Il Monte dei Paschi di Siena sotto la gestione di Luigi Lovaglio continua a divincolarsi con tutte le forze residue dalla presa dell’Opa lanciata da Banca Intesa. Secondo un retroscena diffuso ieri dal Sole 24 Ore e poi confermato dalla cronca, domani 20 agosto il coriaceo capo di Mps porterà all’attenzione del suo consiglio d’amministrazione due mosse difensive e industrialmente alternative rispetto al “sì” all’offerta di Intesa che ai più sembra ormai l’unica strada futura possibile per la banca senese.
Una prima ipotesi consisterebbe in un’offerta di scambio (Ops) con il Banco Bpm, che se venisse accolta porterebbe alla nascita di una banca retail molto forte nel Paese, sicuramente polo alternativo a Banca Intesa, con una buona attività nel risparmio gestito (reti di vendita) e nel merchant banking (Mediobanca e Akros); punto debole, oggi Mps capitalizza circa 36 miliardi contro i 24 di Banco Bpm, l’attuale primo azionista di quest’ultimo è il Credit Agricole, prima banca di Francia e quinto gruppo per dimensioni assolute in Italia, che scenderebbe dall’attuale 29% che ha in Bpm giù al 10% circa del nuovo istituto che scaturirebbe dalla fusione: con quale convenienza per sé non è chiaro. E’ vero però che nella tradizione dell’Agricole non c’è l’ostilità verso il Paese ospite, e già ai tempi della fusione tra Banca Intesa ( di cui era primo socio) e San Paolo di Torino accettò come compromesso di portarsi via Cariparma e piantarla lì. Diciamo che su questa prima proposta, la palla sarà, o sarebbe, nella metà campo francese.
Una seconda ipotesi è più italiana e pepata. Sarebbe un’altra Offerta di scambio con cui i soci Mps offrirebbero a tutti i soci di Banca Generali le azioni delle Generali di loro proprietà in cambio del 100% di Banca Generali. Cederebbero titoli che valgono 8,5 miliardi contro altrti titoli che ne valgono poco meno, per il 51% posseduti dalle Assicurazioni Generali. Il colosso assicuratvo triestino, cedendo a Lovaglio la sua “gallina dalle uova d’oro” (perché tale è Banca Generali oggi per Trieste) acquisirebbero la metà del 13% del proprio capitale e un’altra metà andrebbe ai soci minori di Banca Generali. Il che consoliderebbe il controllo attuale di Generali: per l’ordinamento italiano il voto delle azioni proprie è “sterilizzato” (alias: non votano), il che accrescerebbe il peso nell’azionariato delle Generali di tutti i soci attuali, compresi Caltagirone e Del Vecchio, che paradossalmente da anni lavorano per scalzare l’attuale gestione… Industrialmente le sinergie di Mps con Banca Generali potrebbero essere molto interessanti, ma non è facile stabilire se migliori di quelle che invece dovrebbe studiare con il mondo del risparmio gestito che ruota nella galassia Intesa: Fideuram, Eurizon eccetera. E non è neanche facile stabilire a chi davvero importino le diverse prospettive industrali chde queste varie ipotesi sul tappeto comportano.
Il quadro è chiaramente magmatico. Ma non bisogna meravigliarsene. Come l’ormai indementito Joe Biden, facendo ripartire precipitosamente i marines dall’Afghanistan, rigettò in effetti il Paese nelle mani dei talebani, così il governo Meloni, per un piatto di lenticchie, ha rinunciato a due possibilità: guadagnare seriamente dalla parziale privatizzazione di Mps; e consolidare sul serio il sistema bancario nazionale. Oltretutto, deve essere ricordato qui e oggi quanto sia stata dissipatrice la privatizzazione di Mps: l’ultimo 15% di Mps è stato venduto a 5,79 euro, con modalità oggi sotto la lente della Procura di Milano; forse anche perchè oggi Mps vale 12 euro per azione.
Dunque lo Stato ne è di fatto uscito, affidandolo ai gruppi Caltagirone e Del Vecchio, del tutto inadeguato il primo agli occhi del mercato a guidare una banca, e del tutto disinteressato a farlo il secondo. Quindi lo Stato ha sbagliato a uscire in quel modo e a quei prezzi e ha scelto i successori sbagliati.
Oggi il secondo polo “patriottico” non si sa in quali mani si assesterà, se il mercato dovesse preferire queste nuove proposte di Lovaglio all’Opa di Intesa. Se invece l’Opa di Intesa prevarrà, il primo polo bancario italiano si rafforzerà molto – anzi fin troppo, assumendo proporzioni da quasi monopolista – e crescerà in misura interessante anche il secondo, quello dell’Unipol, e il governo di centrodestra dovrà fare buon viso a cattivo gioco vedendo appunto crescere il peso di ambienti finanziari storicamente lontanissimi dalla destra. Non a caso la premier Meloni, affidando a un’intervista con Milano Finanza la sua contrarietà allo smembramento di Mps (che nel piano di Intesa finisce a Unipol) ha gettato la maschera, facendo capire che non vede di buon occhio la crescita nelle banche dei “comunisti” di bologna (le virgolette sono nostre, il pensiero è di Meloni).
E Unicredit? Unicredit sta trovando in Germania una comprensività pelosa del governo e dell’estabilishment sul successo dell’operazione Commerzbank: comem mai dopo mesi e mesi di “Nein!” adesso Berlino sorride? La cosa più probabile è che i tedeschi, di fronte al buon esito dell’offerta di Orcel sulla loro banca di casa, fingano oggi accettazione per progettare di papparsi domani il controllo di Unicredit, che tanto è nelle mani di nessuno. E l’Agricole? Cosa farà, lo sapremo presto: ma certamente non starà a guardare: se oggi dovesse accettare uno smacco su Banco Bpm, come quello rappresentato dall’Ops di Lovaglio, lo farebbe certamente per prenotarsi un miglior vantaggio domani.
Quindi in questo risiko estivo, che appassiona il giusto in un mercato (stavolta parliamo del mercato europeo) dove il problema reale è che le banche guadagnano troppo e prestano troppo poco, l’unico a rimetterci sicuramente è lo Stato italiano. Per il resto, che vinca il mercato, per sbilenco che sia. E che qualcuno s’inventi qualcosa di serio per creare in Italia un terzo polo dal solido radicamento nazionale. Bpm, Montepaschi o Unicredit che sia…
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Sergio Luciano
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