25 agosto 2026 – ore 11:30 – Premessa – Oggi parleremo della Turchia, l’alleato nella NATO sicuramente più difficile “da gestire” per Washington. Cercheremo di porre l’accento sulla politica estera di Ankara, usufruendo anche del contributo di autorevoli centri di ricerca internazionali. Merita ricordare che la Turchia, come noto posta tra l’Europa, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente e il Mediterraneo orientale, negli ultimi anni ha saputo sfruttare la sua strategica posizione geografica per inserirsi abilmente in tutti i tavoli diplomatici e nelle principali crisi globali, esprimendo una politica estera, come vedremo, ispirata, per altro, alla autonomia e alla indipendenza. Ankara, come ben sappiamo, dialoga con la Russia senza rompere i rapporti con la NATO, sostiene l’Ucraina senza chiudere i canali con Mosca, “interviene” in Siria e in Iraq, mantiene una presenza e una “visione particolare” in Libia, guarda al Caucaso e continua a recitare un ruolo non certo secondario nel Mediterraneo orientale, senza dimenticare, infine, la forte presenza militare e diplomatica turca in Somalia e in diverse altre realtà africane.
Questa pluralità di fronti non rappresenta unicamente il segno di una politica estera ambiziosa, ma rappresenta, secondo diversi analisti internazionali, il risultato di una posizione geografica che, in una fase di permanente disordine globale, torna ad assumere un valore assolutamente decisivo. In merito, si evidenziano alcuni dati essenziali della nazione turca per meglio inquadrare la controversa cornice economico-politica di Ankara. La Turchia si presenta sulla scena internazionale con i suoi oltre ottantotto milioni di abitanti, di cui il 70% turchi e per il 19% curdi, nella quasi totalità di fede musulmana, sunnita (99,8%).
Tuttavia, i dati macro economici non sono certo brillanti:
– PIL pro capite: 15.300 – 15.800 dollari
– Il PIL della Turchia ha registrato una crescita annua del 2,5% nel primo trimestre del 2026, in calo rispetto al 3,4% del quarto trimestre 2025
– Inflazione: 31,8% (a luglio 2026)
– Disoccupazione: 8,3%
– Disavanzo di bilancio in percentuale del PIL: 3,6%
– Debito pubblico in percentuale del PIL: 25,1%
– Disavanzo delle partite correnti in percentuale del PIL: 3,0%
https://worldleaders.columbia.edu/directory/recep-tayyip-erdogan
https://www.csis.org/analysis/strategic-ambiguity-erdogans-turkey-multipolar-world#h2-visions-of-global-order
https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09592318.2025.2607400
https://www.notiziegeopolitiche.net
La politica estera della Turchia
Dal sito del ministero degli esteri, guidato dal noto Hakan Fidan, vi propongo alcuni brevi stralci che meglio di tante parole, esprimono con chiarezza il pensiero strategico di Ankara. Come vedremo, non viene scelto un linguaggio diplomatico ma, al contrario, viene previlegiato un lessico diretto, a volte estremamente duro, sicuramente chiaro e decisamente esplicito.
Leggiamo insieme alcuni passaggi:
A livello globale, stiamo attraversando un periodo caratterizzato da crescenti incertezze, imprevedibilità, crisi e conflitti che minacciano la pace e la stabilità nella nostra regione, da un’accelerazione delle rivalità politiche ed economiche tra le varie potenze, nonché dall’erosione del multilateralismo e dei valori universali. Il contesto internazionale è plasmato dall’inadeguatezza degli attuali meccanismi di governance globale, da fragilità in aumento a livello globale ma soprattutto nella nostra regione, da crescenti disuguaglianze e dall’accelerazione della digitalizzazione.
Per eliminare le minacce e le sfide derivanti da tale contesto e per sfruttare le opportunità emergenti, la Turchia è chiamata a perseguire una politica estera forte sul campo e al tavolo delle trattative, attuando una diplomazia perspicace e agile. Avendo celebrato il cinquecentenario del Ministero degli Affari Esteri, la Turchia beneficia della sua radicata tradizione diplomatica e trae forza da diversi fattori, tra cui la sua posizione geografica centrale, la ricca esperienza storica, istituzioni solide, risorse umane qualificate e un’economia dinamica. In quanto tale, la politica estera turca rappresenta un ponte tra la tradizione e il futuro.
La politica estera turca mira a proteggere gli interessi della Turchia in un contesto regionale e globale instabile, creando al contempo le condizioni per una pace e uno sviluppo sostenibili nella nostra regione e oltre. Nel perseguimento di questo obiettivo primario, la Turchia contribuisce alla pace, alla prosperità e alla stabilità in tutto il mondo. Nel “Secolo della Turchia” , iniziato con il centenario della Repubblica di Turchia, la nostra politica estera nazionale si propone di rafforzare la pace e la sicurezza regionali, ampliare la base istituzionale delle nostre relazioni estere , promuovere lo sviluppo economico e la prosperità nella nostra regione e influenzare la trasformazione del sistema globale . Guidati dal nostro obiettivo costante di raggiungere “Pace in patria, pace nel mondo”, come affermato dal fondatore della nostra Repubblica Mustafa Kemal Atatürk , e nel quadro della visione del nostro Presidente per il ” Secolo della Turchia “, conduciamo una politica estera nazionale indipendente .
La politica estera turca mira a proteggere gli interessi della Turchia in un contesto regionale e globale instabile, creando al contempo le condizioni per una pace e uno sviluppo sostenibili nella nostra regione e oltre. Nel perseguimento di questo obiettivo primario, la Turchia contribuisce alla pace, alla prosperità e alla stabilità in tutto il mondo. La politica estera turca, che costituisce parte integrante del nostro sistema di sicurezza nazionale, dà priorità al rafforzamento della pace e della sicurezza regionale attraverso la lotta al terrorismo e all’estremismo, la prevenzione dei conflitti, la risoluzione pacifica e la mediazione, nonché l’assunzione di responsabilità a livello regionale.
Il terrorismo e le tendenze estremiste hanno raggiunto un’intensità pericolosa, con dimensioni regionali e globali. I gruppi terroristici minacciano la pace e la sicurezza internazionali. Il terrorismo è un crimine contro l’umanità che non può essere associato ad alcuna razza, etnia, religione o area geografica. È una piaga globale che richiede una risposta e una solidarietà a livello mondiale. La Turchia si è impegnata attivamente nel contrastare il terrorismo, perpetrato da qualsiasi organizzazione e con qualsiasi pretesto.
In un contesto geografico caratterizzato da conflitti attivi, congelati e potenziali, e di fronte alla realtà della distruzione economica e dei flussi migratori di massa, oltre alle enormi perdite umanitarie, la Turchia considera la risoluzione pacifica dei conflitti un obiettivo prioritario per garantire la pace e la sicurezza regionale.
La Turchia attribuisce grande importanza all’unità nazionale, alla stabilità, alla sovranità e all’integrità territoriale della Siria, nonché al benessere del popolo siriano. Nella nuova era, proseguiamo i nostri sforzi per sostenere la stabilità e la pace in Siria. Fin dall’inizio della crisi siriana, la Turchia ha chiesto una giusta ripartizione degli oneri e delle responsabilità, ospitando circa 2,9 milioni di siriani sotto protezione temporanea e sostenendo il loro ritorno dignitoso, sicuro e volontario nelle aree stabilizzate.
Dall’inizio degli attacchi israeliani a Gaza, la Turchia ha intrapreso iniziative per garantire un cessate il fuoco, impedire la diffusione geografica del conflitto, far sì che Israele risponda di fronte al diritto internazionale per il genocidio commesso a Gaza, assicurare la fornitura ininterrotta di aiuti umanitari e impedire l’esportazione di armi verso Israele.
…
Al fine di ampliare la base istituzionale delle sue relazioni estere, la Turchia si impegna ad approfondire i rapporti esistenti, sviluppandoli attraverso nuovi meccanismi di cooperazione e politiche di apertura. In quanto Paese più orientale d’Europa e più occidentale d’Asia, la Turchia mira a rafforzare le sue relazioni strategiche e a instaurarne di nuove. La Turchia intrattiene un partenariato strategico con gli Stati Uniti in quanto alleato della NATO e considera il legame transatlantico vitale per la sicurezza e la prosperità in Europa. Come membro attivo, la Turchia contribuisce in modo fondamentale al principio dell’”indivisibilità della sicurezza” all’interno della NATO. In quanto tale, la Turchia è tra i primi 5 contributori alle operazioni NATO e tra i primi 8 contributori al bilancio dell’Alleanza.
La Turchia fa parte dell’Europa ed è membro fondatore di istituzioni europee, tra cui il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. L’adesione a pieno titolo all’Unione Europea rimane una priorità strategica.
L’Organizzazione degli Stati Turchi , che abbraccia le radici civilizzatrici del mondo turco, è un esempio concreto dei nostri passi verso l’ampliamento delle basi istituzionali delle nostre relazioni estere. Questa svolta lungimirante sarà portata avanti nelle fasi successive dell’integrazione.
La Turchia è un membro attivo del G20 sin dalla sua istituzione. In seno al G20, la Turchia ha promosso il nesso tra sviluppo umanitario, crescita economica inclusiva e distribuzione equa. Con il motto “Il mondo è più grande di cinque”, coniato da Sua Eccellenza il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia si è fatta promotrice della riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’ONU, nonché di altre organizzazioni multilaterali, affinché siano adeguate alle esigenze odierne.
Il rapporto, spesso complicato, tra USA e Turchia
Il 20 agosto u.s. Congress.gov, il sito web ufficiale del governo degli Stati Uniti per le informazioni legislative federali, ha pubblicato una interessante scheda sui rapporti esistenti tra Ankara e Washington, meritevole di grande attenzione informativa. Come vedremo, il rapporto, decisamente complesso esistente tra Washington e Ankara, emerso anche negli ultimi giorni a seguito delle note forti frizioni esplose tra Gerusalemme e Ankara sul dossier Siria, per altro, oggetto di dedicato articolo, denota l’estrema difficoltà da parte dell’Amministrazione statunitense di “controllare e gestire” questo particolare alleato della NATO, assetato di autonomia decisionale e proiettato alla ricerca di un ruolo sempre più centrale nelle dinamiche regionali.
Leggiamo insieme alcuni stralci del recente documento americano per meglio comprendere l’attuale percezione statunitense della realtà turca. Il testo congressuale ci è apparso, nella sua interezza, improntato ad una estrema prudenza, colmo di diffidenza e di forti perplessità geo strategiche inerenti i rapporti da mantenere e/o da sviluppare con Ankara.
In particolare, si afferma che:
Le relazioni tra Stati Uniti e Turchia, alleata della NATO, hanno oscillato tra stretta cooperazione e notevoli divergenze. Nonostante l’appartenenza della Turchia alla NATO e gli stretti rapporti commerciali e di investimento con l’Unione Europea (UE), la Turchia sembra essere una delle numerose “potenze di medio livello” propense a diversificare le proprie relazioni estere all’interno di un sistema globale più multipolare. La politica estera turca, sempre più assertiva, è sostenuta dalla sua crescente industria della difesa, che fornisce droni e altre attrezzature collaudate in combattimento a molti altri Paesi. L’influenza regionale della Turchia è cresciuta considerevolmente durante i 23 anni di governo del Presidente (e in precedenza Primo Ministro) Recep Tayyip Erdogan, in un contesto caratterizzato da una serie di controverse politiche interne.
Nel corso dell’ultimo decennio, Stati Uniti e Turchia hanno avuto posizioni molto divergenti su alcune questioni importanti, tra cui la precedente collaborazione militare statunitense con le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda contro lo Stato Islamico, l’acquisto da parte della Turchia nel 2019 del sistema di difesa terra-aria russo S-400 e le azioni intraprese dagli Stati Uniti in risposta a tale acquisizione (sospensione della vendita di aerei da combattimento F-35 alla Turchia e imposizione di sanzioni nel 2020 ai sensi del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act, o CAATSA). Queste divergenze tra Stati Uniti e Turchia sembrano essersi in qualche modo attenuate grazie agli sforzi congiunti di entrambi i Paesi per rafforzare la NATO e l’Ucraina dopo l’invasione russa del Paese nel 2022; e a collaborare con un nuovo governo provvisorio siriano, filo-turco e a guida sunnita, dopo la caduta di Bashar al-Assad nel 2024. Nel gennaio 2026, la collaborazione tra gli Stati Uniti e le SDF si è di fatto conclusa, in quanto le forze governative siriane hanno preso il controllo delle aree della Siria settentrionale precedentemente amministrate dalle SDF.
Nell’agosto del 2026, la Turchia ha richiesto agli Stati Uniti gli F-35, unitamente alla revoca delle sanzioni previste dal CAATSA. Durante l’attuale amministrazione Trump, alcuni funzionari statunitensi hanno coltivato stretti rapporti di lavoro con le controparti turche in materia di diplomazia, riguardanti Iran, Siria, Ucraina e Gaza. Gli analisti dibattono se i potenziali vantaggi strategici ed economici derivanti dalla partnership tra Stati Uniti e Turchia dovrebbero spingere l’amministrazione Trump e il Congresso verso un maggiore impegno, oppure se le strategie di copertura adottate dalla Turchia, i legami energetici ed economici con la Russia, le divergenze con altri partner statunitensi o le controversie interne dovrebbero indurre i politici e i legislatori statunitensi a riflettere attentamente su una cooperazione più stretta.
I membri del Congresso potrebbero valutare opzioni legislative e di controllo riguardanti la Turchia, incluse possibili vendite di armi e modalità per affrontare le sanzioni e le condizioni legislative esistenti. Ad esempio, la legislazione statunitense attualmente vieta il trasferimento di F-35 alla Turchia a meno che quest’ultima non possieda più il sistema S-400 di origine russa (o altri componenti correlati). Il presidente Donald Trump si è dichiarato disponibile a una vendita di F-35 alla Turchia, ma secondo quanto riportato, il Dipartimento di Stato avrebbe informato alcuni membri del Congresso nel luglio 2026 che la Turchia “non ha ancora soddisfatto” le condizioni per il trasferimento degli F-35. Una vendita turca del sistema S-400 a un paese terzo potrebbe essere soggetta all’approvazione russa o generare ulteriori preoccupazioni per la sicurezza degli Stati Uniti. Un trasferimento di F-35 statunitensi alla Turchia potrebbe ridurre gli eventuali vantaggi militari relativi di cui potrebbero godere altri paesi che possiedono o intendono acquisire gli F-35 (tra cui Israele e Grecia).
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran del 2026 e il suo impatto sugli equilibri di potere in Medio Oriente potrebbero avere conseguenze sulla cooperazione tra Stati Uniti e Turchia. La Turchia ha rafforzato i legami di difesa con Arabia Saudita e Pakistan nell’agosto 2026 attraverso l’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca. L’aumento delle tensioni tra Turchia e Israele e la maggiore vicinanza di Israele a Grecia, Cipro ed Emirati Arabi Uniti potrebbero rafforzare gli sforzi turchi per collaborare più strettamente con altri paesi della regione (tra cui Egitto e Qatar). Turchia e Israele continuano a contendersi l’influenza nella Siria post-bellica, inasprendo ulteriormente le relazioni già compromesse dal continuo sostegno turco al gruppo islamista sunnita palestinese Hamas dopo gli attacchi e il sequestro di ostaggi dell’ottobre 2023 in Israele, e dalle azioni dell’esercito e del governo israeliano a Gaza.
Dopo il progressivo consolidamento del potere da parte del presidente Erdogan e del suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), di orientamento islamista, il governo di Erdogan ha probabilmente intrapreso le azioni più incisive contro l’opposizione politica turca negli ultimi due anni. Tra queste, l’arresto nel 2025 del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, forse il rivale più popolare di Erdogan, e la destituzione, disposta dal tribunale nel 2026, di Ozgur Ozel dalla guida del Partito Popolare Repubblicano. Ozel ha fondato il Partito Yeni (Nuovo) nel luglio 2026; le prospettive di questo partito di creare una credibile opposizione elettorale all’AKP sono incerte. La Turchia deve inoltre affrontare alcune sfide economiche, tra cui un’inflazione annua ufficiale superiore al 30%.
Parallelamente a questi sviluppi, Erdogan sta portando avanti un’iniziativa per porre fine all’insurrezione decennale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), forse anche nella speranza di ottenere il sostegno degli elettori curdi per le modifiche costituzionali in Turchia e/o per un altro mandato presidenziale per Erdogan. Le elezioni sono legalmente obbligatorie entro maggio 2028. Il PKK ha compiuto alcuni passi verso la smobilitazione e il parlamento turco ha incaricato una commissione di verificare il disarmo del PKK e di approvare il rimpatrio e l’amnistia effettiva di migliaia di membri o sostenitori del PKK residenti in Turchia, Siria, Iraq e altrove.
https://www.congress.gov/crs-product/R44000
Il pensiero israeliano sulla Turchia
Recentemente la rivista geopolitica Turkeyscope, edita dal prestigioso centro di analisi geopolitica Moshe Dayan Center (MDC) dell’Università di Tel Aviv, ha dedicato ampi spazi di analisi sulla Turchia, evidenziando alcune criticità meritevoli di approfondimento. In particolare, Ronen Bar-El docente universitario di economia, ha esaminato le basi economiche delle crescenti ambizioni regionali della Turchia, evidenziando come Ankara abbia mantenuto la sua proiezione di potere attraverso le esportazioni nel settore della difesa, partnership diversificate e un modello di “proiezione di potere in rete”, mentre l’inflazione persistente, la scarsa produttività e la dipendenza dai finanziamenti esterni continuano a limitare la sostenibilità a lungo termine della sua influenza regionale.
Sempre secondo Bar-EI, negli ultimi due decenni, Ankara ha cercato di convertire la rapida crescita e i capitali stranieri in influenza diplomatica, capacità militari e azioni di politica estera indipendenti, proiettando il proprio potere in Medio Oriente, nel Mediterraneo orientale, nel Caucaso, in Asia centrale, nei Balcani e nel Corno d’Africa.
Nel perseguire questo obiettivo, la Turchia ha ampliato la sua industria della difesa, ha istituito basi militari all’estero, ha intensificato l’uso della diplomazia militare e ha assunto un ruolo più assertivo in molteplici teatri regionali. Tuttavia, queste aspirazioni geopolitiche hanno spesso superato la capacità economica del paese di sostenerle a lungo termine. Tale ambizione si è ripetutamente scontrata con una realtà economica più fragile: deficit cronici delle partite correnti, dipendenza da finanziamenti esteri a breve termine e ricorrenti crisi valutarie che rivelano quanto dell’attivismo regionale turco sia stato finanziato piuttosto che guadagnato.
Comprendere la politica estera turca richiede quindi innanzitutto comprenderne l’economia. I vincoli economici non si sono limitati a condizionare le opzioni strategiche di Ankara, ma hanno anche plasmato i tempi, l’intensità e la sostenibilità delle sue iniziative regionali. Il comportamento esterno della Turchia non può essere pienamente compreso senza riconoscere la persistente interazione tra ambizione geopolitica e vulnerabilità economica.
In estrema sintesi, Ronen Bar-El ha affermato che il potere regionale della Turchia non può essere compreso se non si considera la sua storia economica. Due decenni di boom, squilibri e crisi hanno reso Ankara piena di risorse, ma non autosufficiente: capace di proiettare la propria influenza attraverso droni, diplomazia e partnership diversificate, ma pur sempre dipendente dagli stessi finanziamenti esterni che hanno ripetutamente destabilizzato la sua valuta e limitato le sue scelte. La proiezione di potere della Turchia rimane una funzione della liquidità esterna piuttosto che della capacità produttiva interna, e storicamente la popolazione turca ne ha sopportato il costo.
Guardando al futuro, la questione centrale non è se la Turchia rimarrà un attore regionale influente, ma se sarà in grado di sostenere le proprie ambizioni senza trasformare radicalmente le basi economiche su cui esse poggiano. Finché il risparmio interno rimarrà basso, la crescita della produttività debole, l’inflazione strutturalmente elevata e i finanziamenti esterni indispensabili, il margine di manovra strategica di Ankara continuerà a dipendere in parte dalle condizioni finanziarie internazionali e dalla disponibilità dei partner stranieri a fornire capitali, investimenti e liquidità. La stabilizzazione economica può attenuare questi vincoli, ma solo riforme strutturali durature, capaci di aumentare la produttività, rafforzare le istituzioni ed espandere le esportazioni ad alto valore aggiunto, potranno ridurli in modo permanente.
La Turchia è quindi destinata a rimanere una potenza di medio livello di rilievo, la cui influenza geopolitica supera la solidità dei suoi fondamentali economici. La sua industria della difesa in espansione, le partnership diplomatiche diversificate e la crescente presenza militare all’estero hanno permesso ad Ankara di proiettare la propria influenza a costi relativamente contenuti. Tuttavia, una leadership regionale duratura dipende in ultima analisi non solo dalle capacità militari o dall’attivismo diplomatico, ma anche dalla resilienza economica. A meno che la Turchia non completi la transizione da una crescita trainata dal capitale a uno sviluppo basato sulla produttività, la sua politica estera continuerà a riflettere la tensione tra ambizione strategica e vulnerabilità economica, costringendo i responsabili politici a bilanciare le aspirazioni regionali con i persistenti vincoli finanziari.
Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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