C’è qualcosa di paradossale nel furto delle opere di Antonello da Messina, come già dicevamo cercando di ragionare sui primi elementi a disposizione delle indagini: più passano le ore, più sembrano però dissolversi alcuni dei punti che parevano poter offrire una prima ricostruzione della fuga. Prima il furgone dei ladri, poi la smentita. E allora forse conviene fare un passo indietro e guardare la scena del crimine da un’altra prospettiva, non soltanto verso le strade di Messina, ma verso lo Stretto. Perché il Museo Regionale di Messina è affacciato su una delle più grandi vie d’acqua del Mediterraneo e, nella notte in cui quattro opere di Antonello sono state sottratte dalle sale del museo, mentre la città era ancora immersa nel Ferragosto e nelle celebrazioni della Vara, il mare davanti a Messina continuava a fare quello che fa ogni giorno: muoversi. Solo che quella era una notte particolare. Era la notte tra il 15 e il 16 agosto, praticamente priva di luna, una notte nella quale il buio sullo Stretto assume una consistenza diversa da quella di una normale notte estiva. E proprio in quelle ore alcune imbarcazioni di dimensioni enormi hanno attraversato lo Stretto. Questo, naturalmente, non significa nulla. O meglio: non significa ancora nulla. Non c’è, al momento, alcun elemento per sostenere che una di quelle imbarcazioni abbia avuto un ruolo nel furto, non c’è una prova che le opere siano state portate via mare e sarebbe scorretto trasformare una coincidenza geografica e temporale in una ricostruzione criminale. Ma c’è una domanda che forse vale la pena porsi: il mare può essere escluso dalla ricostruzione della fuga?
Il furto di Antonello da Messina: prima il furgone, poi la smentita
La domanda nasce anche da quello che è accaduto sulla terraferma. Nelle ore immediatamente successive al furto aveva cominciato a circolare la notizia del ritrovamento del furgone che sarebbe stato utilizzato dai ladri. La notizia è stata ripresa e rilanciata da più testate, assumendo rapidamente la forma di un primo punto fermo: il mezzo, la fuga, una possibile direzione. Poi è arrivata la smentita. Resta da capire, ed è una domanda che finora nessuno sembra essersi posto con la dovuta attenzione, che natura abbia avuto quella notizia poi smentita. Non è affatto la stessa cosa se si è trattato di un errore investigativo, un mezzo identificato in modo affrettato, magari sulla base di una segnalazione imprecisa o di un fermo immagine interpretato troppo in fretta, oppure se si è trattato di qualcosa di diverso: un’informazione messa in circolo, volontariamente o meno, per orientare l’attenzione mediatica e investigativa verso la terraferma e allontanarla da altre direzioni. Le due ipotesi non sono equivalenti, e non lo sono le loro implicazioni. Un errore racconta la fragilità fisiologica delle prime ore di un’indagine complessa, in cui le informazioni circolano rapide e non sempre verificate fino in fondo.
Un depistaggio (involontario?) può aver aiutato la fuga?
Un depistaggio, anche involontario nella sua origine, racconterebbe invece qualcosa di più inquietante: che qualcuno, dentro o intorno a questa vicenda, avesse interesse a costruire un primo punto fermo destinato a rivelarsi falso.
Al momento non ci sono elementi per propendere per l’una o per l’altra ipotesi, ed è bene dirlo con la stessa chiarezza con cui si è detto che non ci sono prove sul mare: qui non c’è alcuna prova che si sia trattato di un depistaggio, così come non c’è alcuna prova che si sia trattato di un semplice errore. Ma proprio perché le due possibilità restano aperte e portano a letture molto diverse della vicenda, sarebbe utile che gli inquirenti chiarissero, quando sarà possibile, da dove sia partita l’informazione sul furgone, chi l’abbia diffusa per primo e su quali basi. Non è un dettaglio secondario: se un pezzo della ricostruzione ufficiale può nascere da un errore o, peggio, da un tentativo di depistaggio, questo cambia il modo in cui vanno lette anche le altre informazioni circolate finora, comprese quelle relative alla dinamica dell’ingresso, ai tempi dell’allarme e alla stessa sorveglianza del museo. Questo significa che non sappiamo ancora con sufficiente precisione come i ladri abbiano lasciato la zona del museo. Ed è proprio in questo spazio di incertezza che il mare torna ad affacciarsi.
Lo Stretto non è uno sfondo
Messina ha una caratteristica che, in un’indagine di questo tipo, non può essere considerata un semplice elemento paesaggistico: lo Stretto è contemporaneamente confine, strada, porto e autostrada marittima. Da una parte la Calabria, dall’altra la Sicilia; in mezzo, un corridoio percorso continuamente da traghetti, navi commerciali e imbarcazioni di ogni dimensione. E quella notte, mentre la città cercava di ricostruire cosa fosse successo al MuMe, il traffico marittimo non si è fermato.Alcuni mezzi erano particolarmente grandi, fuori scala rispetto al normale paesaggio dello Stretto: imbarcazioni private di dimensioni tali da poter essere considerate, a tutti gli effetti, piccole città galleggianti. Anche in questo caso non c’è nulla che, da solo, abbia un significato investigativo. Ma quando si ricostruisce una fuga, soprattutto dopo che una prima pista terrestre è stata smentita, ogni presenza anomala va almeno registrata. Qui la storia diventa interessante, ma deve necessariamente rimanere nel territorio delle ipotesi.

Non una tesi, una domanda da verificare
Perché, se si volesse verificare seriamente la pista marittima, non servirebbero supposizioni né mappe disegnate a posteriori. Servirebbero dati. Gli investigatori potrebbero ricostruire il traffico nello Stretto nelle ore comprese tra il furto e l’alba: identificare le imbarcazioni transitate, verificarne gli orari, le rotte, la provenienza e la destinazione, incrociare i dati AIS con le immagini disponibili e con gli eventuali accessi ai porti. E qui, va detto, gli inquirenti avrebbero a disposizione anche una fonte meno convenzionale ma potenzialmente preziosa: la sera del 15 agosto, lungo tutto il lungomare di Messina, migliaia di persone erano fuori per i festeggiamenti e per la Vara, smartphone alla mano. Molte di quelle foto e di quei video, scattati per immortalare i fuochi, la festa o semplicemente la serata, potrebbero contenere sullo sfondo, magari senza che chi le ha scattate se ne sia reso conto, il passaggio di imbarcazioni difficili da ricostruire con i soli dati ufficiali. Non si tratterebbe di prove, ma di un patrimonio di materiale informale che, incrociato con gli orari e con i tracciati AIS, potrebbe restituire dettagli che le sole fonti istituzionali non hanno ancora offerto. Una ricostruzione del genere potrebbe produrre due risultati, entrambi utili: il primo, dimostrare che non c’è nulla; il secondo, individuare qualcosa che merita ulteriori verifiche. È esattamente questo il punto. Non bisogna dimostrare che la fuga sia avvenuta via mare. Bisogna capire se possiamo escludere che sia avvenuta via mare. Sono due cose radicalmente diverse.
E c’è un altro elemento che rende la domanda tutt’altro che peregrina. Le opere rubate non sono oggetti qualsiasi: sono quattro dipinti di Antonello da Messina, opere appartenenti a un patrimonio identificabile, noto, fotografato, catalogato, sostanzialmente impossibili da immettere normalmente sul mercato dell’arte senza attirare immediatamente l’attenzione. Questo rende la fase immediatamente successiva al furto particolarmente delicata. Chi li ha sottratti aveva bisogno di portarli rapidamente fuori dalla scena. E la scena, a Messina, ha due dimensioni: quella terrestre e quella marittima.
Naturalmente non significa che il mare sia necessariamente la risposta. Anzi, potrebbe essere la pista più suggestiva e meno produttiva di tutte. Ma non sarebbe la prima volta che un’opera d’arte di enorme importanza finisce al centro di una storia in cui compare uno yacht come possibile luogo di transito, occultamento o fuga. Nel mondo dell’arte e del crimine, le imbarcazioni private sono già comparse in vicende legate alla circolazione clandestina di opere e beni di grande valore.
Cosa è successo nello Stretto nelle ore successive al furto?
E forse c’è un dettaglio che merita di essere osservato con maggiore attenzione: quella notte, le grandi navi che passavano davanti a Messina erano lì, visibili sui sistemi di tracciamento, mentre le telecamere terrestri continuavano a raccontare soltanto una parte della storia. Se qualcuno avesse utilizzato il mare, quella sarebbe stata una delle poche vie di fuga capaci di trasformare rapidamente la geografia del problema: da Messina a qualunque altra destinazione raggiungibile via acqua. Ma anche qui bisogna fermarsi un passo prima della suggestione. Una nave che passa non è una nave coinvolta. Una notte senza luna non è una prova di clandestinità. Una via d’acqua non è automaticamente una via di fuga. E una notizia sul ritrovamento di un furgone, se successivamente smentita, non può diventare il fondamento di una ricostruzione soltanto perché è stata pubblicata per prima, quale che ne sia stata l’origine.
Il caso Antonello, per ora, sembra chiedere esattamente il contrario: meno certezze premature e più incrocio di dati. Per questo la domanda sul mare non è: “Sono scappati via mare?”. È una domanda molto più semplice: che cosa è successo sullo Stretto nelle ore immediatamente successive al furto? Quali navi sono passate davanti al MuMe? A che ora? Da dove arrivavano? Dove erano dirette? Chi erano i proprietari? Quali altre imbarcazioni si trovavano nelle acque prospicienti Messina? E soprattutto: esiste qualche elemento che consenta di collegare, anche soltanto temporalmente, quei movimenti alla fuga? Potrebbe non emergere niente. Potrebbe emergere soltanto il normale traffico di una notte d’agosto. Oppure potrebbe esserci un dettaglio finora rimasto fuori dalla narrazione. Perché il vero punto, in questa storia, è proprio qui: mentre tutti cercano una strada da cui i ladri possano essere fuggiti, forse bisognerebbe guardare anche alla strada che a Messina non è una strada. È il mare, il Mediterraneo, e le sue – queste sì – vie di fuga. Come Gibilterra o, ancor più, come Suez… E quella notte era buio.
Giovanni Cardillo
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link


