Sarebbe facile parlare – specialmente ora, nell’anno in cui Gibellina è Capitale italiana dell’arte contemporanea – di quanto sia emozionante il Cretto di Burri. O di quanto sia bello il mare a Mondello. Sarebbe scontato raccontare il fascino del liberty siciliano, dei templi o dei tanti antichi palazzi nobiliari palermitani che negli ultimi anni sono stati oggetto di operazioni di bonifica e restauro (ne citiamo uno su tutti: l’incredibile Palazzo Butera nel quartiere della Kalsa, riqualificato e allestito dall’architetto veneziano Giovanni Cappelletti, allievo di Scarpa, per Massimo e Francesca Valsecchi, che lo hanno reso un centro aperto all’arte e alla ricerca contemporanea). Di guide così, sulla città, ce ne sono già abbastanza.
Palermo, al contrario, negli ultimi anni ha dato prova di puntare tantissimo sul comparto culturale e creativo contemporaneo diventando casa per una serie di realtà d’eccellenza che ne stanno facendo riscoprire l’anima più autentica, in Italia e all’estero. Realtà artigianali piccole o piccolissime, che, partendo dalla tradizione e dal territorio, hanno però da dire la loro in termini di riscrittura di nuove geografie creative: ve ne raccontiamo allora cinque – tra ceramica, design, editoria e food – che varrà la pena esplorare se passate per 24 o 48 ore in città. In attesa, la prossima primavera, del festival Manufacto che metterà a sistema il meglio della manifattura design-oriented di Palermo e della Sicilia Occidentale.

La ceramica di Patrizia Italiano
La storia di Patrizia Italiano inizia lontano, con corsi e ricorsi, fallimenti e ripartenze. La designer e ceramista, palermitana doc, comincia infatti giovanissima, esponendo le sue opere a Milano, New York, Tokyo, negli Emirati Arabi e in altri Paesi. La Sicilia però, con la sua ricchezza culturale e le sue tradizioni millenarie, rimane la fonte principale, e inesauribile, della sua ispirazione. A questi successi iniziali, segue un lungo periodo di inattività. È la passione – per l’argilla, per Palermo e per il mare di Filicudi – a spingerla a ricominciare e ad aprire un piccolo atelier incantato con laboratorio e giardino, non lontano dalla Vucciria, diventato negli anni anche residenza d’artista, spazio per eventi, mostre e workshop.

Il suo lavoro, oggi ampiamente riconosciuto e venduto sulle piattaforme di e-commerce d’arte e design più famose del mondo, si muove tra prodotto tradizionale, artigianato contemporaneo e sperimentazione su piccola scala, privilegiando processi produttivi che mantengono un forte legame con la manualità. Nelle sue collezioni infatti, l’oggetto non è mai solo funzionale, ma diventa sempre portatore di significati culturali e simbolici. I suoi vasi e le sue teste, rigorosamente smaltati a mano, hanno, per esempio, nomi di persona tipici o di personaggi, Carmelina, Ifigenia, Totuzzo, Filomena, Calogero. Figure antropomorfe che raccontano storie, evocano archetipi mediterranei e trasformano la ceramica in un linguaggio espressivo riconoscibile. In questo senso i suoi progetti sono parlanti, sono spazio di dialogo tra memoria e innovazione, tra tecniche antiche e forme nuove, tra passato e presente.

Il metallo di Officine Calderai
Via Calderai, era, storicamente, la strada dove stavano i “calderai”, gli artigiani specializzati nella lavorazione dei metalli e nella produzione di bracieri, padelle, pentole e altri utensili domestici. Un tempo animavano — e tuttora occupano — questa strada con le loro botteghe. A differenza di altre “vie dell’artigianato” presenti in città, è una delle poche ad aver conservato la propria vocazione originaria.

Qui nasce Officine Calderai, il micromuseo (con tanto di piccolo bar con specialty coffee) dedicato alla lavorazione dei metalli, fondato da Martinelli Venezia, lo studio di design con sede a Milano e Palermo, aperto nel 2015 dagli architetti Carolina Martinelli e Vittorio Venezia. Lo spazio di 30 metri quadri scarsi – per decenni bottega del maestro Nino Ciminna, il più anziano stagnino della via, chiuso e abbandonato dal 2015, l’anno della sua scomparsa – è stato trasformato in un luogo capace di preservare, esporre e promuovere il patrimonio di un mestiere che rappresenta un’espressione fondamentale della cultura materiale di Palermo, pur essendo a rischio scomparsa. La sua attività si fonda, infatti, su un forte dialogo tra progettisti, designer e maestranze artigiane, creando un ambiente di produzione che è allo stesso tempo laboratorio creativo e luogo di trasmissione dei saperi. Come “Cento Oliere”, la prima mostra di Officine Calderai: un’esplorazione giocosa delle variazioni di forma e funzione applicate a un oggetto storicamente realizzato proprio in questa strada ed emblematico dell’identità italiana. Le cento oliere, disegnate da Martinelli Venezia e tutte acquistabili, sono state realizzate artigianalmente da Paolo Tabbone nella sua bottega al civico 35. Officine Calderai rappresenta quindi un esempio di come le tradizioni produttive locali possano evolversi, generando nuovi linguaggi e contribuendo alla vitalità del design contemporaneo nel contesto mediterraneo.

Il “Palermitano” degli illustratori
Avete presente quella rivista d’illustrazione che esiste in molte città senza esistere “davvero”, cioè nel mondo fisico? In principio, nel 2013, fu The Parisianer, magazine immaginario ispirato al magazine culturale per antonomasia, il New Yorker, e alle sue iconiche copertine. Un format che ebbe immediatamente un enorme successo, tanto da essere replicato in tutto il mondo. Dopo The Milaneser a Milano e altre versioni locali in altrettante città, The Palermitaner è nato con l’intento di costruire un’opera collettiva in cui, attraverso lo sguardo e la creatività di illustratrici ed illustratori, venisse rappresentata la costellazione di visioni, contrasti ed emozioni della città. “C’è stato un momento in cui Palermo, ferita e stanca, sembrava essersi lasciata inghiottire dal silenzio” racconta l’ideatrice Flavia D’Anna. “È lì che ho sentito l’urgenza di reagire, di offrire alla città un’immagine diversa da quella stereotipata dei tamburelli e dei cannoli da cartolina. The Palermitaner nasce così: come un atto creativo e affettivo, un invito a riscrivere Palermo con nuovi occhi”. Un progetto che la casa editrice Forward Edizioni ha scelto di pubblicare perché rappresenta alla perfezione la loro idea di editoria: un luogo in cui la narrazione visiva diventa strumento critico e poetico. Il capoluogo siciliano, in questo caso, è al tempo stesso sfondo e protagonista: fragile e potente, austera e popolare, una città che resiste agli stereotipi e si lascia leggere solo attraverso lo sguardo plurale di chi la vive. “Pubblicare The Palermitaner significa quindi custodire un atto d’amore collettivo, un racconto che appartiene non a singole voci ma a una comunità intera, e che abbiamo voluto trasformare in libro per garantirgli durata, memoria e diffusione”, commenta l’editore Diego Emanuele.

Il marmo secondo Kimano Design
È vero, qui non siamo proprio proprio a Palermo, ma in provincia di Trapani, a Custonaci, dove esiste la cava con il miglior panorama al mondo: affacciata direttamente a picco sul Mediterraneo. È quella fondata e gestita da Ducale Marmi, azienda a conduzione familiare specializzata nella lavorazione e nella fornitura di materiali lapidei per l’architettura e parte del gruppo Margraf. Con l’obiettivo di trasferire il suo bagaglio tecnico nel mondo del prodotto e ampliare proprio ambito operativo sperimentando nuovi linguaggi e nuove applicazioni, nel 2020 ha fondato Kimano Design, il marchio che sviluppa oggetti e collezioni per esplorare le potenzialità espressive della pietra, trasformando un materiale tradizionalmente legato all’architettura in elemento centrale per arredi e complementi contemporanei. Diretto da Gabriele D’Angelo, il progetto, oltre a coinvolgere molti giovani designer, mira a valorizzare la relazione tra industria e cultura, mettendo in dialogo tecnica, lavorazioni specialistiche, ricerca formale e dimostrando come materiali storicamente associati all’architettura possano generare nuove forme e funzioni nel design. Qualche esempio? Steakholder, di Arciuolo Antoniali, una serie che ridefinisce il confine tra design d’avanguardia e ironia concettuale. Si tratta di tre sculture funzionali che celebrano le forme archetipiche della convivialità attraverso l’eleganza immortale della pietra, anzi del marmo Diaspro, realizzate nelle varianti iconiche di T-Bone, Ribeye e Ossobuco.

Nuove tavole e dimore storiche
Il Ristorante Charleston racconta una storia fatta di visione, coraggio, eccellenza tutta italiana. Venne aperto nell’ottobre 1967 in via Magliocco, nel centro storico di Palermo, da Angelo Ingrao, Giuseppe e Nino Glorioso quando ancora al sud non esisteva il concetto di alta ristorazione. Bastarono pochi anni per dimostrare che i tre ci avevano visto lungo: il Charleston divenne in breve il tempio della cucina palermitana d’autore conquistando due stelle Michelin, il primo in Sicilia e nel sud Italia. E ospitando personaggi di spicco: dal Principe Tomasi di Lampedusa a Maria Callas, da Saragat a Sergio Leone, da Gassman a Mastroianni ad Al Pacino.. Negli anni il Charleston è stata una realtà in continuo fermento, che ha vissuto tante vite, seguendo il suo percorso di innovazione, senza mai dimenticare da dove si era partiti. Oggi, il ristorante è seguito dagli chef Giovanni Solofra e Roberta Merolli, coppia nella vita e nel lavoro arrivata qui dopo anni al fianco dello chef Heinz Beck. Dopo la loro prima stella a Taormina al St. George by Heinz Beck e il ritorno in Campania al Tre Olivi di Paestum (due stelle Michelin in soli nove mesi di riapertura), Solofra e Merolli sono tornati in Sicilia con una missione: raccontare l’isola attraverso una cucina che unisce memoria e innovazione. Decisamente da provare (tra l’altro molte mise en place sono costruite utilizzando ceramiche realizzate ad hoc proprio da Patrizia Italiano). E, per finire, una tip per dormire: a pochi minuti dal sopracitato Palazzo Butera, sulle storiche Mura del Foro Italico, prospiciente a Piazza Kalsa e proprio davanti al waterfront della città è possibile soggiornare alla Casena del Principe, signorile dimora settecentesca su più livelli con tanto di terrazza panoramica e vista mozzafiato sul mare e sui tetti di Palermo.
Giulia Mura
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