a una conclusione amara: denunciare non serve a niente. Anzi, se posso permettermi un consiglio, non fatelo. Perché può esporvi a guai, ritorsioni e isolamento.
A Cosenza non esiste alcuna garanzia che, presentandosi con fatti, documenti, prove e riscontri, dall’altra parte si trovi una sorta di commissario Montalbano deciso ad andare fino in fondo e a tutelarvi. A Cosenza si rischia seriamente che, dopo aver denunciato corruzione, intrallazzi e malaffare, il problema non siano più i fatti denunciati ma chi li ha denunciati. E ora ve lo dimostro.
Come ho già scritto nelle cinque puntate dedicate al caso Sistema Cosenza, “mi capita” tra le mani un’informativa di polizia giudiziaria che ricostruisce i rapporti tra politica e criminalità organizzata. Un documento trafugato dall’ufficio di Cipollino (il procuratore capo di Cosenza Vincenzo Capomiolla per i nuovi di Iacchite’) e finito in ambienti criminali che dimostra come lo stesso abbia completamente eliminato, nella successiva operazione Reset, il filone investigativo dedicato a quei rapporti contenuto nell’informativa. Una volta compresa l’importanza di quelle carte e, soprattutto, dopo essermi chiesto come fosse possibile che materiale segretato di quel livello fosse finito nelle mani di un “noto personaggio cittadino”, decido di fare ciò che in quel momento ritengo giusto. Nonostante le rimostranze del direttore, mi reco in questura per denunciare il fatto.
A raccogliere la mia denuncia è l’allora capo della Squadra Mobile, Paduano, al quale consegno una pennetta USB contenente dieci file dal titolo “Sistema Cosenza”. Dopo una prima analisi e dopo essersi accertato dell’autenticità del materiale, decide di informare il dottor Fabio Catalano, allora dirigente della Squadra Mobile di Catanzaro e uomo della Dda, che arriva a Cosenza nel giro di poche ore.
Nell’attesa del suo arrivo verbalizziamo quanto accaduto. Quando Catalano arriva, gli mostro i file e, dopo averli esaminati, giunge alla stessa conclusione: si tratta di materiale autentico e qualcuno lo ha trafugato dagli uffici giudiziari. A quel punto discutiamo delle possibili ragioni per cui abbiano scelto proprio me come destinatario di quelle carte e di quale potesse essere il senso di quella “cessione”. La mia impressione, che espongo anche a Catalano, è che la scelta non sia affatto casuale. Chi mi ha dato quel materiale sa perfettamente che nessun giornale avrebbe mai pubblicato una storia del genere e probabilmente spera che a farlo sia proprio Iacchite’. Il messaggio che vogliono inviare è chiaro: nelle stesse carte che hanno mandato in galera decine di mafiosi compaiono anche Mario Occhiuto, Enzo Paolini, Katya Gentile e altri soggetti chiamati in causa dai pentiti. Per i primi arrivano arresti e processi. Per i secondi non succede niente.
L’obiettivo è quindi quello di far emergere ciò che nell’operazione Reset, avvenuta appena due mesi prima che venissi in possesso dell’informativa, era completamente scomparso: il filone sul voto di scambio politico-mafioso. Spiego però a Catalano che questo problema, in realtà, non si sarebbe mai posto. Io e il direttore avevamo già deciso di non pubblicare nulla. Inficiare eventuali indagini sul voto di scambio politico-mafioso, che da anni sosteniamo sia alla base del patto mafia-stato che a Cosenza va in scena da decenni, non ci avrebbe portato alcun vantaggio. Se non quello di “aiutare” chi voleva insabbiare tutto gridando allo scandalo perché notizie riservatissime erano uscite fuori…
Avendo ancora fiducia nella polizia (nonostante i richiami del direttore in veste di “grillo parlante”) mi aspettavo, vista la gravità della vicenda, l’apertura immediata di un fascicolo. Da questo punto di vista io e Catalano eravamo nella stessa situazione. Avevamo davanti un fatto oggettivo e un obiettivo comune: capire come fosse possibile che i file originali dell’informativa Sistema Cosenza fossero usciti dagli uffici della Dda e dagli uffici della Procura di Cosenza. Rendere pubblica immediatamente la vicenda o sputtanare la fuga del fascicolo non conveniva né a me né a lui. E, francamente, non avevo alcuna intenzione di fare un favore alla malavita o comunque ai servitori infedeli dello stato che si sono serviti della malavita per farmi arrivare l’informativa.
Il giorno dopo la mia denuncia finisce sulla scrivania di Cipollino, allora procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro. Da quel momento tutto si ferma. Ed è proprio da qui che nasce la convinzione, maturata da poco, che denunciare a Cosenza non serva a nulla. Perché quella che porto in questura non è una voce, un sospetto o una ricostruzione personale. Io non mi presento in questura con una teoria, o una fantasiosa ipotesi di complotto. Porto una prova materiale, difficilmente contestabile: dieci file originali dell’informativa Sistema Cosenza. File che avrebbero dovuto trovarsi custoditi nella cassaforte della Dda e che invece circolavano tranquillamente in ambienti criminali. Non solo. Mi dichiaro fin da subito disponibile a collaborare all’accertamento dei fatti. Addirittura metto a verbale che: «Mi riservo sin da adesso di spendere le generalità (di chi era in possesso dell’informativa) direttamente di fronte al magistrato inquirente, se e quando verrò convocato». Più disponibile di così non avrei potuto essere. Eppure, nonostante questo, Cipollino non mi chiamerà mai. Anzi, il gruppo della Squadra Mobile che si stava occupando della vicenda viene sciolto e Paduano trasferito. Nessun fascicolo aperto, nessuna indagine avviata, niente di niente.
Ora, se tutto questo, documenti alla mano, vi sembra il comportamento normale di un magistrato antimafia che riceve una denuncia di questa gravità, che non solo non approfondisce ma usa addirittura il proprio ruolo contro chi l’ha presentata, senza che nessun altro magistrato senta il bisogno di capire cosa sia realmente accaduto, allora forse sono io ad avere un’idea sbagliata di quale dovrebbe essere il ruolo della magistratura.
Se oggi mi sento di sconsigliare a chiunque di denunciare, è soprattutto per questo perchè da quel momento i nostri guai si sono moltiplicati. Cipollino finisce per dedicare a noi un’attenzione che non ha mai riservato alla denuncia che gli avevo consegnato. Oramai passa le sue giornate a occuparsi di Iacchite’, come se gli avessimo arrecato un torto imperdonabile. Ora credo di aver capito quale fosse quel torto. Il vero errore è stato denunciare e pretendere che qualcuno se ne occupasse. Un errore che, col senno di poi, non rifarei. Avrei dovuto dare ascolto a Gabriele quando mi disse che denunciare significa soltanto concedere a certi ambienti un’ulteriore occasione per colpirti. Ed è chiaro come il sole a questo punto che la “talpa” negli uffici della Dda rispondeva esattamente agli ordini di Cipollino e sempre dalla Dda è partito l’ordine di consegnare l’informativa a Iacchite’ nella speranza che venisse pubblicata per gridare allo “scandalo”, realizzare l’obiettivo dell’inquinamento probatorio e insabbiare meglio quello che comunque si è insabbiato lo stesso. E prima o poi faremo anche il nome di chi ci ha portato fisicamente quei maledetti files. Il tempo è galantuomo. Sempre.
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