Banche centrali che comprano senza guardare il prezzo, ma il rischio di una Fed più aggressiva sui tassi resta la variabile da monitorare da vicino.

Chi guarda all’oro come possibile bene rifugio, in un momento di mercati particolarmente volatili, si chiede quanto possa ancora salire la quotazione del metallo giallo, e quali fattori la stiano sostenendo o frenando. Ci si chiede allora fino a dove può arrivare il prezzo dell’oro nei prossimi mesi. Gli analisti finanziari stimano un rialzo della quotazione, pur con la dovuta prudenza, vista anche la lunga corsa già registrata dal metallo: secondo Ubs, nella prima metà del 2027 il prezzo dell’oro potrebbe salire fino a 5mila dollari l’oncia.

L’andamento recente della quotazione

In agosto, l’oro è tornato a correre dopo un periodo di consolidamento. Il contesto molto volatile dei mercati ha favorito gli acquisti: nei giorni scorsi il metallo giallo ha scambiato sopra i 4.400 dollari (+10% da inizio anno), e giovedì, alla chiusura di Plus24, era quotato a 4.387 dollari l’oncia. Giuseppe Sersale, portfolio manager di Anthilia Capital Partners, afferma che la resistenza da superare perché la quotazione dell’oro possa tenere, e si possa parlare di ulteriori rialzi, è attualmente posizionata poco sotto i 4.500 dollari l’oncia.

I fattori che hanno sostenuto l’ultimo allungo

A sostenere l’ultimo movimento al rialzo sono stati, secondo Ubs, gli acquisti istituzionali cinesi e i flussi verso gli Etf, i fondi passivi quotati che replicano l’andamento dell’oro e lo inseriscono in portafoglio, sia attraverso la materia prima fisica sia attraverso contratti derivati, a seconda che si tratti di Etf a replica fisica o sintetica.

Occorre però separare il rischio di breve termine dalle forze strutturali che sostengono il prezzo su un orizzonte più lungo. Secondo gli esperti della banca svizzera, come già anticipato, nella prima metà del 2027 il prezzo dell’oro potrebbe salire verso quota 5mila dollari l’oncia.

Gli ostacoli nel breve periodo: il rischio di una Fed più aggressiva

Nel breve periodo si vedono alcuni ostacoli concreti. I dati macroeconomici americani mostrano un’economia tuttora solida, il prezzo del petrolio resta elevato, e i timori di inflazione che ne derivano potrebbero far temere al mercato una politica monetaria più aggressiva della Federal Reserve statunitense, con rialzi dei tassi di interesse che diminuirebbero l’appetibilità dell’oro come investimento.

Il meccanismo è chiaro: l’oro non paga cedole, quindi non genera redditi periodici per chi lo detiene, e rendimenti reali più alti sulle obbligazioni aumentano il costo-opportunità di tenere oro in portafoglio, rendendo relativamente più attraenti gli strumenti a reddito fisso.

Un investitore che confronta un’obbligazione governativa con un rendimento reale del 2% rispetto a una posizione in oro, che per sua natura non produce alcun reddito periodico, potrebbe trovare meno conveniente mantenere l’esposizione al metallo giallo se i tassi di interesse salgono ulteriormente, spostando parte del proprio capitale verso strumenti obbligazionari.

Lo scenario di base: tassi fermi e poi in calo

In realtà, lo scenario di base disegnato da Ubs prevede un’inflazione in graduale moderazione, una Fed fermaquest’anno, e nuovi tagli dei tassi nel 2027. Secondo Mark Haefele, Chief Investment Officer di Ubs Global Wealth Management, tassi reali più bassi dovrebbero alla fine rilanciare la domanda d’investimento dell’oro e indebolire il dollaro, creando così un contesto favorevole per ulteriori apprezzamenti della quotazione.

Il ruolo del dollaro: un fattore complesso da valutare

Il dollaro rappresenta il secondo tassello del puzzle, perché l’oro è quotato proprio in dollari, e il suo andamento influisce direttamente sulla convenienza dell’investimento per chi opera in altre valute. Questo fattore, tuttavia, è complicato da valutare, per via della volatilità estrema che caratterizza il mercato dei cambi.

È vero che i deficit di bilancio degli Stati Uniti pesano sul dollaro in prospettiva, ma da gennaio il biglietto verde è riuscito comunque a rafforzarsi, grazie al contesto di incertezza generale che lo rende un porto abbastanza riparato sui mercati finanziari, nonostante le pressioni strutturali che dovrebbero teoricamente indebolirlo.

Il sostegno più solido: gli acquisti delle banche centrali

Il sostegno più solido alla quotazione dell’oro arriva dalle banche centrali di tutto il mondo. Michaël Lok, group CIO di Ubp, cita statistiche favorevoli pubblicate dal World Gold Council, che nel secondo trimestre riporta un’impennata degli acquisti da parte delle banche centrali, oltre alla tenuta della domanda di monete da investimento e lingotti da parte di investitori privati.

Non è detto che da questo derivi automaticamente un altro balzo della quotazione dell’oro, ma le richieste istituzionali dovrebbero comunque bastare a stabilizzarla su livelli elevati. Fabrizio Arusa, responsabile Etf Italy di Invesco, osserva che gli istituti centrali sembrano puntare a obiettivi in quantità, piuttosto che in valore, di oro da mantenere nelle proprie riserve: questo approccio porterebbe ad acquisti sostanzialmente indipendenti dal prezzo corrente del metallo. In aggiunta, le banche centrali dei Paesi emergenti comprano oro proprio per diversificare le proprie riserve, riducendo la dipendenza dal dollaro.

Una banca centrale che si è posta l’obiettivo di detenere una determinata quantità di tonnellate d’oro nelle proprie riserve, indipendentemente dal prezzo di mercato, continuerà ad acquistare anche in fasi di quotazione elevata, un comportamento diverso da quello di un investitore privato che tipicamente modula i propri acquisti in base al livello dei prezzi.

Un percorso non lineare: le correzioni già viste

Il percorso della quotazione, comunque, non sarà lineare. Dopo il massimo oltre i 5.400 dollari registrato a fine gennaio, l’oro ha subito violente correzioni, e a metà giugno era tornato sui livelli di fine 2025. Lo si è visto chiaramente anche con il conflitto in Medio Oriente, che non ha premiato automaticamente il bene rifugio come ci si potrebbe attendere, perché in quelle circostanze il mercato ha temuto soprattutto inflazione e tassi più alti, elementi che, come visto, giocano a sfavore dell’oro nel breve periodo.

Cosa conta davvero per il risparmiatore: la funzione, non i record

Per il risparmiatore, dunque, conta più la funzione che l’oro svolge all’interno del portafoglio complessivo, piuttosto che i suoi record di quotazione. Invesco, per esempio, ricorda il suo ruolo storico di cuscinetto nei ribassi azionari, una funzione difensiva che prescinde dal livello assoluto raggiunto dalla quotazione in un determinato momento.

Ubs, infine, considera appropriata una quota in oro tra le attività reali di un portafoglio diversificato, e ritiene che gli eventuali cali verso, o al di sotto, dei 4.000 dollari offrano occasioni concrete per costruire un’esposizione strategica al metallo, sfruttando le fasi di debolezza temporanea per entrare a prezzi più favorevoli, in un’ottica di investimento di medio-lungo periodo piuttosto che di puro trading di breve termine.




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