Orgoglio e pregiudizio. Le banche ricordano a Meloni i 400 miliardi di Btp e i 25 di tasse


Da un lato il fronte europeo, con la trattativa in corso con l’Europa per ottenere “maggiori margini di flessibilità” sull’utilizzo della clausola di salvaguardia nazionale su difesa e energia. Dall’altro lato il fronte interno, con le banche sul piede di guerra per i 10,12 miliardi di euro in tre anni (5 miliardi solo nel 2027) che il governo chiede agli istituti come contributo alla manovra e che sono stati scritti nero su bianco nel Documento programmatico di bilancio senza un confronto preliminare. Le principali voci di copertura della legge di bilancio ancora ballano molto. Se si considerano per il 2027 la sola quota della clausola riferita all’energia (7 miliardi), su cui si concentra l’interlocuzione con Bruxelles, e l’esborso di banche e assicurazioni, oltre la metà della manovra da 23,5 miliardi al momento non ha coperture definite. Difficile in questa situazione prendere decisioni sulle misure di maggiori spese o sgravi fiscali da inserire nella legge di bilancio.

Che le banche avessero reagito male al nuovo contributo che viene loro chiesto, dopo quello di importo analogo, 10,2 miliardi per il triennio 2026-2028, previsto nella legge di bilancio dello scorso anno, era noto. Ma le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, sono state lapidarie. “C’era già un accordo e io ci ho creduto” ha spiegato Messina intervenuto al Forum di Coldiretti. Invece oggi quell’accordo non basta più. E se le banche hanno prodotto 50 miliardi di utili “si deve anche dire che sono stati pagati 25 miliardi di tasse”.  Con queste premesse la nuova interlocuzione tra governo e istituti di credito parte in salita e comunque, a quanto si apprende da ambienti finanziari, contatti ancora non ci sarebbero stati.

“L’anno scorso non è un mistero che mi ha chiamato Giorgia Meloni, lo ha detto lei stessa in un libro, con Bruno Vespa, chiedendomi di collaborare a trovare una soluzione volontaria per poter contribuire alla manovra. Ci siamo prodigati come banca a fare questo con il governo. Abbiamo raggiunto un accordo triennale per un contributo volontario”, ha ricordato l’Ad di Intesa, siglato dal vicepresidente Antonio Tajani, dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti e dal viceministro Maurizio Leo con l’Abi. “Questo è il punto di partenza – ha rimarcato Messina – Noi avevamo proposto di farlo solo annuale, e di rivederlo ogni anno. Invece ci è stato chiesto di farlo triennale perché così si sarebbe data stabilità al bilancio pubblico e sarebbe stata data stabilità alle banche, che non avrebbero dovuto subire ogni anno questa campagna stampa in cui sembra che siamo dei profittatori di questo paese”.

Le banche, come ha spiegato Messina, da quel momento hanno anche iniziato a sottoscrivere molti più titoli di Stato. Perché anche questo era “parte di un accordo generale per far funzionare questo Paese. Oggi la Bce finanzia per 500 miliardi di euro il debito pubblico, le banche per 400 miliardi e le assicurazioni per 200 miliardi. Banche e assicurazioni sono il principale sostenitore del debito pubblico di questo Paese. Nel frattempo abbiamo sopportato perdite perché quando ci sono situazioni di crisi i tassi aumentano e questi titoli vanno in perdita”. 

Una sorta di sfogo, quella del banchiere, condivisa dai vertici degli altri istituti e in linea con quanto dichiarato nei giorni scorsi dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli. Messina chiede anche al governo di rivolgersi ad altri indirizzi, ad esempio alle grandi società energetiche. “Oggi se si volessero fare cose eque, ci sono tantissime aziende in Italia che hanno degli utili ed è giusto allora considerare anche quelle. Se siamo in una situazione oggettivamente di difficoltà, non è che c’è solo un settore che deve pagare. Se devono essere valutati interventi diversi, allora valutate tutte le aziende che hanno utili superiori ai 500 mln, al miliardo. Tre aziende pubbliche faranno 20 miliardi di euro alla fine di quest’anno ma non vengono mai nominate, si parla solo di banche. Noi continueremo ad aiutare il governo ma deve esserci rispetto reciproco. Non è che c’è uno che prende e un altro che dà in continuazione, questo deve essere chiaro”.

Tajani ha provato a rassicurare: il contributo alla Manovra “deve arrivare da tutto il mondo finanziario, quindi non soltanto banche e assicurazioni”: deve essere coinvolta “anche Cassa Depositi e Prestiti”, ribadendo il proprio no a una tassa sugli extraprofitti, “che non esistono”, e “una visione punitiva del sistema bancario e del sistema assicurativo”.

Anche sul fronte europeo le interlocuzioni sulla flessibilità, iniziate da tempo, non hanno ancora condotto ad un punto di caduta. I tempi sono stretti, il governo vorrebbe presentare il disegno di legge di bilancio entro la fine della prossima settimana. L’attenzione si sta concentrando sulla possibilità di utilizzare i 7 miliardi di euro della clausola energia per il 2027 anche per interventi per sostenere famiglie e imprese aggravate dal caro bollette e dall’inflazione, mentre al momento la Commissione ha indicato tra i possibili interventi soltanto investimenti per rafforzare le reti, rendere più resiliente il sistema, favorire la transizione green, agevolare l’installazione di colonnine di ricarica elettrica, incentivare la sostituzione delle caldaie a gas con le pompe di calore.

Con questi vincoli diventa difficile trovare risorse per aiutare le famiglie fragili e le imprese energivore a pagare le bollette. Ma c’è fiducia sulla possibilità di ottenere un buon risultato dalla trattativa. Sembra invece più complicato il confronto relativo agli effetti dell’inflazione sulla spesa netta, o meglio sulla possibilità di uno scostamento temporaneo rispetto agli obiettivi già concordati con l’Unione europea. Su questo aspetto c’è ancora molta incertezza.

In ogni caso, dalle risposte che l’Europa darà dipendono molte delle misure chieste dalle forze di maggioranza, che i tecnici del governo stanno valutando. Forza Italia continua ad insistere sull’estensione a 60.000 euro di reddito dell’aliquota Irpef al 33% (oggi tra 50.000 e 60.000 si paga il 43%), ma consapevole delle difficoltà non esclude che lo sgravio possa essere effettuato in due tranche. Mentre sembra avere momentaneamente sacrificato l’ipotesi di alleggerire le tasse sulla tredicesima mensilità. In primo piano per gli azzurri anche la flat tax per i giovani fino a 30-35 anni e per una certa soglia di reddito. La Lega non ha abbandonato l’idea di portare a 64 anni la possibilità di andare in pensione, volontariamente e con il calcolo contributivo, ma sa bene che le chance di successo sono limitatissime. Sulla flat tax per gli autonomi, anch’essa ‘sponsorizzata’ dal carroccio, spunta l’ipotesi di ampliarla dagli attuali 85.000 a 100.000 euro di fatturato o compensi, ma gli adempimenti Iva resterebbero a partire da 85.000 euro. Tra le priorità di NoiModerati vi è la cedolare secca al 5% per chi affitta a canone concordato e per lunghi periodi e aiuti alle famiglie con figli.


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