Tra il 1961 e il 1971, più di 20 milioni di litri di erbicidi tossici sono stati spruzzati su foreste e terreni agricoli del Vietnam in nome della strategia militare. L’Agente Arancio – una sostanza chimica progettata per defogliare gli alberi e distruggere i raccolti – ha lasciato dietro di sé una scia di devastazione: acqua avvelenata, bambini deformi, ecosistemi cancellati. Circa il 20% delle foreste tropicali del Paese sono state spogliate, molte non si sono mai riprese. È stato un assalto alla vita in tutte le sue forme, nella totale impunità. Arthur W. Galston, un biologo di Yale le cui prime ricerche sulle piante contribuirono a creare le basi chimiche dell’Agente Arancio, rimase sconvolto dal suo utilizzo. Nel 1970, parlò di “ecocidio” e scrisse sulla responsabilità sociale della scienza. Senza, però, che il concetto diventasse legge.
Nel 1967, anche Barry Weisberg, in Ecocide in Indochina – The Ecology of War, aveva usato tale temine.
Il cammino sarebbe stato lungo.
Nelle discussioni precedenti la negoziazione dello Statuto di Roma – il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale dell’Aia – Cpi – erano state avanzate proposte per includere la distruzione ambientale grave tra i crimini internazionali fondamentali, ma sono state escluse alla firma del trattato, nel 1998. Lo Statuto fa riferimento alla distruzione ambientale solo all’Art.8(2)(b)(iv), per cui costituisce crimine di guerra “lanciare deliberatamente attacchi nella consapevolezza che gli stessi avranno come conseguenza […] danni a proprietà civili ovvero danni diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale”.
Ma mentre il mondo dibatte, qualcuno, come la Repubblica di Mauritius, fa il balzo in avanti: è successo il 18 aprile scorso.
Forse anche perché memore della grande marea nera causata dalla petroliera MV Wakashio nel 2020, il Paese ha introdotto il reato di “ecocidio”, punibile con sanzioni che comprendono multe, reclusione fino a 10 anni, risarcimento dei danni e l’eventuale esclusione da finanziamenti pubblici o autorizzazioni, oltre a misure di risanamento ambientale.
Ne abbiamo parlato con Dani Spizzichino, fondatore e co-leader di Stop Ecocidio Italia, branch di Stop Ecocide International, Stop Ecocide International Ltd – Sei charity co-fondata nel 2017 dall’avvocato Polly Higgins (1968-2019) e dall’attuale ceo Jojo Mehta, e la sua Stop Ecocide Foundation, veicolo di raccolta fondi e di garanzia di funzionamento per il lavoro dell’ente.

Com’è nata Sei, come è organizzata e come lavora?
La legislazione in materia di ecocidio è stata l’opera di una vita dell’avvocatessa britannica Polly Higgins, che abbandonò il suo lavoro e vendette la propria casa per finanziare tale impegno. Polly aveva compreso che le leggi ambientali in tutto il mondo erano frammentate e insufficienti e che solo una normativa penale nazionale e internazionale sull’ecocidio poteva mirare a colmare tale divario intollerabile. Quando Polly è scomparsa a causa di un tumore, nel 2019, la co-fondatrice Jojo Mehta ha assunto il ruolo di ceo e un gruppo ampio e talentuoso di persone ha iniziato a riunirsi per portare avanti il lavoro. Jojo racconta come SEI non sia nata con l’intento di costruire un movimento. L’idea della necessità di una legislazione in materia di ecocidio è stata promossa insieme all’appello affinché venisse presa sul serio, e, da allora, si è diffusa. Le persone ne hanno riconosciuto la logica e il bisogno cui risponde. Questo movimento è oggi presente in oltre 45 paesi e cresce più velocemente di quanto chiunque potesse prevedere.
Sei opera come consulente legale esperto e catalizzatore, collaborando con diplomatici, legislatori e specialisti delle politiche in diverse giurisdizioni, per trasformare la volontà politica in cambiamento legislativo. La neutralità politica è fondamentale: è ciò che permette di mantenere le porte aperte indipendentemente da chi sia al governo.
Nel giugno 2021, un comitato di esperti indipendenti, convocato dalla Stop Ecocide Foundation, ha proposto una definizione di “ecocidio” che viene ora utilizzata in tutto il mondo. Quali sono le prospettive di successo a livello internazionale?
La definizione del Comitato (“Ecocidio” è inteso come l’insieme degli “atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”, ndr) è diventata de facto una definizione di consenso, fornendo un modello credibile che sta orientando le discussioni legislative in tutto il mondo. Questo è importante, perché il diritto internazionale spesso si evolve attraverso precedenti nazionali prima di cristallizzarsi a livello globale.


La definizione compare nella proposta formale del settembre 2024 presentata da Vanuatu, Fiji e Samoa, ora sostenuta anche dalla Repubblica Democratica del Congo (Rdc), per istituire l’ecocidio come reato autonomo, accanto a genocidio e crimini di guerra, presso la Cpi. Sebbene il riconoscimento della Cpi rimanga un obiettivo, le leggi nazionali che stanno avanzando in Perù, Messico, Scozia, Ghana, Filippine, Rdc, Polinesia Francese, India e altrove, hanno il potere di stabilire una responsabilità immediata, eliminando ogni possibile scappatoia legale e creando uno slancio verso il riconoscimento a livello internazionale. Il progresso nazionale e internazionale si rafforzano a vicenda.
È recente l’introduzione del reato di ecocidio nella propria legislazione da parte dello Stato insulare di Mauritius. La disposizione, contenuta in una legge contro il riciclaggio di denaro e i reati finanziari, definisce l’ecocidio come «un atto illegale o doloso commesso con la consapevolezza che sussiste una probabilità sostanziale di causare un danno ambientale grave e di ampia portata o di lunga durata», formulazione che rispecchia fedelmente la citata definizione proposta dal gruppo di esperti. Un ulteriore passo in avanti.
Nel dicembre 2025, il Consiglio d’Europa ha aperto alla firma la sua Convenzione sulla protezione dell’ambiente attraverso il diritto penale. Qual è il significato della Convenzione per il movimento che lotta per stabilire il crimine di ecocidio?
Sebbene il termine “ecocidio” non compaia negli articoli della Convenzione del Consiglio d’Europa, esso è citato nel preambolo e riflesso in una nuova categoria di “reato particolarmente grave” che copre condotte intenzionali che causano danni ambientali irreversibili, diffusi o duraturi, rispecchiando da vicino la definizione del Panel di esperti del 2021. La Convenzione è già stata firmata da Moldavia, Portogallo e Unione Europea.


Un segnale simile è arrivato nell’ottobre 2025, quando l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn) – la più grande rete di conservazione al mondo che comprende oltre 1.400 membri tra cui Stati, agenzie governative, gruppi della società civile e organizzazioni di popoli indigeni – ha votato, al suo Congresso Mondiale della Natura, in favore del riconoscimento dell’ecocidio come reato grave nel diritto nazionale e internazionale, incoraggiando gli Stati a considerare l’aggiunta dell’ecocidio allo Statuto della Cpi. Insieme, sviluppi come questi mostrano come il concetto di ecocidio si stia spostando dall’attivismo all’architettura del diritto ambientale.
La direttiva europea sul Ripristino della Natura non usa mai la parola “ecocidio”. Perché, secondo lei, e quali sono i suoi limiti, se ve ne sono?
Perché non è il tipo di strumento adatto. La direttiva regolamenta, pianifica e cerca di riparare. La legislazione in materia di ecocidio criminalizza, attribuisce la responsabilità personale per i danni più gravi. Operano su registri legali diversi e l’assenza della parola “ecocidio” riflette tale differenza più che una riluttanza.


Il limite più profondo è strutturale. La norma europea risponde al danno dopo che è avvenuto. Il diritto penale crea un confine prima che accada. Entrambi sono importanti, ma solo uno cambia la logica di chi prende le decisioni.
Quali paesi europei sono più avanti in tema di ecocidio, e l’Italia?
Il Belgio ha incorporato l’ecocidio nel suo codice penale, diventando il primo paese europeo a riconoscerlo, nel proprio quadro giuridico nazionale, come crimine di livello internazionale. Anche la Francia ha introdotto un reato di tipo “ecocidio” e sta ora assistendo a un processo in corso, nell’ambito della sua legislazione penale ambientale, riguardante un presunto caso di inquinamento industriale su larga scala. In Italia, un disegno di legge basato sulla definizione di “ecocidio” del citato Comitato di esperti del 2021 è stato presentato in Parlamento, nel 2023, dall’Alleanza Verdi e Sinistra, proponendo di criminalizzare i danni alla natura gravi e diffusi o a lungo termine. Nel frattempo, in Scozia (per quanto non più parte dell’Ue), il 5 febbraio scorso, il Parlamento ha votato a favore dell’approvazione della legge sull’ecocidio (Ecocide (Scotland) Bill), riconoscendo che l’ecocidio deve essere trattato come un “reato grave”, con l’introduzione di sanzioni penali più severe per i danni ambientali gravi.
Le sanzioni sono sufficienti o serve altro?
Le sanzioni da sole non sono mai state sufficienti. La funzione più profonda del diritto penale non è semplicemente punire il danno dopo che si è verificato, ma stabilire chiari confini sociali attorno a ciò che è inaccettabile. In un mondo ideale, il diritto penale plasma norme e aspettative molto prima che sorga un caso giudiziario. Prendiamo l’omicidio come esempio. La maggior parte delle persone non si astiene dall’uccidere perché ha calcolato la possibile pena detentiva; si astiene perché l’omicidio è diventato moralmente impensabile nelle nostre società. La legge aiuta a creare quel confine morale. Nel tempo, la legge segnala che certi atti non sono solo rischiosi o costosi, ma fondamentalmente illegittimi e oltre i limiti di ciò che la società può tollerare.
Quali strumenti hanno attualmente i cittadini per proteggersi?
Tribunali, opposizioni, diritti costituzionali … la cassetta degli attrezzi esiste, ma c’è un vuoto nel diritto penale internazionale. Secondo lo Statuto di Roma, ad esempio, la grave distruzione ambientale è perseguibile solo come crimine di guerra; non esiste un equivalente per il tempo di pace: un dirigente o un alto esponente governativo le cui decisioni portino a danni ambientali catastrofici, al di fuori di un conflitto armato, sfuggono all’attuale giurisdizione della Cpi. La normativa sull’ecocidio è progettata per colmare tale lacuna stabilendo la responsabilità penale individuale per chi ha l’autorità di causare distruzione su vasta scala, sia in tempo di pace che durante un conflitto.
Tribunali, opposizioni, diritti costituzionali … la cassetta degli attrezzi esiste, ma c’è un vuoto nel diritto penale internazionale. Secondo lo Statuto di Roma, la grave distruzione ambientale è perseguibile come crimine di guerra, non esiste un equivalente per il tempo di pace
Dani Spizzichino, Stop Ecocidio Italia
Qual è il ruolo delle istituzioni e della società civile?
Il progresso sulla normativa in materia di ecocidio è derivato da una convergenza di attori. I rappresentanti degli Stati e i diplomatici stanno guidando la direzione legislativa del percorso, ma la consapevolezza del problema giunge da ogni parte. Il lavoro accademico sull’ecocidio si sta espandendo rapidamente, ONG, movimenti giovanili e leader indigeni hanno contribuito a rendere popolare l’idea nei forum internazionali.
Le imprese, poi, stanno giocando un ruolo sempre più significativo, con aziende come Patagonia, Tony’s Chocolonely, Vivobarefoot e varie società finanziarie e assicurative che appoggiano e sostengono il movimento. L’International Corporate Governance Network, che rappresenta investitori che gestiscono circa 59 trilioni di dollari in asset, ha chiesto la criminalizzazione di tale condotta contro l’ambiente. L’opinione pubblica riflette tale cambiamento: un sondaggio Ipsos del 2024, condotto nei paesi del G20, ha rilevato che il 72% sostiene l’idea di rendere la grave distruzione ambientale un crimine.
Una curiosità: come contribuiscono alla discussione cinema e letteratura?
Le narrazioni culturali sono spesso il luogo in cui inizia il cambiamento morale. Il cinema e la letteratura aiutano le società a vedere il danno in maniera diversa e a immaginare nuovi confini di responsabilità. La normativa in materia di ecocidio si riferisce alla soglia legale; la cultura aiuta la società a riconoscere perché quella soglia dovrebbe esistere.
Qualche commento aggiuntivo che vorrebbe aggiungere?
La direzione del percorso è già visibile: stanno emergendo leggi nazionali, i quadri regionali si stanno evolvendo e la conversazione ha raggiunto la Cpi. Ciò che questo movimento offre, in ultima analisi, è un semplice ma potente cambiamento nelle regole del gioco. La distruzione più grave della natura non dovrebbe più essere trattata come un costo del fare impresa, ma come un vero e proprio crimine.


Immagini, Stop Ecocide International – Sei
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Simonetta Sandri
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