Tre anni fa nasceva dalla fusione di cinque enti con storie diverse, bilanci diversi e 18 milioni di debiti verso le banche. La precedente Giunta regionale non aveva voluto metterci i soldi per risanarlo. Il commissario Raffaele Trequattrini – l’economista dell’Università di Cassino chiamato dalla politica a risanare quel colosso dalle caviglie deboli ed il portafogli vuoto – aveva cominciato a rimettere i conti in ordine. Adesso la Regione ci entra con il 51% del capitale, quasi azzera il debito e trasforma il Consorzio Industriale del Lazio in un soggetto operativo regionale a tutti gli effetti. Chi si siede al tavolo di una trattativa per investire nel Lazio non trova più un ente consortile di territorio. Trova un ente strumentale della Regione.
La proposta di legge per il riordino del Consorzio Industriale del Lazio è stata approvata oggi dalla Giunta regionale e presentata nella sede della Giunta dal presidente della Regione Francesco Rocca, dalla vicepresidente e assessora alla Sviluppo economico Roberta Angelilli e dell’assessore al Bilancio Giancarlo Righini. La proposta dovrà ora essere approvata dal Consiglio regionale.
Quel testo di legge dice che il Consorzio industriale del Lazio punta ad espandersi, con l’ingresso di circa 30 nuovi Comuni e una nuova governance guidata dalla Regione Lazio. Sono questi i pilastri della nuova proposta di legge, che punta a rafforzare la capacità di attrarre investimenti, accelerare le l’innovazione delle aree industriali e offrire servizi più avanzati alle imprese. Dietro la tecnicità del testo normativo c’è una visione precisa di cosa deve diventare la politica industriale nel Lazio dei prossimi anni.
Da dove viene il Consorzio
Prima di analizzare dove va, è necessario capire da dove viene.
Il Consorzio Industriale del Lazio nasce il 1° dicembre 2021 dalla fusione di cinque enti che per decenni avevano operato in modo separato e scoordinato: ciascuno ragionava e pianificava per il proprio giardino. Poi l’intuizione dell’ex assessore regionale alle Attività Produttive del Pd Francesco De Angelis: fondere il consorzio ASI – Area di Sviluppo Industriale di Frosinone, il Cosilam – Consorzio di Sviluppo del Lazio Meridionale di Cassino, il Consorzio Roma-Latina, il Consorzio di Rieti ed il CosInd il Consorzio del Sud Pontino. Cinque strutture con cinque burocrazia diverse, cinque direttivi, cinque bilanci. Ed un’accumulazione di debiti che alla fusione ammontava a 18 milioni di euro verso le banche.
La fusione era stata concepita come razionalizzazione: meno enti, meno sovrapposizioni, più efficienza. Ma razionalizzare cinque strutture che si erano sviluppate autonomamente per decenni non si fa con un decreto: richiede tempo, risorse. E soprattutto una governance che funzioni. Quella governance, nei primi anni, ha faticato a trovare la sua forma. Il commissariamento affidato al professor Raffaele Trequattrini — economista dell’Università di Cassino, scelto per la sua conoscenza del territorio e per la sua competenza tecnica (era stato presidente del Cosilam) — è stato il tentativo di rimettere ordine nel caos ereditato dalla fusione.
Il nodo del debito e l’ingresso della Regione
Il primo elemento concreto della proposta di legge è quello finanziario: perché senza una struttura patrimoniale solida, qualsiasi riforma della governance resta sulla carta.
La Regione Lazio entra nel capitale del Consorzio con il 51% delle quote del fondo di dotazione. Il resto si divide tra gli enti locali (30%) e gli Enti pubblici non territoriali e le imprese (19%). L’ingresso della Regione comporta un apporto di risorse pari a circa 13 milioni di euro: è una cifra che, sommata al lavoro di riduzione del debito già compiuto da Trequattrini, porta il Consorzio vicino all’azzeramento di quei 18 milioni ereditati dalla fusione. Più che un dettaglio contabile è la condizione che rende possibile tutto il resto.
Ma c’è un elemento politico che la sola descrizione finanziaria non cattura: questa operazione la precedente Giunta regionale non aveva voluto farla. L’ingresso della Regione nel capitale del Consorzio con una quota maggioritaria non era nell’agenda del centrosinistra che aveva governato il Lazio fino al 2023. Significava assumersi la responsabilità di un ente con debiti e una governance complessa. La giunta Rocca ha scelto diversamente, arrivando al testo della proposta di legge illustrata oggi.
L’effetto dell’ingresso della Regione non è solo finanziario. È istituzionale: da domani il Consorzio Industriale del Lazio non è più un ente consortile di secondo piano che tratta con i propri soci i problemi delle aree industriali. È un soggetto operativo regionale a tutti gli effetti. Con la Regione Lazio come socio di maggioranza. Chi si siede di fronte al Consorzio per discutere di un insediamento, di un ampliamento, di un’autorizzazione non ha più a che fare con uno dei tanti enti del territorio: ha a che fare, nella sostanza, con la Regione Lazio. Questo cambia il peso specifico dell’interlocutore in ogni negoziazione con gli investitori.
La nuova missione
Il secondo elemento di discontinuità è nella missione. La proposta di legge ridefinisce esplicitamente il ruolo del Consorzio. Lo fa in una direzione precisa: meno gestione delle infrastrutture fisiche, più fornitura di servizi alle imprese.
La distinzione è importante. Un ente che gestisce infrastrutture tende a pensare in termini di mattoni, strade, fognature, reti di distribuzione. Un ente orientato ai servizi pensa in termini di cosa serve a un’impresa per insediarsi, crescere, assumere. L’uno costruisce capannoni vuoti aspettando che qualcuno li riempia. L’altro costruisce le condizioni perché qualcuno voglia venire a riempirli.
La proposta di legge introduce diversi strumenti che vanno in questa direzione. Ad esempio il Consorzio potrà gestire infrastrutture energetiche, realizzare impianti con fonti di energia rinnovabili e sviluppare servizi energetici da fornire alle imprese. In un contesto in cui il costo dell’energia è uno dei fattori determinanti nelle decisioni di investimento (come abbiamo documentato in più occasioni, dalla vicenda Catalent a quella delle autorizzazioni bloccate ad Anagni) la capacità di offrire energia a condizioni competitive alle imprese insediate nelle aree consortili è un vantaggio competitivo concreto. (Leggi qui: Ad Anagni 160 milioni e 800 posti di lavoro aspettano ancora la Provincia).
Potere di espropriare e la sfida delle Apea
Il Consorzio diventa direttamente autorità espropriante. Questo significa che quando un’impresa vuole insediarsi su un’area e ci sono ostacoli legati alla proprietà dei suoli, non deve aspettare che si attivi una lunga catena di enti: può farlo il Consorzio stesso, in modo diretto. Gli effetti sono: centralizzazione del procedimento, maggiore capacità attuativa, velocizzazione dei piani di investimento. E non solo: come avvenne nel caso della ex Videocolor, i nuovi proprietari nei fatti abbandonarono l’impresa e l’area entrò tra gli asset da vendere per pagare i creditori; il consorzio intervenne e reclamò la restituzione dell’Area poiché era stata concessa e non regalata, con il vincolo di produrre. La rimise a gara e lì è nata la Cardinale. Oggi tutto questo viene rafforzato. (Leggi qui: Addio Vdc, entro Natale via alla Amazon della termo idraulica firmata Cardinale).
Viene introdotto un fondo di rotazione triennale per l’acquisizione di siti abbandonati o dismessi. È la risposta strutturale a un problema che affligge molte aree industriali del Lazio: capannoni vuoti, terreni non edificabili per ragioni legali o burocratiche, aree che potrebbero ospitare nuovi insediamenti ma che restano bloccate per mancanza di uno strumento che consenta di riacquisirle e rilanciarle.
Le Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate — le APEA — ricevono una disciplina più organica. Con la gestione unitaria delle infrastrutture, il Consorzio favorisce l’eco-innovazione e la sostenibilità ambientale, migliorando la competitività delle imprese. Non è solo un omaggio alla sensibilità ambientale del momento: è la risposta a una richiesta concreta che sempre più investitori internazionali avanzano quando valutano dove insediarsi.
La governance dualistica
Il capitolo più tecnico della proposta di legge ( ma forse quello più importante per il funzionamento concreto del Consorzio) riguarda la governance. E qui la scelta è netta: si passa da un modello che privilegiava la rappresentatività a uno che privilegia l’efficienza, cercando però di tenere insieme entrambe.
Il modello attuale prevede un’assemblea con circa 150 persone: tutti i soci consorziati, le province, gli enti locali. Che si riunisce e deve trovare un accordo su ogni decisione rilevante. È il modello della massima inclusività: tutti dentro, tutti con un voto. Il risultato, nella pratica, è spesso la paralisi: trovare un consenso tra 150 soggetti con interessi diversi su ogni singola decisione richiede un tempo che il mercato degli investimenti non ha.
La proposta introduce un modello dualistico verticale: una struttura a due livelli che separa l’indirizzo strategico dalla gestione operativa.
Il Consiglio di Sorveglianza è il nuovo organo di indirizzo e controllo: 11 membri, di cui 6 designati dalla Giunta Regionale (uno con funzioni di presidente, uno con funzioni di revisore legale), 3 designati dagli enti pubblici non territoriali o dalle imprese, 2 dagli enti locali in rappresentanza dei territori provinciali. È l’organo che decide le grandi linee: approva lo statuto, determina i contributi, nomina il Consiglio di Gestione, delibera sull’ingresso o l’esclusione dei consorziati.
Il Consiglio di Gestione (5 membri) si occupa invece della gestione ordinaria e straordinaria. Prepara i piani finanziari, adotta gli atti di organizzazione, nomina il Direttore generale. È il motore operativo del Consorzio: snello, nominato da chi ha la responsabilità di farlo funzionare, in grado di muoversi con la velocità che le decisioni di mercato richiedono.
La transizione da 150 a 11 persone nelle decisioni operative non è un attacco alla rappresentatività: è la scelta di affidare le decisioni a chi ha le competenze e la responsabilità di prenderle. La rappresentatività rimane nell’assemblea, che mantiene le sue prerogative sui temi fondamentali. Ma le decisioni operative escono dalla palude dell’assemblea plenaria e entrano nel terreno più agile del Consiglio ristretto.
Roma entra nel Consorzio. E cambia il peso specifico
Un elemento in particolare della nuova governance merita una lettura separata, perché ha implicazioni che vanno oltre la struttura del Consorzio: la Città Metropolitana di Roma Capitale designa il vicepresidente del Consiglio di Gestione.
È la prima volta che Roma ha un ruolo formale e strutturale all’interno del Consorzio Industriale. Fino ad oggi, la Capitale era rimasta ai margini di questo strumento di politica industriale regionale: paradossalmente assente dall’ente che avrebbe dovuto coordinare lo sviluppo industriale di tutto il Lazio. La nuova legge corregge questa anomalia attribuendo alla Città Metropolitana un ruolo di vicepresidenza che non è solo onorifico: significa che Roma partecipa attivamente all’orientamento della politica industriale consortile.
Le conseguenze pratiche sono rilevanti. Le aree industriali del Lazio che sono accessibili da Roma — e molte lo sono, dalla Ciociaria al Frusinate alla zona dei Castelli Romani — diventano più facilmente integrabili in strategie di attrazione degli investimenti che partono dalla Capitale. Un investitore che negozia con il Consorzio trova adesso un interlocutore che include anche il punto di vista della più grande città italiana.
Lo sportello unico e la burocrazia da abbattere
Uno dei problemi strutturali che ha penalizzato lo sviluppo industriale del Lazio negli ultimi decenni è la lentezza e la frammentazione delle procedure autorizzative. Un investitore che vuole costruire uno stabilimento in provincia di Frosinone deve passare per una cascata di enti (Comune, Provincia, Regione, Demanio, Consorzio di Bonifica, ASL) ognuno con i propri tempi, i propri moduli, i propri uffici.
La proposta di legge introduce la semplificazione delle procedure di autorizzazione per l’insediamento o l’ampliamento delle attività produttive nelle aree del Consorzio. L’obiettivo esplicito è uno sportello unico che concentri in un solo punto di contatto l’insieme delle autorizzazioni necessarie: riducendo i tempi, eliminando le duplicazioni, dando all’investitore un interlocutore unico invece di una corsa ad ostacoli.
È esattamente quello che mancava nei casi più emblematici. Catalent ha spostato 100 milioni in Inghilterra anche perché i tempi italiani erano incompatibili con i suoi piani industriali. Il progetto da 160 milioni ad Anagni aspetta ancora il parere della Provincia mentre tutti gli altri enti hanno già detto sì. Per Novo Nordisk il governo ha dovuto nominare un commissario straordinario nella persona del governatore Rocca per bypassare la burocrazia ordinaria e salvare l’investimento da un miliardo. (Leggi qui: Ad Anagni 160 milioni e 800 posti di lavoro aspettano ancora la Provincia).
Lo sportello unico non risolve tutto, richiede che tutti gli enti aderiscano e che la norma venga applicata con la stessa determinazione con cui è scritta. Ma la norma c’è. Il principio è fissato. Il resto dipende dall’attuazione.
Unindustria: «Era nel nostro piano industriale»
Il presidente di Unindustria Giuseppe Biazzo non ha usato giri di parole: «Per noi è un passaggio veramente importante, perché la legge sul Consorzio unico Industriale del Lazio era uno dei punti del nostro piano industriale, come ha detto il presidente Rocca era uno dei punti che aveva portato anche lui come suo obiettivo. Aver avuto oggi la presentazione della legge è fondamentale, perché esce da un commissariamento, entra anche la parte di Roma, è importante, per cui diventano aree sempre più numerose e questo per noi è fondamentale per attrarre investimenti nella nostra Regione».
È una dichiarazione che dice due cose contemporaneamente. La prima: questa riforma era nell’agenda delle imprese prima ancora di essere nell’agenda della politica. La seconda: la convergenza tra la strategia del presidente Rocca e quella di Unindustria su questo punto non è casuale. È il risultato di un dialogo strutturato tra istituzione e mondo produttivo che ha prodotto un testo legislativo condiviso.
Biazzo ha aggiunto: «Il Consorzio Industriale deve diventare sempre più una struttura che fornisce servizi e opportunità, anche con i poteri espropriativi che gli sono stati dati, in maniera che chi vuole investire nella nostra Regione costruendo un nuovo stabilimento possa avere a disposizione gli spazi, magari anche in tempi rapidi, con servizi, dall’energia ad altro».
È la sintesi più precisa di cosa significa la riforma: non un ente che aspetta che gli investitori vengano, ma uno strumento che li va a cercare. Con le risorse, i poteri e l’autorevolezza per essere un interlocutore credibile.
“Più investimenti, più semplificazione”
«L’obiettivo – ha spiegato il presidente Francesco Rocca – è quello di una crescita ragionata della nostra regione nel favorire gli investimenti industriali. Ma è anche la semplificazione amministrativa, che comunque molto spesso è uno dei fattori di ostacolo agli investimenti». Senza l’allargamento dei circa 30 nuovi Comuni, «sarebbe stato inutile chiamarlo Consorzio del Lazio» ha commentato Rocca.
Il presidente ha inoltre auspicato che il tutto possa essere approvata dal Consiglio regionale entro l’estate. Ed ha spiegato che la legge «era uno degli obiettivi del mio mandato. Ora il Consorzio diventerà non solo il più grande d’Italia, ma trai più grandi d’Europa». Le ambizioni del consorzio, ha aggiunto Rocca, «sono non solo salvaguardare l’esistente ma anche promuovere e attrarre investimenti“.
Gli aspetti economico finanziari
L’assessore al Bilancio Giancarlo Righini si sofferma sugli aspetti economico finanziari. Evidenzia che la riforma del Consorzio industriale del Lazio dispone di una dotazione finanziaria “importante, pari a quasi 12 milioni di euro che si aggiungono agli stanziamenti gia’ rafforzati con la legge di bilancio in materia industriale, in particolare per il distretto dell’automotive di Piedimonte San Germano. È la dimostrazione dell’attenzione che l’amministrazione intende riservare allo sviluppo industriale della nostra regione“.
«A questo si aggiunge il fondo di rotazione, pensato per generare risorse destinate all’acquisizione di aree industriali da conferire al Consorzio e rafforzarne la capacita’ produttiva – ha aggiunto Righini -. Credo che questo provvedimento, insieme alla recente istituzione della Zona logistica semplificata e agli stanziamenti di bilancio, contribuirà in maniera significativa al rafforzamento della capacità industriale del Lazio. Inoltre, con l’ingresso di Roma Capitale prende forma un vero Consorzio unico industriale capace di rappresentare l’intero territorio regionale. Nasce dalla fusione di numerosi Consorzi industriali con l’obiettivo di garantire una gestione accentrata, organizzata e condivisa con le associazioni di categoria, le Camere di commercio e tutti gli enti locali. Sono tutti protagonisti di questa importante stagione di rilancio industriale del Lazio» ha concluso Righini.
E quelli industriali
Tra i nuovi Comuni che entrano a far parte del Consorzio ci sono città che «era assurdo non ne facessero parte prima» ha sottolineato l’assessore Roberta Angelilli: «Penso al distretto della ceramica di Civita Castellana, a un polo logistico fondamentale come Colleferro. Ma anche a Viterbo e a Civitavecchia, sede di uno dei porti più importanti d’Italia“.
«Siamo soddisfatti: tra poco presenteremo il bilancio ed i conti sono tornati in utile» ha detto oggi il professor Raffaele Trequattrini. È una frase breve che nasconde anni di lavoro: la riduzione del debito, la riorganizzazione degli uffici, la costruzione di un modello operativo che fosse sostenibile. «La legge è il primo passo: poi toccherà allo Statuto ed a quel punto avremo adempiuto ai compiti che ci erano stati assegnati, cioè riportare in assetto i conti, allargare la base del Consorzio e renderlo efficace e utile per le imprese».
Le tre condizioni
Le riforme più significative spesso arrivano quando convergono tre condizioni: la necessità tecnica, la volontà politica e il consenso del mondo produttivo. La proposta di legge sul Consorzio Industriale del Lazio riunisce tutte e tre.
La necessità tecnica era evidente: un ente con 18 milioni di debiti, una governance che bloccava le decisioni, una missione pensata per un’economia che non esiste più.
La volontà politica si è manifestata con l’ingresso della Regione al 51% — una scelta che il precedente governo regionale non aveva voluto fare — e con la nomina di Trequattrini per risanare i conti prima di riformare la struttura.
Il consenso del mondo produttivo è arrivato da Unindustria, che ha messo la riforma del Consorzio nel proprio piano industriale ben prima che diventasse una proposta di legge.
Quando queste tre condizioni si allineano, le riforme hanno una possibilità reale di funzionare. Quando manca anche una sola di esse, restano sulla carta.
Il Lazio ha un nuovo strumento di politica industriale. Adesso bisogna usarlo.
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