“A”comeAutorità Giudiziaria che interviene nella scuola in caso di presunti maltrattamenti “”non conoscendone logiche di funzionamento, dinamiche operative, regole e gerarchie nonché incombenze del personale. “B” come bambini. Ma anche come Burnout. Per arrivare alla “M” di maltrattamenti, veri o presunti. Fino alla “Z” di zero in condotta per chi dovrebbe fare per prevenire certe situazioni e che invece secondo lui non fa.

Lui è il professor Vittorio Lodolo D’Oria, medico specialista esperto in malattie professionali degli insegnanti che ha redatto un abecedario intitolato “Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) dalla A alla Z: un’anomalia tutta italiana” per descrivere quello con cui lui definisce il lavoro delle maestre della scuola dei bambini più piccoli – 85 per cento nella scuola infanzia, il restante nei nidi e nella primaria – come un campo minato, ricco di pericoli per la salute e per la propria serenità, messe in crisi spesso da azioni giudiziarie avviate nei loro confronti dalle famiglie e che il più delle volte – spiega l’esperto – alla prova dei fatti si riducono a quasi nulla o quasi poiché i presunti maltrattamenti di cui sono accusate spesso restano presunti o meritevoli di provvedimenti disciplinari ma il prezzo da pagare resta anch’esso alto anche sul piano economico. Si stima che un procedimento giudiziario possa costare all’insegnante dai 50mila ai 200mila euro anche se finisce bene per lei.

Ricorrendo all’abecedario – scrive Lodolo D’Oria – proviamo a spiegare dalla “A” alla “Z” il fenomeno dei PMS che, peraltro, è inspiegabilmente ed esclusivamente italico. Ci aiuteremo con i dati riferiti al periodo 2014-2025 (500 indagati in 275 processi) pubblicati di recente. Si tratta dei casi in cui genitori (90%), dirigentiscolastici (2%) o gli stessi colleghi insegnanti (8%) hanno sporto denuncia all’Autorità Giudiziaria per PMS o abuso dei mezzi di correzione (AMC) nei confronti delle cosiddette maestreghe”.

Dottor Vittorio Lodolo D’Oria, lei si occupa da anni delle malattie professionali degli insegnanti perché ha scritto questo abecedario incentrato sui presunti maltrattamenti a scuola?

Con questo abecedario vorrei spiegare fenomeno che sta passando nel silenzio di tutti, comprese le associazioni e i sindacati. Tutti fanno finta di nulla ma dal 2014 al 2025 ci sono dati molto importanti che se paragonati ai Paesi occidentali ci fanno dire che i fenomeni di presunto maltrattamento a scuola quasi non esistono, anche se magari spesso si pensa addirittura che questi fenomeni ci siano solo in Italia.

Perché succede questo, secondo lei?

La risposta è semplice: di fronte ai presunti maltrattamenti che vengono lamentanti dai genitori, dai colleghi a scuola, questi che cosa fanno? Vanno in massa dall’autorità giudiziaria anziché dal dirigente scolastico.

E questo perché dovrebbe essere un problema?

È un problema perché negli altri paesi si passa dal dirigente scolastico, non si passa dall’autorità giudiziaria che è composta da non addetti ai lavori, rispetto alla scuola. L’avvocato, il giudice, l’inquirente, le forze dell’ordine non sanno nulla di scuola né tantomeno conoscono le dinamiche scolastiche. Invece il dirigente dovrebbe controllare il proprio personale docente e non docente e laddove ci fossero dei problemi dovrebbe intervenire tempestivamente attivando un rimedio che l’autorità giudiziaria non può attivare. L’autorità giudiziaria non può che fare delle indagini, cerca la prova, dunque passano i mesi, e allora vuol dire che la tempestività è garantita esclusivamente dal dirigente scolastico.

Facciamo un passo indietro. Che cosa s’intende per maltrattamenti?

Ecco, questa è un’altra cosa molto vaga. Il maltrattamento ad oggi sembra essere la voce stentorea, o l’insegnante che mette i bambini dietro la lavagna, tanto per dire. Laddove esistesse una cosa di questo tipo potrebbe essere risolta dal dirigente scolastico.

Però proprio in questi giorni le immagini mandate dai telegiornali hanno fatto vedere un’educatrice che strattona un bambino in una scuola dell’infanzia

Guardi, ho provato a vedere i frame di quel filmato e non ho visto nulla o perché bollato o perché non c’è nulla. Io seguo 86 casi di presunti maltrattamenti e li seguo pro bono volendo io dare una mano a queste povere maestreghe che non hanno nessuna possibilità di difendersi perché hanno contro-proiettato un mondo a loro sconosciuto – virtuale e ostativo fatto di non addetti ai lavori, e che si amplifica con i social: vengono fucilate in piazza ed esposte alla gogna mediatica perché tra il bambino e l’adulto io tifo per il bambino – e quello parafamiliare.

Cioè?

L’ambiente scolastico, nonostante l’assimilazione operata dall’applicazione dell’art. 572 del Codice penale è del tutto diverso da quello familiare al punto da essere propriamente definito “parafamiliare”. Mentre in famiglia la mamma si occupa di educare il bimbo nella comunità familiare ristretta, la maestra a scuola introduce il bimbo alla socializzazione vera e propria nella comunità di riferimento. La scuola, a differenza della dimora che è considerata ambiente privato, è ritenuta luogo pubblico. Ospita inoltre una relazione professionale contro una relazione genitoriale/affettiva. Accoglie una comunità allargata con rapporto fino a 1 a 29 contro una comunità ristretta dove il rapporto è 1 a 1. Accoglie stili educativi multipli e multietnici anziché il solo stile educativo familiare. Questo significa che se la maestra deve accudire un bambino la mamma se ne preoccupa. Dall’altra parte ho una maestra che deve accudire 29 bambini e deve rispondere della loro incolumità e allora è chiaro che non può che avere talvolta metodi spicci, essenziali. I genitori dicono: il mio bambino! Ma la maestra deve preoccuparsi anche di tutti gli altri.

Sono cambiati i tempi quanto a rapporto tra le famiglie e la scuola

Il rapporto è stato stravolto. Oggi il genitore è il sindacalista del figlio.

Perché succede questo, secondo lei?

Perché siamo stati ubriacati di diritti e abbiamo dimenticato i doveri e oggi è molto difficile ingranare la retromarcia. Ma volevo tornare sul ruolo dell’autorità giudiziaria perché avviene un cosa curiosa. L’autorità giudiziaria che interviene dopo una segnalazione entra a piedi uniti, a gamba tesa e in realtà determina uno scontro tra due livelli di autorità, due pubblici ufficiali: il dirigente scolastico e l’inquirente, il quale finisce per schiacciare il primo poiché lo inibisce dall’intervenire, dato che si privilegia la ricerca della prova.

Scusi ma questo succede anche in altri ambiti della pubblica amministrazione di fronte alla segnalazione di possibili reati

Certo. Però l’errore che spesso fa l’autorità giudiziaria che entra a gamba tesa in un campo come la scuola, e che non è il suo campo, ha fatto dire nel 2017 a un magistrato di Cagliari, in relazione al caso di presunti maltrattamenti di un’insegnante che “i comportamenti della maestra non integrano la soglia del penalmente rilevante ma esauriscono eventualmente la loro censurabilità con una sanzione disciplinare erogata dal DS/USR”. Finalmente un magistrato dice che il caso non integra la sfera penalmente rilevante e che la sanzione va irrogata dall’ufficio scolastico regionale. Insomma, non si vada a congestionare tutto il mondo penale, al massimo si dia una sanzione disciplinare. Un altro aspetto importante è che in base a tutti i dati tirati fuori negli ultimi 12 anni il ricorso alla flagranza di reato – che si utilizza per pericolo imminente – rappresenta il 2 per cento. Io posso citare i due casi che conosco perché vissuti da vicino, uno di Corleone, dove poi la maestra è stata assolta, e uno a Siena dov’è stata utilizzata la flagranza di reato senza che ci fosse bisogno. Il 2 per cento su 275 casi significa 5 casi. Il fatto è che la tempestività viene garantita dal dirigente scolastico, non la garantisce l’autorità giudiziaria che andrà alla ricerca della prova e intanto magari si rischia che la maestra continui nel suo comportamento: ma allora vuol dire che quel comportamento non era così grave.

I” come intercettazioni…

È vero che le intercettazioni possono essere fatte con autorizzazione del GIP però qui stiamo parlando di un’attività professionale e dobbiamo ricordare che c’è l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che vieta di posizionare telecamere a vista, immaginiamo quelle nascoste.

La normativa comunque le consente, nel rispetto di accordi sindacali e norme sulla privacy.

Le audio-video-intercettazioni presentano numerosi limiti poiché si prestano a manipolazioni delle immagini: decontestualizzazioni, estrapolazione e selezioni negative dei cosiddetti progressivi, trascrizione, interpretazione e drammatizzazione dei filmati: magari una pacca di incoraggiamento o di richiamo o dell’attenzione viene vista come una percossa. E soprattutto stupisce che mediamente venga contestato al massimo lo 0,2% di tutto il registrato. Nessuno sembra comprendere che, di conseguenza, l’analisi professionale dell’autorità giudiziaria di fatto ritiene adeguato il comportamento professionale della maestra per il 99.8 per cento. Stiamo costruendo un mare di questioni che sono evanescenti, che non sono interpretate sempre correttamente.

Torniamo alla decontestualizzazione.

Se viene registrato dagli inquirenti un mese di attività professionale della maestra e io tiro fuori quello che interessa alle indagini e cioè lo 0,2 per cento del contesto io ho decontestualizzato. Se tiro fuori il momento dello scappellotto, non faccio vedere perché ho dato lo scappellotto, semplicemente lo isolo dal contesto. Il magistrato di Cagliari dice “non si può estrapolare un frammento nell’ambito di 5 ore di lezione”. Uno strattonamento va visto nel contesto, se invece lo scuoto e gli urlo in faccia ha un suo peso, tutto va valutato, ma va visto il prima e il dopo. Mi ricordo il caso di un bambino caduto dal lettino mentre la maestra aveva scosso i letti e si è visto in cinque frame progressivi e in uno di essi si è visto che è caduto il bambino agganciato al letto ed è rotolato dal medesimo, stiamo parlando di un lettino alto 20 centimetri: è stato considerato un fatto saliente.

Sì, ma perché c’erano le telecamere Sarà successo qualcosa prima

Perché c’era stata una denuncia dai genitori per il metodo ritenuto spiccio, non proprio ortodosso della maestra, la quale però aveva i bambini che dormivano al piano di sopra, sotto arrivavano i genitori e non tutti i bambini si svegliavano e lei non poteva avere il dono dell’ubiquità, ma non c’era certo cattiveria. Guardi che la scuola è il posto più sicuro per un bambino rispetto alla famiglia dove la cronaca nera impazza. La cosa più importante è che non bisogna occupare le forze dell’ordine, occorre tenere occupati almeno dieci carabinieri per sbobinare le registrazioni per uno o due mesi, facciamo far loro qualcosa di più sensato ad esempio occupandosi ancora di più di codice rosso per la famiglia.

Con la pretesa che l’autorità giudiziaria e le forze dell’ordine non intervengano non c’è il rischio che l’opinione pubblica pensi che si vogliano lavare i panni sporchi in famiglia?

Direi che è il contrario. Occorre fare in modo che ciascuno faccia il proprio lavoro. Il dirigente scolastico può fruire dell’affiancamento di maestre e richiedere un accertamento medico. Nessuno

meglio del dirigente scolastico conosce la scuola, però c’è il rischio, almeno in astratto, che il dirigente scolastico scappi dal suo ruolo e non adempia alle sue incombenze. È il dirigente scolastico che deve rispondere a tutela dell’incolumità del bambino e anche della professionalità dell’insegnante. L’intervento tempestivo è garantito solo dal dirigente scolastico, quando invece interviene l’autorità giudiziaria si ferma il mondo e nessuno può far nulla. Si devono sentire i genitori, i testimoni, visionare le telecamere, passa del tempo e allora dico che se il bambino è davvero a rischio è meglio che intervenga al più presto il dirigente scolastico.

Erre” come riforma delle pensioni. Anche questo c’è nell’abecedario

Anni or sono la professione fu considerata gravosa ma questo non comporta nulla ai fini previdenziali. Deve invece essere definita usurante, solo allora ci potrà essere un beneficio. Tutte le situazioni che ho visto sono usuranti, quantomeno fino a che non avranno individuato le malattie professionali che nella scuola, nel terzo millennio, non ci sono ancora. Almeno non si penalizzino ulteriormente, allungando il limite di età pensionabile.

Bisogna semmai ringraziarle, le maestre”, dice lei

Certo, per ora vengono presentate come maestreghe. E nessuno si accorge di quello che fanno. Il terreno dei presunti maltrattamenti è un terreno fertile: provi a pensare a una classe dell’infanzia con 29 bambini: quanti sono gli stili di vita all’interno alla quella classe?

Ventinove, suppongo

Esatto. In più ci mettiamo quello della maestra: quanto grande sarà ha la possibilità di trovare degli scontri tra ventinove stili di vita che nascono nelle singole famiglie e quello della maestra, che ha di fronte ventinove stili di vita diversi? Dall’altra parte abbiamo ventinove famiglie che ritengono che il proprio stile di vita sia quello giusto ed è concreto il rischio che vadano a protestare da dirigenti o vadano a denunciare, sulla base spesso dei racconti dei bambini. Lei capisce che è un terreno ad altissimo rischio e pagano queste povere donne, tre sono morte di tumore mentre pendeva il procedimento penale, e c’è stato un tentato suicidio. Per non parlare dei costi: spesso devono pagare in spese giudiziarie dai 50.000 ai 200.000 euro. Sarà il caso che si intervenga, ma per ora non ho ricevuto risposta dal ministro a cui ho scritto.

Lei parla di terreno minato e di gogna mediatica

Minato è dir poco. Io vorrei che anche grazie a questa intervista le maestre si rendessero conto del pericolo e di quanto sia minato il terreno che loro calcano ogni mattina. Quanto alla gogna, queste maestre subiscono dei traumi, sono spesso maestre di paese, sono puntate a dito quando vengono tacciate come Barbablù e la gogna mediatica produce a sua volta problemi di salute a queste persone, che vedono il crollo del sistema immunitario e lo sviluppo di neoplasie.


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 Vincenzo Brancatisano

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