di Franco Fabiano – dalla pagina FB Spazio Civico Calabria 

ANTONIO BARILE E LA GIUNTA IN PIAZZA TRA CONTI, SPRECHI, DEBITI PUBBLICI E FESTINE DA DIMOSTRARE: DIECI MILIONI DI EURO DA SPIEGARE AI CITTADINI
C’è stato un momento, in Piazza Municipio, in cui la politica è uscita dalle stanze oscure del Comune per incontrare la città. Un pomeriggio di comunità, di appartenenza e di memoria collettiva, nel quale si sono ritrovati pensionati, lavoratori, contribuenti, giovani, famiglie ed emigrati che, pur vivendo lontano, continuano a portare nel mondo il nome e la dignità di San Giovanni in Fiore.

Da quella piazza si è levato il grido possente di un popolo che chiede un Paese meglio governato, più giusto, più umano e più rispettoso della dignità di ogni cittadino; una comunità nella quale gli affarismi, il clientelismo e l’inerzia non trovino spazio e nella quale chi è chiamato a servire il bene comune sappia compiere fino in fondo il proprio dovere e, quando viene meno alle proprie responsabilità, abbia il coraggio e l’onestà di assumersene le conseguenze o ANDARSENE E SPARIRE!
La “Giunta in piazza”, voluta dal sindaco Antonio Barile, è stata un’iniziativa importante perché ha riportato il confronto tra amministratori e cittadini nello spazio pubblico. Ma una piazza non può trasformarsi soltanto in un luogo dove si racconta ciò che è stato fatto o ciò che si è ereditato. Deve diventare il luogo del dialogo, delle domande scomode, delle risposte chiare e del contraddittorio, senza formalismi e senza propaganda.
Durante l’incontro, Barile ha parlato della situazione economica, istituzionale e amministrativa lasciata in eredità alla nuova Amministrazione: conti difficili, debiti, sprechi, spese e decisioni che oggi pesano sul futuro del Comune.

Ed è qui che nasce il nodo della questione.
Se davvero, come affermato dall’Amministrazione, il peso complessivo delle criticità finanziarie sfiora i dieci milioni di euro, quella cifra non può restare uno slogan politico. Deve essere spiegata fino in fondo. I cittadini hanno il diritto di sapere da dove provengano quei debiti, quali impegni comprendano, quali spese siano state sostenute, quali opere siano rimaste incompiute e quali conseguenze tutto questo produca oggi sulle casse comunali e sulla vita quotidiana della comunità.
Il riferimento alla precedente Amministrazione, guidata dalla Dottoressa Rosaria Succurro, e al ruolo dell’allora capo di gabinetto avvocato Marco Ambrogio, impone un confronto serio e documentato. La domanda è una sola: che cosa è stato fatto, quanto è costato, quali risultati ha prodotto e quale eredità è stata lasciata alla nuova Amministrazione?

La democrazia impone equilibrio.




Alla precedente Amministrazione spetta il diritto di spiegare e difendere le proprie scelte. Alla nuova spetta il dovere di dimostrare, con atti e documenti, ciò che sostiene di avere trovato. Non serve una resa dei conti personale. Serve un confronto fondato su fatti, numeri e responsabilità, nel rispetto delle istituzioni e della legge. Perché dietro un bilancio comunale non ci sono soltanto cifre. Dietro un debito c’è una responsabilità. Dietro un’opera incompiuta c’è un’attesa. Dietro una promessa di lavoro rimasta tale c’è una famiglia. Dietro un servizio che non funziona c’è un cittadino che paga ogni giorno il prezzo delle inefficienze. E dietro ogni giovane che parte c’è una comunità che perde il proprio futuro.
San Giovanni in Fiore continua a fare i conti con problemi che non possono più essere rinviati: la sanità, l’edilizia pubblica, il sistema idrico e fognario, la manutenzione del territorio, il patrimonio comunale, le opere ferme, il lavoro, le opportunità per i giovani e l’efficienza degli uffici pubblici.
Una città non vive di conferenze stampa, inaugurazioni, fotografie e comunicati. Vive di servizi che funzionano, di opere realizzate, di tempi certi, di trasparenza e di responsabilità. Quando un cittadino entra in un ufficio comunale non deve sentirsi un ospite né qualcuno che chiede un favore. Deve trovare un’istituzione al servizio della collettività.
Anche su questo occorre equilibrio. Non è giusto generalizzare né colpire indistintamente chi lavora con impegno e professionalità. Ma è altrettanto vero che chi è retribuito con risorse pubbliche ha il dovere di svolgere il proprio lavoro con competenza, correttezza, puntualità e senso dello Stato.

La pubblica amministrazione non può essere il rifugio dell’inerzia né il terreno dei favoritismi. Deve tornare a essere una casa aperta ai cittadini.
Ed è in questo contesto che colpisce la voce di Antonio Oliverio, giovane di via XXV Aprile–Canale Tommasina emigrato in Lombardia.
La sua non è soltanto una protesta. È il racconto di un’intera generazione costretta a partire per cercare altrove lavoro, dignità e futuro. È la voce di chi continua ad amare San Giovanni in Fiore e sogna di poter tornare. È la stessa voce di tanti giovani partiti per la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, la Romagna, la Svizzera, la Francia, l’America e tante altre terre, senza aver mai reciso il legame con la propria città.


E la domanda che lascia alla politica è forse la più dolorosa: «Quando potrò tornare e trovare una città nella quale valga davvero la pena vivere?»
Ecco perché il dibattito non può fermarsi ai numeri. Non bisogna chiedersi soltanto quanto costa una festa, ma quanto costa perdere un giovane. Non soltanto quanti milioni pesano sul bilancio, ma quante speranze si spengono quando un’opera resta incompiuta o un servizio pubblico fallisce. Non soltanto quante promesse vengono pronunciate, ma quante diventano lavoro, sviluppo e opportunità.
C’è però un punto sul quale la politica non può più permettersi ambiguità. Non può bastare il solito ritornello della “denuncia delle irregolarità”. Da troppi anni i cittadini ascoltano accuse, conferenze stampa, comunicati, dichiarazioni roboanti. Si parla di sprechi, anomalie, debiti, determine e irregolarità. Poi tutto si ferma. Restano le parole, resta la carta, ma non arrivano mai gli accertamenti, le responsabilità, le conseguenze.

Questo è ciò che i cittadini non vogliono più vedere. Se esistono sprechi o irregolarità, non basta annunciarli in piazza o scriverli in un comunicato. Bisogna documentarli, verificarli e, se ne ricorrono i presupposti, trasmetterli agli organi competenti perché vengano accertati nelle sedi previste dalla legge.
Altrimenti la denuncia diventa soltanto un esercizio retorico. La città non ha bisogno di sospetti permanenti. Ha bisogno di verità. Ha bisogno di documenti. Ha bisogno di fatti. Ha bisogno di risultati.
Se esistono responsabilità amministrative, devono essere chiarite. Se esistono irregolarità, devono essere accertate. Se non esistono, bisogna avere il coraggio di dirlo con la stessa chiarezza con cui si formulano le accuse. Perché amministrare significa soprattutto assumersi la responsabilità di trasformare le parole in azioni.
Denunciare è soltanto il primo passo. Il dovere verso la comunità comincia dopo: verificare, spiegare, accertare e agire. Diversamente, anche la denuncia più grave rischia di diventare l’ennesimo capitolo di una storia che San Giovanni in Fiore conosce fin troppo bene: molte parole, molte promesse, molta carta e pochi risultati.

La “Giunta in piazza” può allora diventare qualcosa di più di un appuntamento politico. Può diventare l’inizio di un confronto vero sul futuro della città: sui conti pubblici, sulla sanità, sul lavoro, sui giovani, sulle opere incompiute, sull’efficienza della macchina comunale e sulla qualità dell’amministrazione.
Perché il futuro non si costruisce cercando ogni giorno un colpevole. Si costruisce riconoscendo gli errori, assumendosi le responsabilità e correggendo ciò che non ha funzionato.
Il potere pubblico è un servizio, non un privilegio. Ed è questo che oggi San Giovanni in Fiore chiede alla politica: serietà, trasparenza, competenza, coraggio e amore per la propria terra.
La voce di Antonio Oliverio, che arriva dalla Lombardia e torna idealmente tra via Maruzza-Canale Tommasina e le montagne della Sila, racchiude il desiderio di un’intera comunità: «Fate della mia terra un luogo nel quale io possa ancora credere. Un luogo nel quale possa tornare. Un luogo che possa amare non soltanto con la nostalgia, ma con la speranza.»

Forse è questo il significato più profondo della Giunta in piazza: non soltanto parlare alla città, ma ascoltarla. Non soltanto raccontare il passato, ma spiegare il presente e costruire il futuro.
Perché San Giovanni in Fiore non chiede miracoli. Chiede una politica che possa guardare negli occhi i propri figli, anche quelli emigrati, e dire con credibilità: «Partire non sarà più una condanna. Tornare non sarà più soltanto un sogno. Questa è la tua terra, questa è la tua città: puoi ancora viverla, costruirla e amarla.» È questo, prima ancora dei dieci milioni di euro, il vero bilancio morale che una comunità ha il diritto di pretendere dalla propria politica.


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