Non è semplice dar conto in maniera lineare di un’esposizione come questa, e forse non ha nemmeno senso. Non sono infatti le singole opere esposte ad essere protagoniste, piuttosto è l’esposizione in sé a presentarsi come un unicum, per di più progettato per subire processi di mutazione. Per questa personale Pierre Huyghe (Parigi, 1962) ha concepito un lavoro utilizzando forme viventi e tecnologia, materia inerte e materia biologica, impulsi pneumatici e suoni. A partire dalla sua prima partecipazione a Documenta nel 2012, sino al recente grande show tenuto a Punta della Dogana nel 2024, Huyghe ci ha abituati a un ribaltamento del concetto convenzionale di esposizione. Così, quale possa essere stato il ruolo dei curatori che hanno seguito il lavoro site-specific preparato per Fondation Beyeler è arduo da comprendere: l’esposizione si presenta complessa e curata sino all’estremo, in dettagli a volte davvero minimi, come accade per i piccoli fori o gli effimeri riflessi di luce presenti sulle pareti bianche. Di certo Huyghe è un artista che niente lascia al di fuori del suo controllo: si racconta che persino la pubblicazione del catalogo, al momento dell’inaugurazione non ancora disponibile, sia stata rallentata dalla sua maniacale precisone. Ma, per quanto sarà possibile con un’esposizione del genere, proviamo a darne un’idea.
La disturbante esposizione di Pierre Huyghe alla Fondazione Beyeler
La mostra, che si sviluppa in otto sale, comprende opere inedite, film recenti e una selezione di lavori precedenti. Nessun ordine cronologico, nessuna direttrice principale è prevista. Le pareti ospitano una serie di forature irregolari, poco visibili d’acchito, se non fosse che la prima intitolata Umwelt (“mondo proprio”) è disposta, in solitaria, frontalmente all’ingresso: è un foro da cui transitano formiche intente e muoversi su e giù, lungo una taccia invisibile. Gli insetti appaiono del tutto indifferenti alle vicende degli umani, che tuttavia per raggiungere le sale seguenti devono necessariamente sfiorarle. Il centro (uno dei centri in realtà) dell’esposizione è costituto dalla vasca situata nella sala numero 5. Si tratta di Apnea (2026) dove un organo respiratorio artificiale è adagiato sul fondo, sovrastato da un masso galleggiante scuro: la sua forma bianca si dilata e restringe, sembra respirare con un ritmo umano, mentre aria e suono circolano attraverso fori alle pareti, sino a desincronizzarsi o interrompersi del tutto. Nella sala 8 questo stato indeterminato si estende anche ad Alchimia (2026), un’unità di controllo del suono che, rivestita di silicone, si presenta come un verme bianco-grigio, lungo circa un metro, adagiato sul pavimento. È la mimesis di una forma primordiale (o subconscia) che reagisce alla vibrazione prodotta del respiro mormorando e vibrando a sua volta: se privato d’aria, vacilla e si contorce.
Le opere di Pierre Huyghe in mostra a Basilea
Huyghe è conosciuto per alcuni suoi inquietanti filmati: a Basilea compaiono nella sale tre, dieci e undici. In Liminals (2026), il più recente, una figura antropomorfa con il volto svuotato, prova ad esistere mentre i confini tra il suo corpo e l’ambiente circostante si dissolvono. Nella sala numero sei compare Human Mask (2014) girato in un ristorante abbandonato vicino a Fukushima, dopo il disastro nucleare del 2011. Protagonista è una scimmia che ripete gesti “umani” come servire, aspettare clienti o muoversi nel locale, che però è deserto. Mentre la sala numero sette ospita Camata (2024): vi compaiono tre bracci robotici che si muovono all’infinito realizzando un rituale (funebre?) intorno a uno scheletro non sepolto, rinvenuto a suo tempo nel deserto di Atacama, in Cile. La numero sette è la sala più vasta dell’intero percorso: al centro si erge Adversary (2026), una lastra quadrata in alluminio di 3.50 metri di lato. Si tratta di un cancello chiuso: l’artista ci indica che si tratta di un’immagine mentale, che si materializza in una porta a bassorilievo, punto di accesso a ciò che si trova oltre. Sulla parete di sinistra il visitatore scopre a sorpresa The Witch (1941), piccolo olio dove Max Ernst rappresenta figure in stato di trasformazione, mentre realizza, cosa non necessariamente immediata, di aver camminato su Light Dust (2026), il tappeto che forma il pavimento dell’intera esposizione dove Huyghe ha riprodotto l’idea della polvere, colorata e resa in motivi mutevoli.
L’arte speculativa di Pierre Huyghe
Queste spiazzanti, ma mai gratuite, finzioni speculative di Huyghe provano a rappresentare modalità alternative di esistenza. Nella sala numero quattro compare una vasca del tutto simile a quella di Apnea, ma in Cambrian explosion 19 (2013) sotto il masso galleggiante sfilano forme di vita direttamente discendenti da quelle createsi durante l’esplosione cambriana di 541mila anni fa. “Le finzioni sono veicoli che ci danno accesso ad altri mondi possibili, a un’immaginazione controfattuale. Tali finzioni, separate da ciò che è noto, libere da vincoli temporali e spaziali, sono aperte alla speculazione, a strade non ancora percorse”: così si è espresso Pierre Huyghe a commento della sua esposizione.
Aldo Premoli
Riehen (Basilea) // fino al 13 settembre 2026
Pierre Huyghe
FONDATION BEYELER – Baselstrasse 101
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