Quando il colpo di sonno esonera da responsabilità e quando invece il conducente deve risarcire i danni per stanchezza o pasti pesanti.
Il tema della sicurezza stradale occupa ogni giorno le pagine della cronaca e solleva interrogativi complessi sulla gestione delle colpe. Uno degli eventi più temuti e difficili da valutare è il cedimento fisico del conducente che perde il controllo del veicolo perché si addormenta. Molti automobilisti e vittime di sinistri si chiedono spesso, in caso di incidente per colpo di sonno alla guida, chi paga i danni. E ciò per capire se esista sempre un colpevole o se la natura umana possa a volte giustificare l’accaduto. La legge italiana stabilisce confini molto netti tra ciò che è considerato una fatalità inevitabile e ciò che invece deriva da una condotta imprudente o negligente. In questo articolo analizzeremo come la magistratura distingue il malore imprevedibile dalla semplice stanchezza, spiegando le regole per ottenere il risarcimento e i criteri con cui i giudici valutano le condizioni fisiche di chi si mette al volante. Comprendere queste differenze è fondamentale per chiunque viaggi sulle strade, poiché una distrazione legata alla condizione fisica può trasformarsi in una pesante responsabilità economica e legale se non si rispettano i segnali che il corpo invia prima di cedere al sonno.
Che cosa si intende per caso fortuito in un incidente?
Nel diritto civile e in particolare nella materia della circolazione stradale, il concetto di caso fortuito riveste un ruolo di primaria importanza per stabilire chi deve farsi carico delle conseguenze di uno scontro. Il caso fortuito rappresenta un evento che accade in modo del tutto straordinario e imprevedibile, una forza della natura o un evento umano contro il quale ogni sforzo preventivo risulterebbe del tutto vano. Quando un sinistro stradale avviene per un fattore che sfugge completamente al controllo dell’automobilista, la legge prevede l’esonero da ogni responsabilità per i danni provocati. Si tratta di una situazione simile allo stato di necessità, in cui l’autore del danno non ha alcuna possibilità di evitare l’evento nonostante l’adozione della massima diligenza possibile.
L’elemento imprevisto rende inevitabile il verificarsi del danno. Perché si possa invocare con successo il caso fortuito, occorre che l’evento sia estraneo alla sfera di controllo del conducente e che si manifesti con una tale intensità da rendere inutile qualsiasi manovra di emergenza. Se un sasso cade improvvisamente da un cavalcavia o se un fulmine colpisce la strada deformandola all’istante, siamo in presenza di fattori che escludono la colpa. Tuttavia, non basta affermare che l’evento sia stato improvviso. La giurisprudenza richiede una prova rigorosa della sua eccezionalità. Se un incidente si verifica e le cause rimangono ignote o incerte, il conducente resta responsabile. La legge infatti presume che, in assenza di prove contrarie, la colpa sia di chi guida il veicolo. Pertanto, chi vuole evitare di pagare i danni deve dimostrare con precisione quale elemento esterno e imprevedibile abbia causato la perdita di controllo del mezzo.
Quando il colpo di sonno esonera il conducente?
Il colpo di sonno rappresenta una delle sfide più difficili per i tribunali. In linea generale, addormentarsi mentre si guida è considerato un comportamento colpevole, poiché ogni conducente ha il dovere di fermarsi se avverte stanchezza. Tuttavia, esistono circostanze eccezionali in cui il sonno può essere equiparato al caso fortuito. Questo accade esclusivamente se il sonno è determinato da cause patologiche che presentano il carattere della totale imprevidibilità (Cass. sent. n. 41097/2001). In questo caso, il sonno rientra nella nozione di malore improvviso. Si parla di un evento fisico che colpisce il soggetto senza alcun segnale premonitore e che non è collegato a stili di vita errati o a stanchezza accumulata.
Il colpo di sonno patologico è scusabile solo se è la manifestazione di un’infermità che non aveva mai dato segni in passato. Se un automobilista, che ha sempre goduto di ottima salute, viene colto da un improvviso attacco sincopale o da una patologia neurologica mai diagnosticata che provoca la perdita di coscienza immediata, non gli si può attribuire alcuna colpa. In questa situazione, il conducente non è un effettivo responsabile del sinistro poiché non ha avuto la possibilità di avvertire il pericolo e accostare il veicolo. Restano invece esclusi da questa protezione tutti i soggetti che sono consapevoli di soffrire di determinate patologie e che, nonostante questo, decidono di mettersi alla guida esponendosi deliberatamente al rischio di un addormentamento improvviso. In questo caso, la colpa risiede nel fatto stesso di aver iniziato il viaggio pur conoscendo la propria fragilità fisica.
Quali sono i rischi legati al sonno fisiologico e alla stanchezza?
La legge distingue nettamente tra il malore patologico e il cosiddetto sonno fisiologico. Quest’ultimo non è mai considerato una scusa valida per evitare il risarcimento dei danni. Il sonno fisiologico è quello che deriva da condizioni naturali e prevedibili che ogni persona di normale diligenza dovrebbe conoscere e monitorare. La stanchezza accumulata dopo ore di lavoro o la necessità di dormire dopo una notte insonne sono elementi che rendono l’abbiocco alla guida un evento del tutto atteso. Se un soggetto sano insiste nella guida prolungata nonostante l’affaticamento, la sua responsabilità in caso di incidente è totale (Cass. sent. n. 16840/1990).
Esistono diversi scenari in cui il colpo di sonno è considerato frutto di una condotta colposa:
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la guida dopo un periodo prolungato di insonnia che riduce i riflessi;
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la decisione di mettersi in viaggio in condizioni di caldo eccessivo e prevedibile che favorisce la sonnolenza;
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la conduzione di un veicolo subito dopo la consumazione di pasti abbondanti che appesantiscono la digestione;
- la continuazione del viaggio nonostante la comparsa dei primi sbadigli o della pesantezza delle palpebre. In tutti questi casi, l’incidente è addebitabile al conducente a titolo di colpa (Cass. sent. n. 459/1990). L’automobilista ha il dovere giuridico di valutare la propria idoneità fisica prima di accendere il motore. Se ignora i segnali di stanchezza o se crea le condizioni perché il sonno arrivi (come mangiare troppo o non dormire la notte prima), egli accetta il rischio di provocare un danno e deve quindi risponderne integralmente verso le vittime.
Chi deve provare il malore improvviso durante la guida?
Un punto fondamentale per la gestione delle cause civili riguarda l’onere della prova. In un processo per danni da incidente stradale, la vittima deve dimostrare il fatto storico e il danno subito. Una volta provato che il veicolo ha invaso l’altra corsia o è uscito di strada, spetta al conducente che ha provocato il sinistro dimostrare la propria innocenza. Se il guidatore afferma di aver avuto un colpo di sonno imprevedibile dovuto a un malore, deve essere lui a fornire le prove di questa affermazione. Non basta una semplice dichiarazione o il fatto che non si ricordi nulla dell’accaduto.
Se la causa dell’incidente rimane ignota o se non ci sono elementi clinici che confermano una patologia improvvisa, la prova del caso fortuito si ritiene insoddisfatta. Di conseguenza, il proprietario del mezzo e il conducente risponderanno dei danni. Per vincere una causa di questo tipo, è spesso necessario presentare certificati medici, perizie specialistiche che attestino l’insorgenza di un problema di salute mai manifestatosi prima e documentazione che escluda l’uso di farmaci o sostanze che provocano sonnolenza. La difficoltà di fornire questa prova è altissima, poiché la legge tende a proteggere la vittima del sinistro. Il principio di base è che chi guida una macchina, che è di per sé un oggetto pericoloso, deve garantire di essere sempre nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e fisiche (art. 2054 cod. civ.).
Quali sono i segnali premonitori che escludono il malore?
La giurisprudenza della Cassazione è molto attenta alla presenza di segnali premonitori. Il malore è scusabile solo se è fulmineo. Se prima di addormentarsi il conducente avverte un leggero malessere, un annebbiamento della vista o una sensazione di pesantezza, egli ha l’obbligo di interrompere immediatamente la marcia. Se non lo fa, la sua condotta diventa negligente. I giudici analizzano il comportamento del guidatore nei momenti precedenti l’impatto. Se non ci sono segni di frenata o se il veicolo ha proceduto in modo rettilineo per diversi metri prima di colpire un ostacolo, si presume spesso che il sonno sia stato graduale e quindi prevedibile.
Un esempio pratico aiuta a chiarire: se un automobilista sente un forte mal di testa e decide di continuare a guidare per raggiungere casa più velocemente, e poi sviene o si addormenta, egli è responsabile. Il mal di testa era il segnale che qualcosa non andava. Al contrario, se una persona sta guidando normalmente e viene colpita da un’improvvisa ischemia che causa un sonno istantaneo e profondo senza alcun dolore precedente, siamo nel campo del malore improvviso. La distinzione tra queste due situazioni richiede spesso l’intervento di medici legali che devono ricostruire la dinamica fisiologica dell’evento. La legge non vuole punire chi è vittima della sfortuna, ma non vuole nemmeno lasciare impuniti coloro che sfidano la propria stanchezza mettendo a rischio la vita altrui sulle strade.
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Raffaella Mari
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