L’ingresso nella scuola secondaria di secondo grado rappresenta per molti studenti un passaggio importante: cambiano gli ambienti, aumenta il numero dei docenti, cresce il livello di autonomia richiesto e, soprattutto, si forma un nuovo gruppo classe. Per questo motivo, i primi giorni di scuola possono assumere un valore che va ben oltre il naturale avvio delle lezioni. L’accoglienza delle classi prime può infatti diventare un’occasione per accompagnare gli studenti nella conoscenza della nuova realtà scolastica, favorire le relazioni tra compagni, far comprendere le principali regole di funzionamento dell’istituto e costruire fin dall’inizio un clima positivo.
Attenzione: non è raro che le attività di accoglienza vengano intese come un semplice “intrattenimento” durante le prime ore dell’anno. In realtà, una buona accoglienza dovrebbe essere già considerata a tutti gli effetti attività educativa e didattica, in quanto consente di lavorare sulla responsabilità, sulla collaborazione e sul senso di appartenenza alla comunità scolastica. A tal proposito, di seguito sono presentate 5 idee da attuare per l’accoglienza degli studenti nei primi giorni dell’anno scolastico.
Accoglienza: è obbligatoria?
Prima di presentare alcune potenziali attività che possono costituire uno spunto operativo per i singoli istituti, è utile chiarire il quadro normativo di riferimento relativo alle azioni di accoglienza. Allo stato attuale, non esiste una disposizione nazionale specifica che imponga alle scuole secondarie di secondo grado di organizzare attività di accoglienza rivolte alle classi prime. Nella prassi, però, tali iniziative assumono un ruolo ormai quasi fondamentale: l’ingresso in un nuovo percorso di studi rappresenta per gli studenti un cambiamento significativo, sia sul piano organizzativo sia su quello relazionale e didattico.
Il progetto relativo all’accoglienza, dunque, pur non essendo obbligatorio, è ormai ampiamente diffuso e rientra normalmente nell’autonomia didattica e organizzativa, disciplinata dal D.P.R. 275/1999. Quando la scuola decide di strutturarla come attività organica e ricorrente, generalmente viene inserita all’interno del PTOF o, alternativamente, nel curricolo o nel regolamento d’istituto. Non essendo un adempimento imposto da rigide regole, ogni istituto può costruire un modello coerente con la propria identità.
Chi la organizza?
Come anticipato, essendo inserito all’interno del PTOF, è il Collegio docenti a determinare la progettazione e l’elaborazione dell’eventuale progetto. Il Consiglio di istituto si occupa invece dell’approvazione del PTOF e, conseguentemente, dell’attivazione delle iniziative.
Pur non essendo obbligatorio, anche in questo caso è frequente l’affidamento dell’organizzazione a una funzione strumentale, un referente, una commissione o a un gruppo di docenti. In alcuni casi, è possibile demandare il compito direttamente ai coordinatori delle classi prime o ai rispettivi consigli di classe. A prescindere dalle figure di riferimento, che dipendono dall’organizzazione interna, è importante progettare in modo corretto le attività, definendo modalità di intervento, tempi, spazi e tutto ciò che è necessario per il regolare funzionamento.
Alla scoperta della scuola: la caccia al tesoro degli spazi
Chiariti gli aspetti preliminari, ecco alcune proposte che possono essere adottate ai nastri di partenza del nuovo anno scolastico.
Una delle prime esigenze degli studenti appena arrivati è semplice ma molto concreta: capire dove si trovano e come funziona il luogo nel quale trascorreranno i prossimi cinque anni. Nei primi giorni, infatti, capita spesso di vedere studenti che vagano per l’istituto alla ricerca di un laboratorio, della palestra o della segreteria, non ricordando il percorso da seguire per raggiungere un determinato piano. La tradizionale visita guidata può certamente essere utile, ma può essere trasformata in un’attività più coinvolgente attraverso una vera e propria “caccia al tesoro” della scuola.
La classe viene divisa in piccoli gruppi e a ciascun gruppo viene consegnata una mappa dell’istituto, accompagnata da una serie di indizi. L’obiettivo non è semplicemente raggiungere una serie di luoghi, ma completare alcune prove. Una tappa potrebbe essere la segreteria: gli studenti devono scoprire quali sono le principali funzioni dell’ufficio e individuare a chi rivolgersi per una determinata esigenza. Un’altra potrebbe essere la palestra, all’interno della quale è necessario trovare un oggetto o risolvere un piccolo enigma, introducendo alcuni elementi che serviranno durante il percorso scolastico (abbigliamento da utilizzare durante l’attività sportiva, regole ecc.)
In biblioteca potrebbero essere invitati a individuare l’area dei dizionari o di alcuni libri di testo coerenti con l’indirizzo di studi prescelto e così via in base agli spazi presenti.
Particolarmente interessante potrebbe risultare inserire all’interno del percorso alcuni luoghi che hanno una funzione importante per la sicurezza: le uscite di emergenza, il punto di raccolta e gli spazi indicati nel piano di emergenza. In questo modo la conoscenza dell’edificio non viene più ridotta a un semplice orientamento logistico.
L’attività può essere realizzata anche senza particolari strumenti digitali. È sufficiente predisporre una mappa, alcune buste numerate e una serie di indizi. Ad ogni modo, un elemento importante è evitare che l’attività diventi una gara fine a sé stessa. Al termine della caccia al tesoro, il docente può chiedere agli studenti di ricostruire insieme una piccola “mappa dei servizi” della scuola: dove andare se si perde un oggetto? A chi rivolgersi per un problema amministrativo? Dove si trovano i laboratori? Chi può aiutare uno studente in difficoltà? L’attività raggiunge così un obiettivo più ampio: insegnare agli studenti a muoversi autonomamente nella scuola e a sapere a chi rivolgersi quando hanno bisogno di qualcosa. Non solo: è anche un primo passo verso quell’autonomia che la scuola superiore richiede in misura maggiore rispetto al precedente segmento scolastico.
Missione: il manuale di sopravvivenza
Un altro modo per lavorare sull’accoglienza consiste nel partire non dagli spazi, ma dalle situazioni che gli studenti incontreranno concretamente durante l’anno. La proposta può essere presentata come una vera e propria “missione”. Gli studenti, organizzati in piccoli gruppi, ricevono una serie di situazioni problematiche e devono trovare la soluzione più adeguata.
Alcuni esempi:
“Hai dimenticato il materiale necessario per la lezione. Cosa fai?”
“Non hai capito la consegna di un compito e non sai come svolgerlo.”
“Hai perso la password del registro elettronico.”
“Hai preso un voto molto più basso di quello che ti aspettavi.”
“Sei arrivato in ritardo a scuola.”
“Non conosci nessuno e devi formare un gruppo di lavoro.”
“Un compagno viene sistematicamente escluso dalle attività del gruppo.”
“Hai un problema personale che sta influenzando il tuo rendimento scolastico: a chi puoi chiedere aiuto?”
Il compito degli studenti non consiste semplicemente nel trovare una risposta, ma nel ragionare su tre elementi: che cosa fare, che cosa evitare e a chi rivolgersi. Per esempio, davanti a una difficoltà nello studio, una possibile risposta non dovrebbe essere semplicemente “chiedo al professore”, ma potrebbe comprendere una serie di passaggi: rileggo la consegna, provo a individuare il punto che non ho compreso, confronto il materiale disponibile e, se la difficoltà persiste, chiedo chiarimenti al docente.
Il valore dell’attività sta proprio nel far comprendere che la scuola secondaria di secondo grado richiede un livello crescente di iniziativa personale. Non tutto deve essere risolto dall’adulto: lo studente deve imparare progressivamente a riconoscere un problema, individuare le risorse disponibili e chiedere aiuto nel modo corretto. Alla fine dell’attività ogni gruppo può elaborare alcune pagine di un ipotetico “Manuale di sopravvivenza“. Le diverse sezioni vengono poi raccolte in un unico documento della classe.
Il manuale potrebbe contenere capitoli del tipo:
- come affrontare una difficoltà nello studio;
- come chiedere aiuto;
- come organizzare il materiale;
- come comportarsi quando si prende un brutto voto;
- come affrontare un conflitto con un compagno;
- come utilizzare correttamente gli strumenti digitali della scuola;
- a chi rivolgersi per le diverse necessità.
Il documento può essere conservato e ripreso nel corso dell’anno. Alcune pagine possono essere aggiornate dagli stessi studenti quando emergono nuove situazioni. In questo modo l’attività di accoglienza non si esaurisce nelle prime ore di scuola, ma può diventare uno strumento di accompagnamento per tutto il percorso di studi.
L’identikit della classe
L’accoglienza deve occuparsi anche della dimensione relazionale. Una classe prima è infatti un insieme di ragazze e ragazzi che, nella stragrande maggioranza dei casi, non esiste ancora come gruppo, in quanto provenienti da scuole, comuni e contesti differenti. Proprio per questa ragione può essere utile dedicare uno spazio alla costruzione dell’identikit della classe. La prima fase può essere individuale. Ogni studente riceve una scheda, anche anonima, con alcune domande. Non è necessario ricorrere esclusivamente alle classiche informazioni anagrafiche o agli interessi più immediati, spesso retorici e ormai veramente desueti. È invece possibile utilizzare altri quesiti capaci di far emergere aspettative e caratteristiche personali. Ad esempio:
- Qual è una cosa che ti appassiona?
- Qual è una cosa che sai fare bene?
- Quale attività ti piacerebbe imparare?
- Quale materia ti incuriosisce maggiormente?
- Che cosa ti aspetti dalla scuola?
- Che cosa ti preoccupa maggiormente?
- Quale caratteristica apprezzi in un compagno?
- Che cosa pensi di poter offrire al gruppo classe?
- In quale situazione preferisci lavorare da solo e in quale in gruppo?
Le risposte possono essere successivamente aggregate senza necessariamente rendere pubbliche le singole informazioni personali. Il docente può, per esempio, costruire alcuni semplici grafici: quanti studenti praticano sport, quanti suonano uno strumento, quanti hanno già amici nella classe, quali sono le materie maggiormente attese, quali sono le principali preoccupazioni emerse. La restituzione alla classe può diventare, dunque, un momento veramente interessante.
Un passaggio particolarmente significativo può essere quello relativo alle aspettative. Se, per esempio, molti studenti dichiarano di essere preoccupati per la quantità di studio, il docente può aprire una breve discussione su come organizzare il lavoro. Se emergono timori relativi al rapporto con i nuovi docenti, si può spiegare come funzionano interrogazioni, verifiche, richieste di chiarimento e recupero.
L’attività può essere anche più creativa. I dati raccolti possono essere trasformati in un vero “profilo della classe”, con una rappresentazione grafica costruita dagli studenti. Non una semplice fotografia delle caratteristiche individuali, ma una rappresentazione di ciò che il gruppo ha scoperto di avere in comune. È importante, naturalmente, evitare domande troppo personali o che possano mettere in imbarazzo gli studenti. L’obiettivo non è conoscere tutto di ciascuno, ma creare le condizioni perché ciascuno possa presentarsi secondo il livello di condivisione che ritiene opportuno. In questa prospettiva l’attività diventa anche un primo esercizio di rispetto: ascoltare ciò che un compagno decide di raccontare, senza giudicare e senza obbligarlo a condividere ciò che non desidera.
Vero o falso: sfatiamo i miti
Il passaggio alla scuola secondaria di secondo grado è accompagnato da numerose convinzioni, aspettative e talvolta anche paure. Alcune derivano dalle esperienze personali, altre dai racconti di parenti, amici e conoscenti. L’accoglienza può diventare l’occasione per mettere in discussione alcuni di questi “miti” attraverso un’attività molto semplice: vero, falso o non so.
Il docente presenta una serie di affermazioni e gli studenti devono esprimere la propria posizione. È possibile utilizzare cartoncini, una piattaforma digitale o semplicemente chiedere agli studenti di spostarsi in diversi punti dell’aula.
Alcune affermazioni potrebbero essere:
“Alle superiori bisogna studiare tutto da soli.”
“Se non capisci qualcosa, è meglio aspettare che sia il professore a chiedertelo.”
“Un’insufficienza significa che non sei portato per quella materia.”
“Il voto è l’unica cosa importante.”
“Se hai un problema devi risolverlo da solo.”
“Alle superiori i professori non aiutano gli studenti.”
“Essere organizzati è importante quanto conoscere bene gli argomenti.”
“Un errore durante una verifica significa che non hai imparato nulla.”
Dopo ogni risposta, il docente non dovrebbe limitarsi a dire se l’affermazione è vera o falsa. La parte più interessante è la discussione. Per esempio, l’affermazione “alle superiori bisogna studiare tutto da soli” può essere utilizzata per parlare di autonomia, che non significa assenza di aiuto: significa imparare a organizzare il proprio lavoro e, contemporaneamente, sapere quando e come chiedere supporto. Allo stesso modo, davanti alla frase “un’insufficienza significa che non sei portato per quella materia”, si può ragionare sulla funzione della valutazione e sulla possibilità di utilizzare l’errore per individuare ciò che deve essere migliorato. Il docente può anche raccogliere le affermazioni che hanno prodotto il maggior numero di risposte divergenti e riprenderle durante l’anno.
L’attività ha un ulteriore vantaggio: permette agli insegnanti di capire rapidamente quali rappresentazioni della scuola superiore portano con sé gli studenti.
Un’accoglienza efficace, infatti, non dovrebbe essere soltanto una trasmissione di informazioni dalla scuola agli studenti, ma dovrebbe anche consentire alla scuola di ascoltare ciò che gli studenti pensano, si aspettano e temono. Il “vero o falso” diventa così un piccolo strumento diagnostico iniziale, non finalizzato alla valutazione, ma alla conoscenza del gruppo.
Il patto della classe: come vogliamo stare insieme?
L’ultima proposta riguarda forse l’aspetto più importante dell’accoglienza: la costruzione del gruppo.
Nei primi giorni agli studenti vengono presentate molte regole: il regolamento d’istituto, le norme di sicurezza, le disposizioni sul registro elettronico, le regole relative alle assenze e ai ritardi. Tutte informazioni necessarie, che devono essere trasmesse anche in assenza di un progetto di accoglienza strutturato. Ma accanto alle regole formalmente stabilite dalla scuola esiste un’altra dimensione, altrettanto importante: come vogliamo stare insieme in questa classe?
Da qui può partire un’attività di costruzione condivisa del cosiddetto patto della classe. Il docente propone una domanda: “Che cosa deve succedere perché questa classe sia un buon posto in cui stare e imparare?“. Gli studenti vengono divisi in piccoli gruppi e ciascun gruppo elabora alcune proposte. Non si tratta di scrivere una lista di divieti, ma di individuare comportamenti positivi.
Potrebbero emergere idee come:
- ascoltare quando parla un compagno;
- non prendere in giro chi commette un errore;
- aiutare chi è in difficoltà;
- rispettare i tempi degli altri;
- non escludere nessuno dalle attività;
- essere puntuali;
- assumersi la responsabilità dei propri comportamenti;
- chiedere chiarimenti quando non si comprende qualcosa;
- rispettare gli spazi comuni;
- distinguere il confronto dal conflitto.
Dopo la fase di lavoro nei gruppi, le proposte vengono messe a confronto. Alcune saranno simili e potranno essere accorpate, mentre altre potranno essere discusse. La classe arriva infine a un numero limitato di principi condivisi. Il docente può trasformarli in un documento grafico, che viene firmato simbolicamente dagli studenti e conservato in aula o in uno spazio digitale della classe. La cosa più importante, però, è che il patto non rimanga un documento prodotto il primo giorno e poi dimenticato; anzi, dovrebbe essere ripreso dopo alcune settimane, per chiedere agli studenti quali principi stanno funzionando e quali invece risultano più difficili da rispettare.
Può inoltre diventare uno strumento da utilizzare nei momenti di conflitto. Di fronte a una situazione problematica, invece di richiamare immediatamente una regola, il docente può chiedere: “Questo comportamento è coerente con ciò che avevamo deciso insieme?“. L’attività trova una naturale coerenza anche con lo Statuto delle studentesse e degli studenti (DPR 24 giugno 1998, n. 249), che descrive la scuola come comunità di dialogo, ricerca ed esperienza sociale e attribuisce rilievo alla qualità delle relazioni, alla responsabilità e all’autonomia degli studenti. Il vero obiettivo non è quindi produrre un cartellone da appendere alla parete, ma iniziare a costruire una comunità di apprendimento nella quale gli studenti percepiscano di avere una responsabilità personale rispetto al clima della classe.
Conclusioni
Organizzare attività di accoglienza significa, prima di tutto, decidere quale messaggio trasmettere agli studenti nel momento in cui varcano per la prima volta la soglia della nuova scuola. Se l’obiettivo è semplicemente occupare le prime ore in attesa che inizi la normale attività didattica, probabilmente qualunque gioco può essere sufficiente.
Se invece si considera l’accoglienza come parte integrante della progettazione educativa, le possibilità diventano molto più ampie.
Non esiste, naturalmente, un modello valido per tutte le scuole. L’autonomia organizzativa e didattica consente proprio di adattare le proposte alle caratteristiche degli studenti e dell’istituto. La domanda da porsi, allora, non dovrebbe essere soltanto “che cosa possiamo fare nei primi giorni di scuola?“, ma una domanda più ambiziosa: “quale esperienza vogliamo far vivere a uno studente quando entra per la prima volta nella nostra scuola?” È da questa domanda che può nascere un’accoglienza realmente significativa: non una parentesi prima dell’inizio della scuola, ma il primo passo della scuola stessa.
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Rino Cimella
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