16 giugno 2026 – ore 15:00 – Premessa – Tutti i media ci stanno proponendo, con dovizia di particolari, i termini dell’accordo intervenuto tra Iran e Stati Uniti. La fine di un’assurda guerra, che segna sicuramente una dura battuta d’arresto politico-diplomatica americana ma che, tuttavia, sembra voler evidenziare la necessità di ridefinire al più presto le aree di influenza geostrategiche tra le grandi potenze, tra i diversi imperi. L’alternativa è il conflitto permanente, con il rischio di un’escalation senza fine. Pertanto, mentre le tensioni tra Iran e USA si stanno sensibilmente alleggerendo e la devastante crisi di Hormuz appare essere giunta al suo epilogo, sembra evidenziarsi una sorta di “necessaria riflessione” interna alle diverse cancellerie europee anche sul conflitto tra Russia e Ucraina. In tale cornice, dobbiamo ricordare le improvvise dimissioni del ministro della Difesa britannico John Healey e la crescente insofferenza manifestata da diversi leader europei nei confronti sia dell’inflessibile tedesca Ursula von der Leyen sia dell’arguta ed esperta diplomatica estone Kaja Kallas, il tutto accompagnato dalle dichiarazioni di Trump sul conflitto nella martoriata Ucraina, a margine del G7 in corso a Evian, in Francia. Contemporaneamente, nel quadrante mediorientale si registrano frizioni crescenti tra Turchia e Israele, dove Ankara si pone come difensore globale delle “sacre libertà violate da Gerusalemme”, dimenticandosi di aver sterminato i curdi per decine di anni, nell’indifferenza generale; di aver soffocato con la violenza le minoranze politiche interne; delle costanti e ripetute epurazioni di vertici politici e militari; nel solco, inoltre, della volontà di continuare a sostenere almeno politicamente Hamas, con cui condivide il progetto politico-religioso della “fratellanza musulmana”.
La storia va raccontata tutta!
Conosco abbastanza bene la splendida Turchia, e non solo attraverso il suo incredibile mare di un blu intenso e avvolgente, le sue coste meravigliose colme di cultura greca e romana, la splendida Efeso tra molte altre bellezze immortali, ma anche perché ero affascinato dal pensiero illuminato di Atatürk, declinato attraverso i noti principi laici del kemalismo.
Da oltre vent’anni seguo con attenzione l’evoluzione della strategia politica e militare, decisamente aggressiva, del suo attuale e inossidabile leader, Recep Tayyip Erdoğan, il nuovo califfo, a capo del partito ultranazionalista conservatore AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), fortemente ancorato all’ideologia sunnita della citata “fratellanza musulmana”.
Un leader carismatico, certamente più temuto che amato!
Merita evidenziare che il presidente turco continua a esprimere indubbie abilità politiche, mantenendo la Turchia saldamente in seno alla NATO e continuando, come le Moire, antiche divinità greche, a tessere pazientemente relazioni privilegiate sia con Mosca sia con Washington, sia con Teheran sia con tutte le monarchie del Golfo.
Negli ultimi anni, ricordiamo, la Turchia ha intrapreso una politica decisamente aggressiva nel Corno d’Africa (Somalia in primis), nell’Africa settentrionale (Libia e non solo) e in Siria (controllandone una parte considerevole), con l’ambizione di divenire anche un punto di riferimento certo per l’Islam sunnita, sia sotto il profilo religioso sia sotto quello politico, nell’intero Medio Oriente.
Disponendo delle Forze Armate più numerose e tecnologicamente avanzate, sia in Medio Oriente sia nel quadrante caucasico, si sta già evidenziando sulla scena internazionale come primo antagonista sia nei confronti di Israele sia nei confronti delle politiche europee in Medio Oriente, nell’Africa settentrionale e nel Corno d’Africa.
Oggi cercheremo, in estrema sintesi, di evidenziare alcune di queste situazioni, cercando in tal modo di comprendere meglio l’evoluzione di un mondo impazzito, alla ricerca disperata di nuovi equilibri.
Londra: le dimissioni improvvise del ministro della Difesa John Healey e del ministro delle Forze Armate Al Carns
La BBC, l’11 giugno u.s., dedica ampio risalto alle improvvise e inaspettate dimissioni dal governo del primo ministro Sir Keir Starmer sia del ministro della Difesa John Healey sia del ministro delle Forze Armate Al Carns.
In una lettera al primo ministro, Healey ha affermato che il piano di investimenti per la difesa del Regno Unito “è ben lontano da quanto necessario per la difesa e per il Paese in questo momento pericoloso”.
In una lettera di dimissioni separata, presentata poche ore dopo, Carns ha dichiarato di non poter “in coscienza presentarsi al tavolo delle trattative e difendere un livello di investimenti che so essere inadeguato al compito”.
Leggiamo insieme il testo di queste due missive, sicuramente amare, perché ci aiutano a comprendere meglio la situazione generale esistente non solo in Gran Bretagna, ma nell’intera Europa, al di là delle dichiarazioni roboanti che continuamente ci vengono proposte dal mainstream.
La lettera di Healey a Sir Keir Starmer
“Caro Keir,
questa è una lettera che non avrei mai pensato di scrivere, e lo faccio ora con grande rammarico e riluttanza.
Sono orgoglioso di ciò che abbiamo realizzato in meno di due anni come governo laburista. Abbiamo assunto un ruolo guida a livello internazionale per l’Ucraina con la Coalizione dei Volenterosi e il Gruppo di Contatto per la Difesa dell’Ucraina; abbiamo affermato la Gran Bretagna come voce di riferimento per l’Europa nella NATO; abbiamo aumentato gli investimenti nella difesa al 2,5% del PIL tre anni prima di quanto chiunque si aspettasse; abbiamo avviato le riforme della difesa più profonde degli ultimi 50 anni; abbiamo ottenuto i maggiori contratti di esportazione nel settore della difesa del Regno Unito degli ultimi decenni; abbiamo pubblicato una revisione strategica della difesa senza precedenti; abbiamo concesso alle nostre Forze Armate il maggiore aumento salariale degli ultimi quasi 20 anni; abbiamo migliorato il morale dei militari; abbiamo sistemato oltre 1.200 alloggi in pessime condizioni per le famiglie delle Forze Armate; abbiamo ristabilito le relazioni con gli alleati europei e abbiamo firmato importanti accordi di difesa con Germania, Norvegia e Francia.
Lei ha guidato questo processo in qualità di primo ministro, guadagnandosi ampio rispetto in patria e all’estero. Come me, so che è estremamente orgoglioso delle nostre Forze Armate e di tutti coloro che lavorano nella Difesa del Regno Unito.
Siamo entrati al governo consapevoli che la Gran Bretagna si trovava ad affrontare una nuova era di minacce che richiedeva una nuova era per la difesa. La SDR (Strategic Defence Review), da noi commissionata congiuntamente, ha definito la visione decennale per trasformare le nostre Forze Armate, rafforzare le alleanze, investire nella tecnologia che sta cambiando il modo di fare la guerra e sostenere l’industria britannica affinché la difesa diventi un motore di crescita.”
Questa nuova era per la difesa ha richiesto ulteriori investimenti attraverso il Piano di Investimenti per la Difesa (DIP). L’eccellente e approfondito lavoro intergovernativo concluso a gennaio, sotto la supervisione mia, vostra e del Cancelliere, ha confermato la portata della sfida e le crescenti esigenze in materia di difesa.
Da allora, non siete stati in grado, e il Tesoro non ha voluto, impegnare le risorse di cui la nazione ha bisogno per difendere il Paese in questo momento di crescenti minacce. Da allora, le esigenze in materia di difesa sono ulteriormente aumentate, così come gli impegni che il Regno Unito ha giustamente assunto nei confronti degli alleati.
Il conflitto in Medio Oriente, con il Regno Unito ora alla guida della missione militare multinazionale nello Stretto di Hormuz; la sicurezza nell’Alto Nord, con il Regno Unito ora alla guida della missione NATO Arctic Sentry; l’intensificarsi dell’attività russa nei confronti del Regno Unito e dei Paesi NATO e l’aumento degli attacchi in Ucraina, con l’Accordo di Parigi che ha confermato un dispiegamento britannico in Ucraina dopo un cessate il fuoco.
Abbiamo lavorato per garantire un Piano di Investimenti per la Difesa che persegua due obiettivi. In primo luogo, affrontare le crescenti esigenze operative in materia di difesa e intensificare le azioni della SDR (Strategic Defence and Research) per far fronte alla minaccia in aumento. In secondo luogo, definire un percorso chiaro per rispettare il nuovo impegno NATO che avete assunto di destinare il 3,5% del PIL alla difesa entro la prossima revisione della spesa, prevista per il 2035.
Come abbiamo discusso più volte, sono certo che la Gran Bretagna debba fissare come obiettivo primario il 3% del PIL da destinare alla difesa entro il 2030. Questo impegno godrebbe di un forte sostegno trasversale. Anche altri alleati europei si stanno muovendo in questa direzione.
So quanto duramente avete lavorato per arrivare a questo punto. E, nel finanziare il DIP, riconosco pienamente la pressione che ciò comporta per i colleghi di altri dipartimenti, sia ora, dato che le spese necessarie sono state dirottate verso la difesa, sia in futuro.
Sono molto grato ai colleghi che hanno sostenuto questa iniziativa e comprendo quanto difficili siano state le loro scelte. Come vi ho già spiegato, esistono modalità credibili per affrontare le sfide di finanziamento a medio termine, lavorando a livello multinazionale e seguendo l’esempio di altre nazioni europee, così da tutelare la nostra capacità di realizzare gli obiettivi del governo laburista.
Tuttavia, il vostro accordo finanziario DIP, che mi è stato comunicato integralmente lunedì pomeriggio di questa settimana, è ben al di sotto di quanto necessario per la difesa e per il Paese in questo momento pericoloso.
Il sostegno aggiuntivo è concentrato nei primi due anni, quando la pressione delle operazioni e l’imperativo di accelerare la prontezza al combattimento saranno maggiori, e sale solo al 2,68% del PIL nel 2030, quando raggiungeremo il 2,6% già l’anno prossimo con gli investimenti che stiamo effettuando.
La settimana scorsa avete esplicitato le minacce: “Secondo le nostre valutazioni dell’intelligence e quelle degli altri Paesi della NATO, la Russia potrebbe attaccare la NATO già nel 2030”.
Lei sa di cosa ha bisogno la difesa. Ha sostenuto questa tesi con grande forza nel suo discorso alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dello scorso febbraio.
Senza un DIP che risponda alle esigenze attuali in questo modo, sono costretto a prendere decisioni che ridurrebbero la prontezza operativa delle nostre Forze Armate e aumenterebbero il rischio per il personale impegnato nelle operazioni, rendendo potenzialmente il Paese meno sicuro.
Dopo avervi spiegato che non sarei stato in grado di accettare un accordo DIP che non fornisse alle nostre Forze Armate le risorse di cui hanno bisogno, non mi resta altra scelta che presentare le mie dimissioni da Segretario alla Difesa.
Vi auguro di continuare ad avere la forza necessaria per affrontare le eccezionali sfide che vi attendono in qualità di Primo Ministro.
Come sempre, il nostro governo laburista continuerà ad avere il mio pieno sostegno.
Onorevole John Healey, membro del Parlamento
Lettera di Carns a Sir Keir Starmer, ancora più incisiva
“Primo Ministro,
è stato il privilegio della mia vita servire questo Paese, prima in uniforme e poi al governo.
Ho affermato che questo Ministero si trova ad affrontare problematiche che non ammettono soluzioni semplici e che è necessario un consenso a livello governativo sulla portata delle sfide che ci attendono. Mi è ormai chiaro che il cambiamento che avevo auspicato non si concretizzerà.
Data la situazione, ho deciso di rassegnare le dimissioni da Ministro delle Forze Armate.
Ci troviamo ad affrontare un mondo più instabile e pericoloso che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni e, avendo trascorso gran parte della mia vita adulta in uniforme, comprendo cosa richieda il servizio pubblico in un momento come questo.
È proprio per questo motivo che non posso continuare.
Da marine, ho visto con i miei occhi come si presenta oggi la guerra moderna. Ho parlato con chi l’ha vissuta da vicino in Ucraina. La lezione è scomoda e inequivocabile.
La natura del conflitto sta cambiando più velocemente di quanto i nostri sistemi di approvvigionamento riescano a tenere il passo. Continuiamo ad acquistare capacità adatte alla guerra passata, mentre i nostri avversari si armano per la prossima guerra.
Piattaforme che costano miliardi possono essere neutralizzate da sistemi che ne costano migliaia. Qualsiasi piano serio di investimenti nella difesa deve partire da questa realtà.
Pur non avendo avuto alcun ruolo nella stesura del Piano di Investimenti per la Difesa, questa distanza mi permette di affermare con chiarezza che non è adeguato alla minaccia che ci troviamo ad affrontare. Non è né sufficientemente innovativo né adeguatamente finanziato.
Stiamo chiedendo alle nostre Forze Armate di operare in un mondo più pericoloso con un bilancio concepito per un mondo più tranquillo.
Ho partecipato alle riunioni, ho esaminato le valutazioni e ho parlato con i comandanti ai quali verrà chiesto di fare di più con meno, e non posso, in coscienza, presentarmi al tavolo delle trattative e difendere un livello di investimenti che so essere inadeguato al compito.
Un Paese serio finanzia la propria difesa per far fronte alla minaccia che effettivamente deve affrontare, non alla minaccia che vorrebbe affrontare.
Lo stesso istinto, secondo cui i problemi seri possono essere gestiti piuttosto che affrontati, permea il Northern Ireland Legacy Bill. Ho lavorato per riformare il disegno di legge dall’interno, ma rimane inadeguato allo scopo.
Rischia di deludere proprio i veterani che pretende di proteggere. Uomini e donne con cui ho prestato servizio, accanto ai quali ho seppellito amici, persone che hanno fatto il loro dovere in condizioni che la maggior parte dei cittadini di Westminster non dovrà mai immaginare.
Ho esposto i cambiamenti che ritenevo necessari e i limiti che, in coscienza, non potevo superare. Tali limiti non sono stati accettati.
Non ho più margine per sostenere onestamente questa causa dall’interno del governo. Un ministro in carica non può chiedere ai suoi colleghi veterani di fidarsi di un processo di cui lui stesso non si fida più.
Questi due fallimenti sono, in realtà, lo stesso fallimento. Chiediamo ai soldati di combattere per questo Paese. In cambio, dobbiamo loro l’equipaggiamento necessario per svolgere il loro compito e la lealtà di sostenerli una volta terminato.
Stiamo fallendo su entrambi i fronti.
La stessa mancanza di serietà si riflette nel modo in cui questo Paese tratta le persone da cui chiede di più, sia in uniforme sia fuori servizio.
Troppi lavoratori in questo Paese si sentono insicuri anche quando fanno tutto nel modo giusto. Lavorano sodo, contribuiscono alla società, pagano le tasse e, tuttavia, temono che basti un piccolo intoppo per ritrovarsi nei guai.
La fiducia del pubblico nelle istituzioni si sta indebolendo e la politica appare sempre più una mera messinscena, mentre la vita quotidiana si fa più difficile.
L’apparato governativo stesso è stato lasciato al degrado. Decisioni che dovrebbero richiedere giorni ne richiedono mesi. I dipartimenti si combattono tra loro invece di affrontare il problema. Funzionari e ministri che conoscono la verità non sempre vengono premiati per averla detta.
Stiamo cercando di governare un mondo più pericoloso con processi concepiti per un mondo più tranquillo e la discrepanza si sta ora manifestando proprio nelle cose che contano di più.
La resilienza nazionale va oltre la difesa in senso stretto. Un Paese forte non è semplicemente un Paese con Forze Armate efficienti. È un Paese in cui i lavoratori si sentono economicamente sicuri, i servizi pubblici funzionano, l’approvvigionamento energetico è resiliente, le comunità sono stabili e i giovani possono intravedere un futuro per cui valga la pena impegnarsi.”
Se le mie dimissioni accelereranno la transizione verso una soluzione, l’impatto sarà di gran lunga superiore al gesto stesso.
Abbiamo bisogno di un nuovo modo di governare e ne abbiamo bisogno ora. Da parte mia, continuerò a sostenere una politica fondata sulla resilienza, la serietà e il rinnovamento nazionale. Per un Paese in cui i lavoratori possano di nuovo guardare al futuro con fiducia. E per il personale militare e i veterani, verso i quali questo governo ha ancora un dovere.
Il patto che questo Paese stringe con le persone che lo servono, in uniforme, nelle aule scolastiche e nei cantieri edili, è fallito. Dedicherò il mio tempo, seduto tra i banchi dell’opposizione, a cercare di ripararlo.
Continuerò a lottare per le persone con cui ho prestato servizio. Spero che anche questo governo farà lo stesso.
Cordiali saluti,
Al Carns DSO OBE MC MP
Membro del Parlamento per Birmingham Selly Oak
Alla luce di quanto sopra, ora comprendiamo meglio l’insofferenza statunitense nei confronti di Starmer, sia sotto il profilo degli stanziamenti britannici al comparto della Difesa, prima promessi e poi negati, sia nell’ottica generale di un minor impegno americano in Europa.
Tali dimissioni stanno mettendo a nudo, altresì, non solo la perdurante crisi politica britannica, ma anche il profondo bluff europeo del tanto declamato faraonico progetto di armamento.
Tutte le cancellerie europee sono in estrema difficoltà e le oggettive priorità della Difesa sono necessariamente destinate a essere riviste attraverso una lenta programmazione decennale e non certo caratterizzate da improvvise accelerazioni, che non potrebbero essere comprese dalle popolazioni, attanagliate da una crisi economica che non sembra allentarsi.
Anche la Germania, al di là delle continue dichiarazioni sferzanti provenienti dal Ministero della Difesa di Berlino, vive un momento politico caratterizzato da forti lacerazioni interne. Le temute elezioni si avvicinano con lo spettro di un possibile dilagare dell’estremismo di AFD (Alternative für Deutschland), guidato dalla nota economista Alice Weidel.
Il segretario generale della NATO, l’olandese, pianista e austero Mark Rutte, che a volte sembra essere calato sulla Terra da un altro pianeta, in relazione alle dimissioni di John Healey e di Al Carns, si è limitato a dichiarare di essere rimasto fortemente sorpreso e di non averne avuto alcun sentore in precedenza.
In tale quadro, mi trovo assolutamente allineato con il pensiero di diversi analisti internazionali che da giorni affermano che gli europei, impossibilitati a soddisfare le promesse fatte di importanti aumenti costanti nel settore della Difesa, richiederanno a Washington un dilazionamento dello sforzo e il contemporaneo mantenimento in Europa dell’impianto di sicurezza militare americano.
Washington, che ben conosce le due facce della medaglia della maggioranza dei Paesi europei, ci concederà il mantenimento dell’“ombrello protettivo”, continuando a trattarci da “clientes”, nella certezza che la possibile minaccia ai propri interessi, potenzialmente rappresentata da una ipotetica Federazione degli Stati Uniti d’Europa, rappresenta oggi unicamente una lontana chimera.
Trump parla di Ucraina e l’Europa trema!
Politico, il noto think tank americano, ha riportato fedelmente le parole di Trump appena arrivato a Evian per partecipare al G7: “Ora che questo è finito (Hormuz-Iran), ci concentreremo su quello (Ucraina) e vedremo se riusciamo a portarlo a termine. Venticinquemila persone al mese muoiono, per lo più soldati. Questo non dovrebbe accadere”, suscitando “vivo allarme” in diverse cancellerie europee.
Secondo Politico, in particolare, dietro le quinte, i funzionari europei avrebbero espresso il timore che il presidente degli Stati Uniti, liberato dalla gestione quotidiana della crisi iraniana, possa riprendere il controllo dei colloqui di pace sull’Ucraina, mettendo nuovamente da parte la strategia europea e facendola definitivamente deragliare.
Tale strategia sarebbe estrinsecabile nel continuare una guerra di logoramento sine die, attraverso una pressione costante sulla Russia e mantenendo inalterato il pieno sostegno finanziario e militare all’Ucraina.
“Il fatto che Trump fosse distratto non era necessariamente una cosa negativa”, ha affermato un diplomatico dell’UE alla testata americana, chiedendo di rimanere anonimo.
https://www.politico.eu/article/donald-trump-ukraine-peace-talks-g7-european-allies/
Il Cremlino ci informa del colloquio tra Putin e Trump
Desidero portare alla vostra attenzione il comunicato redatto dal Cremlino in merito al colloquio informale intercorso il 14 giugno u.s. tra Putin e Trump.
L’attento uso delle parole, la volontà di sottolineare il carattere informale del colloquio, il forte rispetto reciproco manifestato tra i due leader e l’evidenziazione del ruolo svolto da Mosca nella soluzione della crisi iraniana appaiono tutti elementi favorevoli, diretti a riprendere in mano congiuntamente (USA-Russia) la crisi ucraina, allo scopo di trovare una soluzione per una “pace possibile”.
A conferma di ciò, merita evidenziare che, in tempi brevi, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner saranno a Mosca per ricercare una soluzione alla crisi.
Leggiamo insieme:
Il consigliere presidenziale Yury Ushakov:
“Il presidente russo Vladimir Putin ha telefonato oggi al presidente degli Stati Uniti per fargli gli auguri di buon compleanno in occasione del suo ottantesimo compleanno.
La conversazione è stata cordiale e franca ed è durata poco meno di un’ora, per la precisione 55 minuti.
Come prevedibile, non si è trattato di un semplice scambio di convenevoli. Il presidente Trump ha ricevuto ben più di parole gentili e auguri: i due leader hanno discusso anche di questioni chiave relative all’attuale situazione internazionale, allo sviluppo delle relazioni tra Russia e Stati Uniti e a possibili futuri contatti tra i rappresentanti di entrambe le parti.
Quanto ai saluti, sono stati informali e hanno rispecchiato la natura del rapporto personale tra i due leader. Il presidente russo non ha nascosto il suo rispetto per lo spirito combattivo di Donald Trump, per la sua capacità di resistere ai colpi, superare con successo gli ostacoli e perseguire con tenacia i propri obiettivi.
Donald Trump è rimasto commosso dalle parole e ha ringraziato Vladimir Putin, ricordando che era stato il primo leader straniero a telefonargli alla Casa Bianca.
Vorrei sottolineare ancora una volta che la conversazione è stata informale e, aggiungerei, non priva di un tocco di umorismo.
Vi svelerò persino un segreto: Donald Trump non è del tutto entusiasta del numero 80, dato che è pieno di energia e vigore.
Va inoltre ricordato che Vladimir Putin ha naturalmente rivolto i suoi migliori auguri alla First Lady Melania Trump, elogiando il suo ruolo nel ricongiungere i bambini russi e ucraini con le loro famiglie.
Donald Trump, a sua volta, ha trasmesso i saluti e la gratitudine della moglie per l’aiuto ricevuto dalla Russia.
Per concludere la parte cerimoniale e di congratulazioni dell’intervento, vorrei ricordare che Vladimir Putin ha ringraziato Donald Trump per il suo caloroso messaggio di auguri in occasione della Giornata della Russia, nel quale ha espresso rispetto per il popolo russo.
Naturalmente, la conversazione ha toccato anche la situazione relativa al memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran.
Donald Trump ha affermato che un accordo era vicino e ha espresso la speranza che i risultati dei negoziati, difficili ma in definitiva positivi, potessero essere annunciati oggi.
Ha riconosciuto che il percorso verso l’accordo è stato arduo, con molti ostacoli incontrati, non solo da parte della leadership iraniana. In definitiva, tuttavia, gli sforzi dei negoziatori americani, con l’assistenza dei mediatori pakistani e qatarioti, hanno prodotto un risultato accettabile.
Trump ha espresso gratitudine per il coinvolgimento della Russia e, in particolare, per le sue proposte volte a trovare soluzioni costruttive.
Da parte nostra, abbiamo espresso soddisfazione per la capacità degli Stati Uniti di contenere il conflitto che avrebbe potuto incendiare l’intera regione e persino estendersi oltre i suoi confini.
Il presidente Putin ha ribadito la sua disponibilità a continuare a lavorare per stabilizzare la situazione e affrontare le problematiche profondamente radicate che necessitano ancora di una seria soluzione.
Riguardo al conflitto in Ucraina, Donald Trump ha ribadito l’importanza di cessare le ostilità. Ha affermato di essere pronto a influenzare sia i suoi partner europei sia Kiev, anche in occasione dei prossimi incontri al vertice del G7.
Ha inoltre sottolineato come i recenti attacchi contro infrastrutture civili in territorio russo complichino il processo di risoluzione.
Il presidente Trump ha anche dichiarato che una rapida conclusione del conflitto potrebbe aprire nuove prospettive per le relazioni tra Russia e Stati Uniti.
Da parte sua, Vladimir Putin ha comunicato il messaggio che nessun tentativo del regime di Kiev di colpire le infrastrutture civili russe potrà ribaltare la situazione sul campo di battaglia, cruciale per l’Ucraina.
Non c’è dubbio che a Évian-les-Bains gli europei e Zelensky cercheranno di dipingere un quadro diametralmente opposto, proponendo solo idee che prolungheranno il conflitto e le ostilità.
Bisognerebbe dire allo stesso Zelensky che, invece di seppellire nuovamente i criminali nazisti con onorificenze, farebbe meglio a ricordare la tragedia dell’Olocausto.
Se il capo del regime di Kiev dovesse nuovamente menzionare un possibile incontro con il leader russo, come abbiamo già detto in passato, è libero di venire a Mosca se desidera un incontro.
È significativo che, rispondendo a queste parole, Donald Trump abbia parlato dell’alleanza tra i nostri due Paesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha affermato che questa alleanza non deve assolutamente essere dimenticata.
Colleghi, credo di aver riassunto i punti chiave della conversazione telefonica.
Vorrei anche aggiungere che, ricordando il successo dei Mondiali FIFA 2018 in Russia, Vladimir Putin ha augurato successo agli organizzatori americani del campionato di quest’anno.
E un’ultima cosa: è stato concordato che gli inviati speciali del presidente degli Stati Uniti, Steve Witkoff e Jared Kushner, attualmente profondamente coinvolti nelle questioni iraniane, torneranno in Russia a breve.”
http://en.kremlin.ru/events/president/news/80030
La reazione di Zelensky
“Vi auguro buona salute, cari ucraini!
Ho appena parlato con il presidente degli Stati Uniti, il presidente Trump. Gli ho fatto gli auguri per il suo compleanno e per l’anniversario dell’Esercito degli Stati Uniti: oggi l’America celebra due ricorrenze.
Abbiamo avuto un’ottima conversazione e non si è trattato solo di auguri, ma anche di molti argomenti chiave: la guerra, le sue origini, le opportunità diplomatiche e le posizioni dei nostri partner.
Abbiamo parlato a lungo e in dettaglio. Abbiamo un solo desiderio per il presidente Trump, da parte di tutti gli ucraini: che possiamo finalmente raggiungere la pace e conseguire questo risultato insieme agli Stati Uniti e a tutti i nostri partner.
Questa è la cosa più importante che tutti noi desideriamo, ed è fondamentale che la società americana sostenga pienamente questa nostra aspirazione ucraina, l’aspirazione a una pace dignitosa, e ci sostenga nella difesa contro la guerra della Russia.
Le dichiarazioni del presidente Trump di oggi sono state assolutamente azzeccate, soprattutto per quanto riguarda la Crimea: è stata l’annessione della Crimea da parte della Russia a dare inizio a tutto e, se all’epoca ci fosse stata una leadership forte, questa guerra semplicemente non sarebbe scoppiata.
Ho ringraziato il presidente degli Stati Uniti per tutto l’aiuto fornito dagli Stati Uniti. Abbiamo concordato il nostro incontro: nei prossimi giorni si terranno le riunioni del G7 in Europa e, naturalmente, l’Ucraina, la nostra difesa e le nostre prospettive di pace saranno tra i temi principali.
Abbiamo già un programma intenso per tutta la prossima settimana, che include incontri con i nostri partner europei e con tutti i partecipanti al G7. Sarà una settimana importante e contiamo sui risultati.
Prima di tutto, naturalmente, la difesa aerea per l’Ucraina, gli accordi politici che rafforzeranno le nostre difese qui in Ucraina, l’apertura di un cluster per l’Ucraina e la Moldavia e ulteriori passi verso una pace duratura.
Discuteremo alcune idee con i nostri partner, idee che, per ora, non sono pubbliche.
Oggi abbiamo anche un motivo per essere particolarmente grati al Regno Unito: gli inglesi hanno fermato una petroliera russa al largo delle loro coste e questo è il primo passo di questo tipo compiuto specificamente dal Regno Unito.
Quest’anno, i fermi della flotta ombra russa nelle acque europee sono diventati una prassi consolidata. Bisogna fermare il petrolio per avvicinare la fine della guerra della Russia.
Grazie, Gran Bretagna!
Ci consulteremo con i nostri partner europei in merito a modifiche legislative che consentirebbero finalmente di sequestrare per periodi più lunghi le petroliere che alimentano la guerra di Putin, e solo la sua, e di confiscare questo petrolio.
Oggi, in Ucraina, abbiamo anche pubblicato gli ultimi dati dell’intelligence, riguardanti i rapporti e i documenti che finiscono sulla scrivania della leadership russa. Si tratta di rapporti a lui sgraditi e, per di più, non del tutto veritieri.
Il gradimento sia di Putin sia del suo partito al governo sta calando, e in modo evidente. Questa tendenza è inarrestabile: lui deve esserne consapevole, deve percepirlo, soprattutto quando risponde negativamente alle nostre proposte di un incontro, di negoziati e di una vera fine della guerra.
Naturalmente, sono grato a ciascuno dei nostri soldati, a tutti gli ucraini che difendono le posizioni del nostro Stato, che lavorano per l’Ucraina e che ci aiutano a tutelare i nostri interessi nazionali.
Quest’estate dobbiamo essere tutti il più efficaci e attivi possibile: non sprechiamo un solo giorno e non ci lasciamo sfuggire nessuna opportunità.
Contiamo sui risultati della prossima settimana e stiamo lavorando, lavorando per far sì che ciò accada.
Gloria all’Ucraina!”
Conclusione
Ho dipinto la pace di Talil Sorek
“Avevo una scatola di colori,
brillanti, decisi e vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso per il sangue dei feriti,
non avevo il nero per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco per il volto dei morti,
non avevo il giallo per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste per i chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta
e ho dipinto la pace.”
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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