Si va a teatro senza biglietto, ma portando con sé un fiasco di vino, o un cesto di frutta, oppure olio, formaggio, miele, verdure o altri prodotti della terra. E una sedia per assistere più comodamente allo spettacolo.
In Maremma, quasi 20, sta riprendendo così vita la tradizione contadina della veglia, attraverso il teatro e la narrazione: ci si ritrova insieme, in un cortile o in una piazza, come allora ci si ritrovava, dopo il lavoro nei campi, nelle stalle o nelle cucine, per raccontare storie, cantare o semplicemente stare.
Nata come piccola idea, si è trasformata in un appuntamento che il prossimo compirà 20 anni, richiamando sempre più partecipanti e artisi: si chiama “A Veglia – Teatro del Baratto” il festival che, organizzato dall’associazione culturale Creature Creative e patrocinato dal Comune di Manciano, dal 18 al 21 agosto animerà nuovamente il territorio.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA
La prima nuova “veglia”, nel 2007
La storia di “A Veglia” nasce dall’esperienza personale dell’autrice e attrice Elena Guerrini. Dopo anni trascorsi a Milano, nel 2007 l’attrice torna a vivere nel paese dei nonni, nel territorio di Manciano. «Qui ho incontrato persone che non erano mai state a teatro – anche perchè un teatro non c’era – e che probabilmente non sarebbero venute pagando un biglietto», racconta.


Così inizia ad aprire la propria casa agli spettatori, riprendendo l’antica consuetudine della veglia contadina. Ha debuttato con “Orti insorti”, narrazione nata anche dalla ricerca sulla storia del nonno Pompilio, contadino, e dall’incontro con gli abitanti dei poderi della zona.
Il pubblico non paga in denaro. Porta ciò che produce o ciò che ha in casa e lo offre in cambio della narrazione. «Per due anni ho vissuto praticamente senza spendere soldi per fare la spesa: quello che mi serviva arrivava attraverso il baratto con la mia narrazione», ricorda Guerrini.
L’esperienza cresce in fretta, grazie al passaparola tra amici e artisti che iniziano a interessarsi e ad avvicinarsi: così, da quelle prime serata, nasce un vero e proprio festival, prima a casa di Guerrini, poi nelle abitazioni di amici e residenti del territorio, nei poderi, nei giardini e nelle aziende agricole. Un appuntamento che si rinnova ogni anno, richiamando sempre più persone e molti artisti di spessore.
Una processione laica, con la sedia in mano
Negli anni il festival ha ottenuto finanziamenti che permettono di sostenere alcune spese degli artisti, come viaggio e ospitalità, ma il baratto rimane il cardine del progetto e del rapporto tra pubblico, territorio e artisti.
Sostituire il biglietto in denaro con un dono della terra non è semplice folklore, ma un gesto rivoluzionario di fiducia e giustizia poetica
Ekena Guerrini
«Il festival vuole restituire all’atto teatrale la sua dimensione più autentica: quella dell’etica, dell‘incontro umano e della memoria condivisa», ci spiega Guerrini.


«Nel tempo dell’omologazione e dei consumi veloci, sostituire il biglietto in denaro con un dono della terra non è semplice folklore, ma un gesto rivoluzionario di fiducia e giustizia poetica. Il baratto elimina ogni barriera e trasforma lo spettatore da passivo cliente a partecipe custode dell’evento; l’artista dona la propria arte e riceve in cambio i prodotti e l’incontro reale con la comunità».
Lo slogan del festival riassume questa filosofia: “L’arte che nutre il territorio, il territorio che nutre l’arte”.
Non ci sono palchi tradizionali, fari, grandi impianti audio o scenografie. E non ci sono neanche le sedie, che gli spettatori portano con sé: «Una necessità che è diventata quasi un rito, una processione laica: persone che avanzano lentamente verso un podere, una casa o un giardino, con in una mano la sedia e nell’altra il prodotto da barattare. Sedendoci vicini, con la sedia portata da casa sotto le stelle dei nostri borghi, abbattiamo la solitudine per fare spazio alla conoscenza reciproca e all’ascolto dell’altro», spiega Guerrini.
La natura e la campagna sono molto più che uno sfondo, ma fanno parte di questa relazione che si ricostruisce e si rafforza: «Il festival vuole essere anche una prassi di pace e un cantiere di ecologia umana, dove il cibo nutre il corpo, la parola risveglia l’anima e lo scambio crea un legame indissolubile tra chi racconta e chi ascolta», spiega Guerrini.
“In-sognanti”: ricordare chi ci ha insegnato a sognare
Il tema scelto per l’edizione 2026 è “In-sognanti”, dedicato «a tutti i maestri che abitano i propri sogni e li trasformano in materia viva e visione di mondo», spiega Guerrini.
Sedersi insieme sotto il cielo della Maremma diventa un atto di resistenza poetica, in cui la maieutica del racconto orale fa rifiorire i sogni di ciascuno
I maestri non sono soltanto quelli incontrati a scuola. Sono «contadini, artisti, poeti, pensatori, madri e maestre», figure che hanno trasmesso «la disciplina del desiderio e il coraggio di seguire le nostre visioni. Sedersi insieme sotto il cielo della Maremma diventa un atto di resistenza poetica, in cui la maieutica del racconto orale fa rifiorire i sogni di ciascuno. In un’epoca di corsa e distanze, fermarsi, barattare ed ascoltarsi è il nostro atto d’amore e di poesia».
La locandina di questa edizione è stata realizzata dall’illustratrice Chiara Rapaccini, in un ulteriore incontro tra linguaggi artistici e forme diverse di scambio. L’organizzazione logistica è curata da Daniela Dondè.
Qui il programma dell’edizione 2026:


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Chiara Ludovisi
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