17 agosto 2026 – ore 14:30 – Nati per offrire protezione agli alpinisti sorpresi dal maltempo o per garantire un punto d’appoggio durante ascensioni e traversate di più giorni, i bivacchi di alta quota stanno progressivamente cambiando funzione. Sempre più spesso diventano mete autonome, pubblicizzate attraverso fotografie e video sui social come luoghi spettacolari nei quali trascorrere gratuitamente una notte. Un fenomeno che interessa l’intero arco alpino e che comincia a sollevare interrogativi anche in Friuli Venezia Giulia, dove sono presenti almeno 24 strutture classificate come bivacchi dal Club alpino italiano, alle quali si aggiungono ricoveri, casere aperte e opere appartenenti ad altri enti. Il problema non è rappresentato dal semplice pernottamento. Il bivacco, per sua natura, può essere utilizzato per dormire prima di un’ascensione o durante una lunga traversata. La criticità nasce quando viene trattato come un piccolo albergo gratuito, trasformandosi da presidio di sicurezza a destinazione turistica. Feste, musica, consumo di alcol, accensione di fuochi, occupazione anticipata delle cuccette, rifiuti e danneggiamenti sono alcuni degli episodi segnalati con crescente frequenza dalle sezioni del Cai e dagli enti che si occupano della manutenzione. Alla pressione esercitata dai nuovi frequentatori si aggiunge il rischio connesso alla preparazione insufficiente. La ricerca della fotografia panoramica o della notte “estrema” può spingere persone prive di esperienza verso itinerari lunghi, esposti o tecnicamente complessi. In questo modo il bivacco, pensato per ridurre i pericoli della montagna, finisce paradossalmente per diventare un richiamo capace di generarne di nuovi.
Il bivacco non è necessariamente un punto di arrivo
La destinazione originaria di queste strutture è prevalentemente alpinistica. Il bivacco deve garantire un riparo temporaneo quando le condizioni meteorologiche peggiorano improvvisamente, quando un escursionista si attarda, perde l’orientamento oppure non riesce più a proseguire in sicurezza. Può essere utilizzato anche come punto d’appoggio programmato, per esempio quando l’indomani è prevista una scalata o quando la lunghezza di una traversata rende impossibile il ritorno a valle nella stessa giornata. Non dovrebbe invece essere considerato automaticamente il traguardo di una gita, soprattutto quando l’obiettivo diventa organizzare una serata in compagnia occupando tutti i posti disponibili. Il principio fondamentale è che chi si trova in difficoltà deve avere la precedenza. Nessun posto può essere prenotato o considerato acquisito. Il bivacco è generalmente incustodito, non garantisce la disponibilità di una cuccetta, non offre ristorazione e, salvo eccezioni, non dispone di acqua potabile, riscaldamento o assistenza. Chi programma di utilizzarlo dovrebbe quindi essere comunque attrezzato per affrontare una notte senza poter entrare. Il riparo potrebbe essere pieno, danneggiato, temporaneamente inagibile oppure irraggiungibile a causa del maltempo. La semplice presenza della struttura sulla carta non può essere considerata una garanzia di sicurezza.
Il caso del bivacco Fiamme Gialle
Uno dei casi più emblematici è quello del nuovo bivacco Fiamme Gialle, collocato a circa tremila metri sullo Spallone del Cimon della Pala, nel territorio di Primiero San Martino di Castrozza. Dopo la sostituzione della vecchia struttura con un edificio moderno e panoramico, il bivacco ha conquistato una grande visibilità sui social, diventando una meta ricercata anche da escursionisti non sufficientemente preparati. Per raggiungerlo bisogna affrontare la ferrata Bolver-Lugli, un itinerario impegnativo che richiede esperienza, preparazione fisica, attrezzatura adeguata e capacità di valutare le condizioni meteorologiche. Non si tratta quindi di una normale escursione verso un rifugio. In pochi mesi nell’area sarebbero state effettuate otto operazioni di recupero, un numero mai raggiunto in precedenza. In un caso tre persone, partite al mattino, hanno impiegato tra le 13 e le 14 ore per arrivare alla struttura, raggiungendola soltanto in piena notte. Il percorso, in condizioni normali e per persone adeguatamente preparate, richiede indicativamente quattro o cinque ore. Il caso è stato richiamato da Gino Taufer, delegato della zona Primiero-Vanoi del Soccorso alpino trentino. Secondo il soccorritore, il rinnovamento ha reso il bivacco molto più attrattivo, ma non ha cambiato la montagna circostante: la ferrata, l’esposizione, la quota e la variabilità del tempo sono rimaste le stesse. A essere cambiata è soprattutto la percezione del luogo. Il rischio è che l’immagine del bivacco, isolata dal contesto dell’itinerario necessario per raggiungerlo, restituisca l’idea di una struttura accessibile a chiunque. Nei contenuti pubblicati online spesso il percorso scompare: resta soltanto l’edificio avveniristico affacciato sulle Dolomiti, fotografato all’alba o al tramonto. L’imprudenza coinvolge anche i soccorritori. Ogni operazione a tremila metri, soprattutto con il buio o in condizioni meteorologiche difficili, espone le squadre a pericoli reali. Per questo dal territorio è arrivata la richiesta di un’azione coordinata tra Soccorso alpino, Cai, guide, amministrazioni e istituzioni della montagna, con campagne di informazione e prevenzione rivolte ai nuovi frequentatori.
I bivacchi “anti-overtourism”
La reazione alla trasformazione dei bivacchi in mete social ha prodotto una nuova tipologia di struttura, già definita “anti-overtourism” o, in termini più provocatori, “anti-sprovveduti”. All’interno sono presenti soltanto tavolati sui quali sedersi o distendersi, senza materassi e senza coperte. In alcuni casi è espressamente vietato abbandonare materassini o altre dotazioni. L’obiettivo è chiaro: garantire un tetto e una protezione dalle intemperie senza offrire un livello di comodità tale da attirare persone interessate esclusivamente a trascorrere una notte gratuita in quota. Un esempio è il bivacco Aldo Vaccari, realizzato nelle Dolomiti bellunesi. La struttura, con una superficie interna inferiore ai 15 metri quadrati, è rivestita in larice e dotata di isolamento, ma non offre materassi, coperte o altri servizi assimilabili a quelli di un rifugio. L’utilizzatore deve portare con sé l’attrezzatura necessaria. La scelta divide il mondo della montagna. Da una parte viene considerata una risposta concreta all’uso improprio: chi affronta consapevolmente un itinerario alpinistico dovrebbe disporre di abbigliamento, sacco da bivacco, telo termico e materassino. Eliminare il comfort ridurrebbe così l’attrattività turistica, lasciando intatta la funzione di riparo. Dall’altra parte rimane un interrogativo: se una persona raggiunge la struttura durante una vera emergenza, magari bagnata, ferita o in stato di ipotermia, l’assenza di coperte e materassi non rischia di limitare proprio la capacità del bivacco di proteggerla? Un involucro chiuso e isolato offre comunque una difesa fondamentale da vento, pioggia, neve e dispersione termica. Tra trascorrere una notte all’aperto e passarla su un tavolato all’interno di una struttura esiste una differenza decisiva. Tuttavia, nei casi più gravi, una coperta o un materassino potrebbero migliorare sensibilmente le condizioni della persona soccorsa. Si apre quindi un conflitto tra due esigenze: ridurre l’effetto attrattivo e mantenere una dotazione realmente utile nelle emergenze. Privare tutti i bivacchi di ogni materiale non può essere considerata una soluzione universale. Quota, isolamento, frequentazione, difficoltà di accesso e funzione della struttura dovrebbero essere valutati caso per caso. Tra le ipotesi alternative figurano vani sigillati con materiale di emergenza, dotazioni chiaramente identificate e controllate, sistemi di monitoraggio degli accessi e dispositivi utilizzabili soltanto in caso di necessità. Nessuna soluzione, però, elimina completamente il rischio di furti, vandalismi o utilizzo improprio.
Il ruolo dei social
La diffusione dei social non ha creato l’escursionismo impreparato, ma ne ha aumentato la portata. Un luogo un tempo conosciuto soprattutto dagli alpinisti può raggiungere in poche ore centinaia di migliaia di persone. Il bivacco viene presentato come un oggetto spettacolare, spesso senza indicazioni adeguate su dislivello, difficoltà, esposizione, tempi di salita e attrezzatura necessaria. La comunicazione tende inoltre a premiare gli edifici più moderni. Vetrate panoramiche, forme avveniristiche, interni in legno e viste a 360 gradi aumentano la qualità della struttura, ma anche la sua capacità di diventare virale. L’architettura progettata per resistere alle condizioni estreme può così trasformarsi in un prodotto turistico. Il fenomeno riguarda anche il Friuli Venezia Giulia. Il bivacco Luca Vuerich, inaugurato nel 2012 a 2.531 metri sul Foronon del Buinz, nel gruppo del Montasio, è una delle strutture più fotografate delle Alpi Giulie. Dispone di circa otto-nove posti ed è collocato lungo il sentiero attrezzato Ceria-Merlone, un percorso che richiede esperienza e attrezzatura adeguata. La bellezza del bivacco e il panorama sulle Alpi Giulie, sui Tauri e sulle Dolomiti ne hanno accresciuto la notorietà. Il rischio, comune ad altre strutture contemporanee, è che la fotografia dell’edificio prevalga sulla conoscenza del percorso.
La rete del Friuli Venezia Giulia
L’elenco delle opere alpine del Cai FVG comprende 42 strutture, tra bivacchi, ricoveri, casere, capanne e opere speleologiche. I manufatti classificati espressamente come bivacchi sono 24: 16 in provincia di Udine e otto in provincia di Pordenone. Il numero reale regionale è superiore perché il catalogo non comprende tutte le strutture appartenenti a Soccorso alpino, Comuni o altri enti. Tra i principali bivacchi figurano lo Stuparich, sul versante settentrionale del Montasio; il Suringar, sulla Grande Cengia; il Perugini, ai piedi del Campanile di Val Montanaia; il Marchi-Granzotto, nell’Alta Val Monfalcon di Forni; il Lomasti, a Sella di Aip; il Mazzeni, nell’Alta Spragna; e il CAI Gorizia, nella testata del Vallone di Riobianco. La disciplina regionale definisce i bivacchi come fabbricati situati in luoghi isolati di alta montagna, difficili da raggiungere, privi di custode e allestiti con quanto essenziale per il riparo e il soccorso degli alpinisti. I proprietari devono assicurarne la manutenzione ed effettuare almeno due sopralluoghi all’anno. La gratuità per l’utilizzatore non significa assenza di costi. La costruzione e la manutenzione richiedono progettazione, trasporto dei materiali, voli in elicottero, verifiche degli ancoraggi, impermeabilizzazione, sostituzione delle dotazioni e rimozione dei rifiuti. Gran parte di questo lavoro viene garantita dalle sezioni del Cai e dai volontari.
Rifiuti, fuochi e occupazione delle cuccette
Gli abusi più frequenti segnalati lungo l’arco alpino comprendono l’abbandono di bottiglie, lattine, bombolette di gas, confezioni di alimenti, indumenti e materiale portato dagli stessi escursionisti. Non esistendo un servizio di raccolta, tutto deve essere riportato a valle dai manutentori. Particolarmente pericolosa è l’accensione di fuochi nelle strutture non dotate di stufa e canna fumaria. Oltre al rischio di incendio, può provocare intossicazioni da monossido di carbonio e danneggiare pareti, rivestimenti e arredi. In alcuni bivacchi dell’arco alpino sono stati bruciati utensili e parti in legno per ottenere combustibile. Anche lasciare cibo non rappresenta necessariamente un gesto utile. Gli alimenti possono scadere, attirare animali e trasformarsi in rifiuti. Le dotazioni di emergenza, quando presenti, non dovrebbero essere utilizzate come una dispensa gratuita. Il comportamento corretto impone di occupare soltanto lo spazio necessario, fare posto a chi si trova in difficoltà, mantenere il silenzio, richiudere porte e finestre e riportare a valle ogni materiale. Chi decide di pernottare deve essere pronto a cedere la cuccetta e non dovrebbe lasciare alcuna traccia del proprio passaggio.
Articolo di Francesco Antonucci
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