16 giugno 2026 – ore 06:30 – Nel dibattito italiano sulla sicurezza si continua a discutere di telecamere, organici, nuove leggi e nuove emergenze. Molto più raramente si affronta una questione decisiva: la capacità delle istituzioni di lavorare insieme. Per questo il protocollo firmato ieri nel Salotto Azzurro del Municipio di Trieste tra Comune e Questura merita attenzione ben oltre la cronaca amministrativa. La vera notizia non è che la Questura avrà accesso diretto alle immagini della videosorveglianza comunale o che la Polizia Locale potrà dotarsi di un proprio posto di fotosegnalamento. La vera notizia è che Comune, Prefettura, Questura e Polizia Locale hanno deciso di comportarsi come un unico Stato. Sembra una normalità. In Italia non lo è. Attorno allo stesso tavolo sedevano il sindaco Roberto Dipiazza, il questore Lilia Fredella, il viceprefetto vicario Emanuela Milan, l’assessore alla Sicurezza Caterina de Gavardo e i vertici della Polizia Locale. Una fotografia istituzionale come tante. Eppure, dietro quella fotografia, si intravede una scelta precisa: sostituire la logica delle competenze separate con quella della collaborazione. È una differenza meno appariscente di una nuova telecamera o di una nuova pattuglia, ma spesso molto più efficace. Trieste, del resto, non è una città qualsiasi. È una città di confine, un porto internazionale, una porta d’ingresso verso l’Europa centrale e balcanica. È una realtà che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con fenomeni complessi, dai flussi migratori alle esigenze di controllo del territorio, fino alla gestione di eventi e manifestazioni che richiedono un coordinamento costante tra diverse articolazioni dello Stato. In contesti simili, le rivalità burocratiche non sono un fastidio. Diventano un problema.
Per decenni la pubblica amministrazione italiana ha sofferto di una frammentazione cronica. Ognuno custodiva il proprio archivio, le proprie procedure, le proprie banche dati e le proprie competenze. Lo Stato finiva spesso per chiedere permesso a sé stesso. Informazioni che avrebbero dovuto circolare rapidamente restavano intrappolate nei percorsi amministrativi. Uffici chiamati a perseguire lo stesso obiettivo finivano per lavorare in parallelo anziché insieme. La sicurezza, però, non aspetta i tempi della burocrazia. Un’indagine richiede rapidità. Un filmato può essere decisivo nelle prime ore successive a un reato. Un’identificazione tempestiva può fare la differenza tra un accertamento concluso e uno destinato a complicarsi. Ecco perché l’accesso diretto della Questura alle immagini delle telecamere comunali rappresenta molto più di una semplice innovazione tecnica. Significa eliminare passaggi intermedi, ridurre tempi di attesa e rendere più immediata la circolazione delle informazioni tra istituzioni che condividono lo stesso obiettivo. Lo stesso vale per il nuovo posto di fotosegnalamento presso il Comando della Polizia Locale. Dietro un termine apparentemente specialistico si nasconde una scelta di efficienza amministrativa. Meno trasferimenti, meno passaggi inutili, meno uomini impegnati in attività che possono essere svolte nello stesso luogo. Più tempo da dedicare al territorio. Non è un caso che il questore Fredella abbia parlato di sicurezza integrata e di un passo avanti concreto nella collaborazione tra le diverse componenti dello Stato. Né è casuale che l’assessore Caterina de Gavardo abbia insistito sul valore del lavoro comune e sulla necessità di utilizzare ogni strumento disponibile per operare insieme nel modo migliore possibile.
Sono dichiarazioni che vanno oltre la retorica istituzionale. Raccontano una consapevolezza maturata negli anni: la sicurezza non appartiene a un singolo ente. Appartiene a una rete. La Questura formerà almeno venti operatori della Polizia Locale per rendere operativo il sistema di fotosegnalamento. Gli accessi alle immagini saranno tracciati. Le procedure saranno condivise. Le verifiche saranno svolte congiuntamente. Non è soltanto un protocollo. È un modello organizzativo. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante. Negli ultimi anni la politica italiana ha spesso affrontato il tema della sicurezza attraverso gli annunci. Ogni problema sembrava richiedere una nuova norma, una nuova stretta o una nuova promessa. Molto meno spazio è stato dedicato a una domanda fondamentale: le istituzioni che già esistono stanno lavorando nel modo più efficace possibile? La risposta arrivata ieri dal Salotto Azzurro è semplice e, proprio per questo, significativa. Prima di aggiungere strumenti, bisogna far dialogare quelli che esistono. Prima di creare nuove strutture, bisogna mettere in rete quelle già presenti. Prima di invocare nuove competenze, bisogna utilizzare meglio quelle disponibili. Le telecamere non arrestano nessuno. I protocolli, da soli, nemmeno. Ma quando le istituzioni smettono di ostacolarsi a vicenda e iniziano a collaborare davvero, la sicurezza smette di essere uno slogan e diventa un servizio. Per anni la politica italiana ha promesso sicurezza aggiungendo norme. Trieste prova a ottenerla togliendo ostacoli. È una differenza apparentemente piccola. In realtà è la differenza che separa l’amministrazione dalla propaganda.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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