La prossima partita sull’euro digitale non si giocherà soltanto sulla tecnologia, sulla privacy o sulla quantità di denaro che ciascun cittadino potrà detenere nel nuovo portafoglio elettronico. Il confronto più delicato, e potenzialmente più rilevante per il sistema bancario europeo, riguarda una domanda apparentemente semplice: chi farà da porta d’ingresso all’euro digitale? La risposta della Bce è netta: le banche e gli altri prestatori di servizi di pagamento avranno un ruolo centrale nella distribuzione, ma accanto alle loro applicazioni dovrà poter esistere anche un’applicazione dell’Eurosistema, pubblica e accessibile a tutti. È proprio questo equilibrio a essere diventato terreno di confronto nella fase legislativa del progetto.

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L’impostazione della Bce è stata ribadita nelle ultime settimane: l’euro digitale sarà denaro pubblico in forma digitale, emesso dall’Eurosistema e distribuito attraverso banche e altri payment service provider. Ma l’applicazione sviluppata dall’Eurosistema dovrebbe rappresentare una porta d’accesso ulteriore, disponibile gratuitamente per i servizi di base anche a chi non possiede un conto bancario. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’accesso alla nuova forma di moneta dipenda necessariamente dall’essere clienti di una banca commerciale.

È una distinzione tutt’altro che tecnica. Per gli istituti di credito, infatti, l’applicazione attraverso cui il cliente utilizzerà l’euro digitale rappresenta anche un pezzo della relazione commerciale. La banca vuole continuare a essere il soggetto attraverso cui il cliente apre il conto in euro digitale, effettua i pagamenti e interagisce con il nuovo sistema. Francoforte, invece, vuole evitare che una moneta emessa dalla banca centrale finisca per essere accessibile esclusivamente attraverso prodotti commerciali privati.

Il punto di equilibrio individuato dalla Bce è quindi un modello a doppio binario. Il cliente potrà utilizzare l’app della propria banca oppure, se l’istituto non integrerà direttamente il servizio nella propria applicazione, potrà ricorrere all’app dell’Eurosistema. La banca continuerà comunque a essere il punto di contatto principale per il consumatore e a gestire il rapporto con il cliente.

La questione assume particolare rilievo perché l’euro digitale, nelle intenzioni della Bce, dovrà avere una caratteristica che il contante possiede da sempre: essere accessibile a tutti. Francoforte definisce infatti la nuova moneta un «bene pubblico», proprio come banconote e monete, ma trasferito nell’economia digitale. Il progetto dell’app è stato concepito per andare oltre i requisiti minimi dello European Accessibility Act, con funzioni pensate anche per persone anziane, utenti con disabilità e cittadini con una bassa familiarità con gli strumenti digitali.

L’accessibilità non è soltanto una questione di design. La Bce vuole che anche chi non possiede un conto corrente possa accedere ai servizi di base dell’euro digitale. È uno dei motivi per cui un’applicazione pubblica assume un significato strategico: affidare l’accesso esclusivamente alle app commerciali delle banche rischierebbe di creare una barriera proprio per quella parte della popolazione che il progetto europeo vuole invece includere.

Ma per le banche il problema è speculare. Gli istituti dovranno investire per integrare l’euro digitale nei propri sistemi e temono che una piattaforma pubblica possa trasformarsi in un concorrente sul terreno della relazione con il cliente. La Bce sostiene invece che il nuovo sistema consentirà alle banche di conservare la relazione commerciale, i dati delle transazioni necessari agli adempimenti normativi e, soprattutto, di costruire nuovi servizi sopra un’infrastruttura europea comune.

Il vero nodo economico: quanto potranno guadagnare le banche

Dietro la battaglia sulle app c’è quindi una questione economica ancora più concreta: quanto spazio resterà agli intermediari privati per monetizzare l’euro digitale? La Bce punta a garantire gratuitamente le funzioni di base per gli utenti, mentre il modello legislativo dovrà definire quale remunerazione possa essere riconosciuta ai prestatori di servizi di pagamento per le attività di distribuzione e acquisizione.

Il ragionamento di Francoforte è che le banche potranno ottenere benefici anche indiretti. L’euro digitale offrirebbe infatti una rete di pagamento paneuropea basata su infrastrutture europee, senza dipendere necessariamente dai circuiti internazionali delle carte. La stessa Bce sottolinea che, se una carta di debito venisse co-badged con l’euro digitale, il cliente potrebbe utilizzarla in tutta l’area euro sfruttando l’infrastruttura europea.

La posta in gioco è dunque più ampia di una semplice nuova app. L’euro digitale potrebbe diventare una nuova infrastruttura europea dei pagamenti, sulla quale banche e altri operatori potranno costruire servizi commerciali. È proprio questo uno degli argomenti con cui Francoforte cerca di convincere il settore bancario: il nuovo sistema non dovrebbe sottrarre business alle banche, ma fornire loro un’infrastruttura comune sulla quale sviluppare prodotti e servizi.

Non è un dettaglio da poco se si considera la dimensione degli investimenti necessari. Secondo le stime della Bce, l’investimento complessivo del sistema nell’area euro potrebbe essere compreso tra 4 e 5,8 miliardi di euro nell’arco di quattro anni, pari a circa il 3,4% del budget tecnologico annuale delle banche significative.

L’altro fronte caldo è il tetto ai depositi digitali

La discussione sulla distribuzione si intreccia con un secondo tema molto sensibile per gli istituti di credito: quanto denaro potrà essere detenuto in euro digitali? Il limite alle giacenze è stato pensato proprio per evitare che il nuovo strumento si trasformi in un’alternativa ai depositi bancari e provochi un trasferimento strutturale di liquidità dai conti correnti verso il denaro della banca centrale.

Una delle ipotesi circolate è quella di un limite nell’ordine dei 3.000 euro per persona, anche se il valore definitivo non è ancora stato stabilito. La stessa Bce ha studiato scenari con limiti compresi tra 500 e 3.000 euro, concludendo che un utilizzo dell’euro digitale per i pagamenti quotidiani non dovrebbe compromettere la stabilità finanziaria. In una simulazione specifica, un tetto di 3.000 euro avrebbe prodotto effetti moderati sulla struttura di finanziamento delle banche.

La logica è semplice: l’euro digitale non sarà remunerato e sarà soggetto a un limite di detenzione. Inoltre, il sistema dovrebbe prevedere meccanismi automatici di collegamento con il conto bancario, così da evitare che gli utenti debbano accumulare grandi quantità di liquidità nel portafoglio digitale. La Bce sostiene che questa combinazione dovrebbe limitare il rischio di una migrazione dei depositi.

Il calendario corre: pilota nel 2027, possibile lancio nel 2029

Nel frattempo il progetto procede sul piano tecnico. La Bce ha selezionato 36 prestatori di servizi di pagamento, tra banche e operatori non bancari, per partecipare al progetto pilota. Il test dovrebbe partire nella seconda metà del 2027 e durare 12 mesi, coinvolgendo la Bce e 19 banche centrali nazionali dell’area euro. Sono arrivate più di 50 candidature per partecipare alla sperimentazione.

L’Italia è tra i Paesi coinvolti nel pilota, insieme a Belgio, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia. Il test servirà a verificare pagamenti tra persone, acquisti presso esercenti, transazioni online e funzionamento sia online sia offline.

Sul piano politico, il percorso legislativo è entrato nella fase decisiva. Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato la propria posizione nel dicembre 2025, mentre il Parlamento europeo ha approvato la sua posizione sul pacchetto relativo alla moneta unica il 9 luglio 2026. Da qui sono partiti i negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea, il cosiddetto trilogo. L’obiettivo dell’Eurosistema è arrivare all’adozione della legislazione entro la fine del 2026 e, se il calendario sarà rispettato, essere pronto per una possibile prima emissione nel 2029.

La Bce, però, non ha ancora deciso di emettere effettivamente l’euro digitale. La decisione finale arriverà soltanto dopo l’approvazione della normativa europea. Per ora Francoforte sta costruendo infrastruttura, regole e tecnologia, mentre Parlamento, Consiglio e Commissione devono ancora trovare l’accordo definitivo sui diversi elementi del progetto.

 


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 Cristina Giua

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