La Germania non è più il Paese che per anni ha potuto impartire lezioni di disciplina fiscale all’Europa senza preoccuparsi troppo di guardare il proprio bilancio. Oggi Berlino deve fare i conti con un’economia che ha attraversato due anni consecutivi di recessione, con l’industria sotto pressione, con la demografia che spinge verso l’alto la spesa previdenziale e con un sistema sociale che continua ad assorbire risorse a ritmi difficili da sostenere nel lungo periodo.
Il cancelliere Friedrich Merz, in carica dal maggio 2025, si trova così davanti a un paradosso politico quasi perfetto: deve riformare il welfare proprio mentre una parte crescente dell’elettorato chiede di proteggerlo, e deve rendere più severo il sistema pensionistico proprio mentre l’Alternative für Deutschland di Alice Weidel sta trasformando ogni taglio sociale in carburante elettorale.
La questione non è più soltanto contabile. È diventata una partita di potere. La fotografia dei conti spiega perché. Nel 2024 il sistema tedesco di prestazioni sociali valeva circa 1.345 miliardi di euro, pari al 31,2% del Pil. Nel 2025 la cifra è salita a circa 1.431 miliardi, mentre la quota sul prodotto interno lordo ha raggiunto il 32%. Non si tratta, dunque, del 41% del bilancio pubblico: quel dato, spesso citato nel dibattito politico, mescola grandezze differenti. Il dato ufficiale del ministero tedesco del Lavoro è quello di un Sozialbudget pari al 32% del Pil. E il problema non è soltanto quanto Berlino spende, ma la velocità con cui la spesa cresce. Nel solo 2025 le prestazioni monetarie sociali dello Stato sono aumentate del 5,9%, arrivando a 751,2 miliardi di euro. La spesa per le pensioni della Deutsche Rentenversicherung è cresciuta del 5,9%, a 417,9 miliardi, mentre le pensioni pubbliche hanno raggiunto 95 miliardi, con un aumento del 5,1%. Il combinato disposto è quello che preoccupa maggiormente Berlino: più pensionati, più prestazioni, meno lavoratori relativamente alla popolazione anziana e una crescita economica troppo debole per assorbire senza contraccolpi l’aumento dei costi.
Il miracolo tedesco ha perso il passo
Per capire la pressione sulla politica economica di Merz bisogna partire dall’industria. La Germania ha registrato una contrazione del Pil dello 0,3% nel 2023 secondo i dati successivamente rivisti e dello 0,2% nel 2024. Nel 2025 è arrivato un modesto +0,2%, sufficiente a interrompere la recessione ma non a parlare di vero rilancio. La produzione manifatturiera ha continuato a perdere terreno: nel 2025 il valore aggiunto dell’industria è sceso dell’1,3%, dopo il -4,3% del 2024.
Nel 2026 qualcosa si è finalmente mosso. Il Pil è cresciuto dello 0,4% nel primo trimestre e dello 0,3% nel secondo, con un’accelerazione delle esportazioni del 2% nel secondo trimestre. L’indice Ifo sul clima delle imprese è salito ad agosto a 88,8, il livello più alto da un anno. Ma il recupero è ancora fragile e arriva dopo una lunga fase di stagnazione. Il punto è che la Germania deve finanziare contemporaneamente pensioni, sanità, assistenza, infrastrutture, difesa e transizione industriale. E lo deve fare mentre il margine fiscale si restringe. Nel 2025 il deficit pubblico è stato pari a 119,1 miliardi di euro, il 2,7% del Pil. Nel primo semestre del 2026 il disavanzo ha però raggiunto 71,3 miliardi, pari al 3,1% del Pil del periodo, superando quindi la soglia del 3% prevista dai parametri europei. È qui che entra in scena la riforma delle pensioni.
Le 33 raccomandazioni che cambiano il patto sociale
La commissione tedesca per la previdenza ha presentato nel giugno 2026 un pacchetto di 33 raccomandazioni. Non è ancora una legge approvata: è una proposta organica sulla quale il governo dovrà intervenire. Ma il suo contenuto è abbastanza radicale da spiegare perché il dossier sia diventato politicamente esplosivo.
La prima novità riguarda l’età pensionabile. La commissione propone che, dopo il 2031, l’età ordinaria venga collegata all’aumento della speranza di vita. Sulla base delle attuali proiezioni demografiche, fra il 2031 e il 2041 l’età pensionabile potrebbe salire progressivamente da 67 a 67 anni e mezzo. In altre parole, ogni aumento della longevità verrebbe distribuito fra una permanenza più lunga nel mercato del lavoro e una fase pensionistica più lunga, secondo un rapporto di due a uno. Ancora più delicata è la fine della cosiddetta “Rente mit 63”, la pensione senza penalizzazioni per chi ha alle spalle almeno 45 anni di assicurazione. La commissione propone di abolire questo meccanismo e di portare da 63 a 64 anni l’età minima per la pensione anticipata prevista per chi ha almeno 35 anni di contribuzione. Anche questo limite dovrebbe poi seguire l’evoluzione dell’età ordinaria.
In realtà il sistema è già in fase di progressivo innalzamento: dal 2026 la soglia per la pensione senza penalizzazioni dei lavoratori con almeno 45 anni di contribuzione sale gradualmente verso i 65 anni, mentre l’età ordinaria arriverà a 67 anni per le generazioni nate dal 1964. La riforma proposta da Merz e dalla commissione, dunque, non arriva dal nulla. Ma trasformerebbe l’attuale processo di aumento dell’età pensionabile in un principio strutturale: più si vive, più a lungo si lavora. Per un Paese che per decenni ha costruito la propria prosperità sull’industria, sulla produttività e sulla disponibilità di una forza lavoro altamente qualificata, è una svolta significativa.
Anche autonomi e parlamentari dentro il sistema
La seconda gamba della riforma riguarda la platea dei contribuenti. La commissione propone di estendere progressivamente la previdenza pubblica a categorie oggi parzialmente escluse, a partire dai nuovi lavoratori autonomi non obbligatoriamente assicurati. Il principio dovrebbe riguardare anche parlamentari e altre categorie oggi dotate di sistemi previdenziali differenti. Non si tratta semplicemente di incassare più contributi. L’obiettivo dichiarato è allargare la base assicurativa in un Paese nel quale il rapporto fra popolazione attiva e pensionati è destinato a deteriorarsi.
La terza gamba è forse quella più interessante per i mercati finanziari: una pensione capitalizzata di tipo svedese, costruita accanto alla componente pubblica a ripartizione. La proposta prevede contributi aggiuntivi pari al 2% della retribuzione lorda, versati progressivamente e ripartiti tra lavoratore e datore di lavoro. L’introduzione dovrebbe avvenire per incrementi annuali dello 0,5%, evitando un aumento immediato troppo brusco del costo del lavoro. È una trasformazione tutt’altro che marginale: la Germania, patria storica della previdenza pubblica a ripartizione, comincia a guardare con maggiore decisione alla capitalizzazione.
Pensioni, lavoro e Volkswagen: il conto arriva anche alle imprese
Il problema previdenziale non è separato dalla crisi industriale. Anzi, le due questioni si alimentano a vicenda. Volkswagen è il simbolo più evidente della trasformazione. Il gruppo, che occupa circa 657 mila persone nel mondo, sta valutando un piano di ristrutturazione che potrebbe arrivare a 100 mila posti di lavoro in meno rispetto all’organico attuale, mentre una prima fase di riduzione di circa 50 mila posti è già stata discussa con i sindacati. L’amministratore delegato Oliver Blume ha spiegato che i costi generali di Volkswagen sono oltre il 30% superiori a quelli dei concorrenti. Il dato dei 100 mila posti non va però letto come 100 mila licenziamenti immediati: si tratta di uno scenario complessivo di ristrutturazione e riduzione della forza lavoro nel tempo, con uscite volontarie, pensionamenti anticipati e altri strumenti ancora in discussione. La cifra resta comunque gigantesca e fotografa la pressione competitiva subita dall’industria automobilistica tedesca.
La concorrenza cinese, i dazi statunitensi, il rallentamento della domanda e gli elevati costi produttivi stanno mettendo in discussione il vecchio modello tedesco. E quando l’industria perde posti di lavoro, il problema non rimane dentro le fabbriche: significa meno contributi previdenziali, più ammortizzatori, meno gettito fiscale e maggiore pressione sui conti pubblici. È il paradosso della Germania contemporanea: deve chiedere ai cittadini di lavorare più a lungo proprio mentre una parte dell’industria sta cercando di ridurre il numero degli occupati.
Il secondo fronte: l’immigrazione
L’altro terreno sul quale Merz cerca di recuperare consenso è quello migratorio. La Germania ha irrigidito progressivamente la politica sull’asilo e sull’accoglienza, mentre il tema è diventato uno dei principali fattori di consenso per l’AfD. Il costo economico dell’accoglienza è difficile da ricondurre a una singola cifra, perché comprende livelli amministrativi diversi e prestazioni differenti. Stime nell’ordine di decine di miliardi di euro l’anno sono state utilizzate nel dibattito pubblico, ma non equivalgono a una voce unica del bilancio federale. Il governo vuole comunque accelerare i rimpatri dei richiedenti asilo che non hanno diritto a restare e sostenere un sistema europeo nel quale le procedure di asilo possano essere gestite anche attraverso hub esterni ai confini dell’Unione.
La direzione politica è chiara: meno arrivi irregolari, più rimpatri, maggiore selettività nell’accesso al sistema di protezione. Una linea che avvicina Berlino a Roma sul piano della gestione dei flussi e che, soprattutto, cerca di sottrarre all’AfD uno dei suoi principali argomenti elettorali. Ma anche qui Merz cammina su un filo. Perché una politica migratoria più severa può rafforzare il consenso del cancelliere presso gli elettori di centrodestra, mentre la compressione delle prestazioni sociali può produrre l’effetto contrario. Il rischio è che il governo si ritrovi stretto fra due elettorati: quello che pretende più rigore sui conti e quello che non vuole pagare il prezzo sociale del rigore.
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Cristina Giua
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