di Giovanni Talente
Le esportazioni cinesi sono cresciute del 23,9% su base annua a luglio 2026, a 397,85 miliardi di dollari, secondo i dati dell’Amministrazione generale delle dogane diffusi il 7 agosto. Le importazioni sono salite del 27,5% a 285,35 miliardi e il surplus commerciale si è attestato a 112,5 miliardi, sopra le attese di circa 107 miliardi ma in calo dai 125,6 miliardi di giugno. Nei primi sette mesi dell’anno l’avanzo ha raggiunto 687,37 miliardi, con esportazioni a +18,5% e importazioni a +26,7%. Il saldo cumulato degli ultimi dodici mesi vale 1.188 miliardi di dollari, dopo il record di circa 1.190 miliardi del 2025. Sul fronte interno il quadro è opposto: il Pil cinese è cresciuto del 4,7% nel primo semestre 2026, con il secondo trimestre sceso al 4,3%, e le vendite al dettaglio si sono mosse tra il -0,6% di maggio e il +1,3% di giugno.
È cambiata la merce. A luglio le esportazioni cinesi di circuiti integrati sono aumentate del 117% su base annua e quelle di prodotti ad alta tecnologia del 40,7%, mentre i prodotti meccanici ed elettrici hanno pesato per oltre il 60% delle spedizioni nei primi sette mesi. A giugno la Cina aveva esportato per la prima volta oltre un milione di veicoli in un solo mese, con un valore in crescita del 70%, e i costruttori cinesi avevano raggiunto il 15% del mercato europeo dell’elettrico, mentre il surplus verso l’Unione europea toccava il record di 32,9 miliardi di dollari. «Il boom del commercio cinese ha rallentato un poco a luglio», ha commentato Julian Evans-Pritchard di Capital Economics, che attribuisce la tenuta dei valori alla domanda globale di elettronica e di prodotti green.
Su questa divaricazione tra domanda interna e domanda estera si è concentrata una commentary pubblicata da Reuters il 9 agosto e firmata da Manishi Raychaudhuri, amministratore delegato di Emmer Capital Partners ed ex responsabile della ricerca azionaria Asia-Pacifico di BNP Paribas Securities. L’analisi riprende l’etichetta usata dai governi occidentali, «China Shock 2.0», per indicare la seconda ondata di penetrazione commerciale cinese dopo quella dei primi anni Duemila, e osserva che «questa divaricazione non è un incidente, riflette le scelte politiche di Pechino». Si tratta di un commento d’opinione, non di una rilevazione statistica.
Un secondo effetto riguarda i prezzi. In un articolo del 28 luglio, Fortune ha ripreso un’analisi di Goldman Sachs secondo cui l’aumento dell’offerta di beni cinesi produce «un impulso disinflazionistico significativo nei mercati sviluppati, soprattutto in Europa», con effetti destinati ad accumularsi man mano che gli spostamenti commerciali si trasmettono ai prezzi al consumo. Capital Economics ha quantificato in circa 0,3-0,5 punti percentuali la riduzione del livello dell’inflazione headline nelle economie avanzate attribuibile alla deflazione cinese degli ultimi anni.
Quel canale, però, si sta chiudendo. L’indice ufficiale dei prezzi all’export cinese è salito ad aprile 2026 ai massimi da quasi tre anni e i prezzi alla produzione sono tornati positivi da marzo, chiudendo oltre tre anni di deflazione, spinti dai metalli, dai prodotti elettronici e dal petrolio. Gli economisti di Standard Chartered Hunter Chan e Shuang Ding segnalano il rischio che «la Cina possa iniziare a esportare inflazione nel resto del mondo», pur ritenendo la reflazione in corso più contenuta di quella del 2021-2022. Alla stessa conclusione arriva chi monitora la campagna anti-involution avviata da Pechino nel luglio 2025 per ridurre la concorrenza distruttiva e consolidare la capacità produttiva in eccesso.
Sul cambio il quadro si muove nella stessa direzione. Al 7 agosto lo yuan si era apprezzato del 3,6% sul dollaro e del 5,5% sull’euro nel corso del 2026, dopo un decennio in cui si era invece deprezzato del 6% sulla moneta unica mentre il deficit commerciale europeo verso la Cina più che raddoppiava. Gli Stati Uniti hanno applicato da fine luglio un prelievo del 12,5% sui prodotti cinesi in sostituzione di quello temporaneo del 10% scaduto, e le esportazioni cinesi verso Washington sono cresciute solo del 2,6% nei primi sette mesi. «Mi aspetto negoziati intensi tra Cina e i principali partner commerciali», ha dichiarato Zhiwei Zhang, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, in vista del vertice tra Stati Uniti e Cina di settembre e dell’incontro economico UE-Cina di ottobre.
Per l’Italia i numeri sono già nei conti nazionali. Nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi edizione 2026, Istat indica la Cina come primo fornitore del Paese con una quota del 10,3% delle importazioni italiane, cresciute del 17,2% nel 2025 e del 20,1% nella sola manifattura, ai livelli più alti mai registrati. L’indice di penetrazione delle importazioni cinesi sulla produzione manifatturiera italiana è salito di circa il 60% dal 2017. L’interscambio bilaterale ha toccato 74,9 miliardi di euro nel 2025, in crescita dell’11,2%, con 60,6 miliardi di importazioni e 14,3 miliardi di esportazioni.
Il comparto dove la sostituzione è più visibile è l’auto. Secondo UNRAE, BYD ha immatricolato 33.973 vetture in Italia nei primi sette mesi del 2026, quasi il 195% in più su base annua, portando la propria quota dall’1,18% al 3,2%, con 4.466 unità nel solo luglio. Motus-E rileva 86.003 immatricolazioni di veicoli elettrici a batteria da gennaio a luglio, in crescita del 70,4%, di cui 22.353 riferite alla sola Leapmotor T03, pari a circa un quarto del mercato BEV. Nel 2025 i marchi cinesi avevano registrato 128.600 immatricolazioni in Italia, l’8,4% del mercato, facendo del Paese il secondo mercato europeo per i costruttori cinesi dopo il Regno Unito. L’Italia «è uno dei mercati chiave» della strategia europea del gruppo, ha dichiarato BYD Europe.
Tre elementi vanno tenuti a margine della lettura. Il dato di luglio riflette anche fattori temporanei, dalle interruzioni portuali dovute ai tifoni all’anticipo delle spedizioni verso gli Stati Uniti prima dell’aumento tariffario, e il surplus mensile è comunque sceso rispetto a giugno. Le auto elettriche cinesi importate nell’Unione europea scontano un dazio doganale di base del 10% cui si aggiungono dazi compensativi compresi tra il 17,4% e il 38,1%, mentre le versioni ibride plug-in restano fuori dal prelievo aggiuntivo, il che spiega parte della composizione delle vendite. E il flusso non è a senso unico: secondo Istat, a maggio 2026 le esportazioni italiane verso la Cina sono cresciute del 24,2% su base annua e ad aprile del 36,2%, tra i contributi positivi più rilevanti all’export nazionale.
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