“Tant’è che potrebbero anche essere veri”. Veri, e irreali? Era questa, mi pare, la permutazione mancante,

ora che hai lasciato completamente a me, senza remissione,

il calcolo della tua implicita proporzione,

scovare medi ed estremi,

moltiplicarli a coppie, semplificare, dare il risultato  

– “Ricorderai quel che ti dicevo”; “ricorderai la splendida premessa”…

Veri, gli sprovvisti d’ironia – come anche tu sei stato: veri che i nostri grandi eroi irreali quasi per contagio disverano,

in senso tragicamente proprio:

lumini che svaniscono in distanza, circo di pulci, personaggini e lampi in war games baccanali  

– e infine niente»).

(«Ma dove sei. Da un po’ non ti si sente»).

La serie di interviste dedicate alle finaliste e ai finalisti del Premio Strega Poesia 2026 racconta un volto noto. E con un titolo già sentito, anche. Avevamo citato Vincenzo Ostuni (Roma, 1970) e il suo Faldone, infatti, nella classifica dei migliori (secondo noi) cinque libri di poesia pubblicati in Italia nel 2025; non siamo certo rimasti sorpresi, dunque, di ritrovarlo in quella che probabilmente è la “top 5” letteraria per antonomasia – la cinquina del Premio, appunto. Vincenzo Ostuni (Roma, 1970) ha pubblicato dieci libri di poesie. Gli ultimi sono Faldone (il Saggiatore, 2025), che raccoglie l’intera sua opera, e più di recente Capo Horn (La Camera Verde), 2026. Lavora come responsabile editoriale di Ponte alle Grazie.

La poesia di Vincenzo Ostuni

È curioso come, nel menzionarlo in quell’articolo, del Faldone scrivessimo queste parole: “Immaginiamo un libro che sia anche l’opera di una vita (…) chissà quando iniziata, o se ci sia un istante che possa vantarne la creazione”. Ebbene, è proprio in questa intervista che Ostuni ci ha raccontato in anteprima, e addirittura mostrato, questo istante iniziale.
Senza aggiungere ulteriori parole alle sue, quindi, lo ringraziamo per le dichiarazioni che ci ha generosamente concesso e a voi auguriamo buona lettura.

Intervista a Vincenzo Ostuni

Partirei da una constatazione di Chiara Portesine che effettivamente si presenta come un assunto non facile da smentire: «Del Faldone di Ostuni sembra impossibile parlare». Eppure, noi vogliamo farlo comunque, vogliamo parlare di questa tua opera dopo averla inserita tra i migliori cinque libri di poesia del 2025; e per divincolarci dal laccio dell’impossibile vorremmo chiedere direttamente a te di definirlo: cos’è, dunque, il Faldone?
«Ti esti?» direbbe Socrate. Il Faldone viene definito dal sito faldone.it “un libro di poesia che cambia nel tempo”. Questa è una definizione che dice tutto il necessario ma al tempo stesso sembra che non dica nulla, quindi capisco Chiara quando parla così. E tuttavia si tratta appunto di questo, di un libro di poesia che resta aperto invece di venire chiuso una volta per tutte, fin nelle sue caratteristiche più minute: i singoli testi, le singole parole, i singoli segni di interpunzione vanno soggetti a procedure casuali o più ordinate di mutazione. L’unica cosa che non è mai cambiata – o l’ha fatto solo all’inizio, stabilizzandosi abbastanza presto – è il titolo. E sul titolo dirò una cosa: a logica, dovrebbe essere Faldone. Quello che invece capita spesso di fare è chiamarlo con l’articolo determinativo, «Il faldone». E questa non è solo una questione di articolo, ma è legata al fatto che, in via ipotetica, «Il faldone» non è il titolo di un singolo libro ma di un genere o un sottogenere letterario, come si dice «I canti» di Giacomo Leopardi o «Le elegie» di Sesto Properzio. Secondo questo automatismo della lingua, che io noto quasi a posteriori, Faldone non è il titolo di un libro ma è semplicemente un segnalino che indica che Vincenzo Ostuni, nell’ambito di un certo genere letterario, ha prodotto, sta producendo e continuerà a produrre questo volume. In effetti è come un Canzoniere: opera omnia concepiti come testo.

Dal momento che sarebbe riduttivo limitarci a parlare dell’Ostuni poeta di fronte alla tua attività di editore e traduttore, ti chiediamo: c’è un ruolo che preferisci e nel quale ti senti più a tuo agio? È meglio scrivere o gestire la scrittura altrui?
In realtà io mi sento a disagio in entrambi, anche se in forme diverse. Il mio rapporto con la scrittura non è di piacere, ecco, ma è un qualcosa che somiglia molto più a una sfida, una provocazione che rivolgo a me stesso o che il materiale letterario o la materia del mondo mi propongono. Ed è una forma di dovere parlarne attraverso i mezzi della poesia ai quali io evidentemente attribuisco, anche se in maniera non consapevole, una certa importanza e un certo potere rituale, apotropaico, pragmatico. Quindi la scrittura è un conflitto; e lo è anche il lavoro sulla scrittura altrui e il lavoro editoriale in generale, questo perché (perlomeno nel momento storico attuale) si tratta di un conflitto tra la capacità di giudizio critico del singolo lavoratore dell’editoria e la necessità di adeguarsi a logiche industriali che spesso confliggono proprio con quelle stesse attitudini. Il primo, dunque, è un disagio metafisico–esistenziale; il secondo, per usare una terminologia heideggeriana, è un disagio esistentivo ed etico.

Faldone, Vincenzo Ostuni

Il Faldone di Vincenzo Ostuni

In un’intervista di Emiliano Ceresi per Lucy sulla cultura racconti un fatto su di te: la testimonianza di essere stato a lungo detentore del record italiano di Campo Minato, il gioco su Windows. C’è un qualcosa, un’abilità che accomuna quest’ultimo alla poesia o alla letteratura in generale?
Sì, in quell’intervista racconto di essere stato recordman italiano assoluto nell’albo di Campo Minato, livello esperto, nella seconda metà degli anni 2000. Ero già abbastanza vecchio per essere recordman di un videogioco, avevo trentacinque anni. Io ho sempre pensato che il modo di concepire il Faldone abbia molto in comune con una certa predisposizione a una combinazione di facoltà che potremmo sintetizzare definendole “riempimento di caselle e velocità di movimento”. Sono abilità fondamentali per giocare a Campo minato e sono all’opera anche nella composizione del Faldone. Del primo, si può facilmente comprendere il perché. Il secondo è meno intuitivo ma ha a che vedere con questo: man mano che il Faldone diventa un’opera complessa, una serie di decisioni devono essere prese con una certa, istintiva rapidità. Anche nella mia stessa modalità di comporre un verso sulla pagina, così esteso, mosso e frammentato, c’è qualcosa che non solo ricorda analogicamente il Campo Minato, ma in un certo senso attinge allo stesso repertorio di azioni, di tassie.

Come ti rapporti a questa candidatura al Premio Strega Poesia 2026 che ti vede tra i primi cinque finalisti, cosa ne pensi e quali aspettative hai?
Sono contento. Diciamo che il Premio consente di dare al Faldone un po’ più di visibilità, almeno per alcuni mesi. E lo dico quasi come lo direi nei confronti di un figlio, di una creatura autonoma da me verso la quale ho un atteggiamento relativamente estrinseco. Certe volte mi sembra quasi che abbia una sua esistenza indipendente e anzi, che la acquisisca sempre più mano a mano che cresce e tuttavia mi viene da pensare quasi che trovarlo inserito in questa cinquina sia un modo per mandarlo per il mondo. Sono contento quasi più per lui (ride, ndr). Mi sembra assurdo dirlo, ma è così. La seconda sensazione che ho è anche la possibilità di una parziale riparazione nei confronti della casa editrice, in particolare di Andrea Gentile che all’epoca era direttore, dell’editore Luca Formenton, di coloro che hanno lavorato con me e a tutte le persone molto care del Saggiatore. È una scelta coraggiosa pubblicare un libro di poesia di ottocento pagine, composto da oltre mille testi, con una struttura complessa e una lunga e importante appendice critica firmata da Luigi Severi. Se il Premio Strega contribuisce a ripagare il Saggiatore dei suoi sforzi mi fa contento. Forse, in fondo, la verità è che mi fa sentire meno in colpa.

“Vi svelo com’è nato davvero il Faldone”. Intervista al poeta Vincenzo Ostuni, finalista del Premio Strega 2026 
Vincenzo Ostuni

In trent’anni di vita del Faldone, un’intervista dopo l’altra, hai speso migliaia, milioni di parole su di esso. Ora, in conclusione a questa intervista, ci regali uno scoop, una cosa che non hai mai detto a nessuno – in pubblico, perlomeno – su questo libro?
Non direi, sai, di avere speso milioni di parole sul Faldone. La maggior parte di esse, intese come significato dell’operazione letteraria e concettuale che l’opera rappresenta, sono già presenti all’interno del Faldone stesso, più che all’esterno, soprattutto in alcune sezioni che vanno dalla 7 alla 10 («Acque nere», «Tiritì, tiritì» «How to do things with words» ed «Elegia»), ma anche nella 97 («Disposizioni contraddittorie e incomplete per la composizione del Faldone in caso di nostro improvviso decesso o incapacità di impartirle altrimenti ») oppure nella 98 («Cassetta degli attrezzi»). C’è una cosa però che posso dirti, o più che altro darti. Per rispondere a questa tua domanda sono andato a guardare nei quaderni di quando ero ragazzo e ho trovato, se non un punto di nascita, almeno un punto di svolta importante dell’idea del Faldone, ovvero quella di produrre un’unica opera strutturata in maniera architettonicamente complessa. Il termine “Faldone” è arrivato nel 1997-1998; ma già negli anni ‘80, quando avevo quindici–sedici anni, la mia idea era di lavorare intorno a una suddivisione tematica dei miei testi e lo facevo, anche se in una maniera non ancora così chiara. A un certo punto però, nel 1991, nasce l’idea di creare un unico testo che avrebbe dovuto essere una sorta di poema metafisico. Già all’epoca era presente il numero novantanove, l’asintoto e varie altre idee che sono rimaste nell’opera.

(Vincenzo Ostuni, appunti, 1991)

(«Per il punto segnato qui di seguito con la

X

bucandolo con uno spillo il Faldone si sgonfia senza scoppio, tenuto però a terra dal banale peso

dei suoi fogli;

si afflosciano le parentesi che ne simulano en abyme la struttura sferoide di mongolfiera insufflata

ma

fuori è ogni forma di caos, con

la modesta aria interna che fuoriuscendo accresce semmai, infinitesimamente,

la condizione di violenza generale»)

Maria Oppo

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