Non è più soltanto una disputa politica sugli inceneritori. Adesso la battaglia passa dalle dichiarazioni agli atti amministrativi, alle procedure ambientali e, potenzialmente, ai tribunali.
Rifiuti Zero Sicilia, Zero Waste Italy, Rinascimento Green e LIPU hanno depositato le proprie osservazioni tecniche nell’ambito dei procedimenti PAUR per i due grandi termovalorizzatori previsti dalla Regione Siciliana a Palermo, nell’area di Bellolampo, e a Catania, nella zona industriale di Pantano d’Arci.
La richiesta è netta: negare la compatibilità ambientale e fermare i progetti. E le contestazioni non riguardano soltanto fumi e diossine. Dentro i dossier ci sono acqua, clima, biodiversità, viabilità, salute pubblica, ceneri, partecipazione dei cittadini e perfino la compatibilità degli impianti con la normativa europea sugli investimenti sostenibili.
La questione, insomma, si allarga. E potrebbe presto uscire dai confini siciliani: Rinascimento Green annuncia infatti che, in caso di autorizzazione, è pronta ad agire «in ogni sede giudiziaria – nazionale ed europea».
Due impianti che cambierebbero il sistema dei rifiuti siciliano
Il punto politico di fondo è noto.
La Regione considera i due termovalorizzatori uno degli assi principali della nuova gestione dei rifiuti siciliani. Le associazioni ambientaliste sostengono invece che quella scelta rischi di inchiodare l’Isola per decenni a un modello fondato sulla combustione del rifiuto residuo.
Il termine utilizzato più volte nei documenti è “lock-in”: una sorta di trappola tecnologica ed economica.
Secondo le associazioni, un impianto progettato per lavorare per circa trent’anni avrebbe bisogno di ricevere stabilmente enormi quantità di rifiuti per ammortizzare investimenti e costi di gestione. Questo, nella loro ricostruzione, finirebbe per entrare in conflitto con l’obiettivo opposto: ridurre progressivamente il rifiuto indifferenziato attraverso prevenzione, riuso e riciclo.
È uno dei nodi più seri dell’intera discussione: se si costruisce una macchina che ha bisogno di rifiuti, bisognerà poi alimentarla. Il timore delle associazioni è che l’investimento stesso finisca per rallentare il miglioramento della raccolta differenziata.
Non solo “no agli inceneritori”: cosa contestano davvero i dossier
Le osservazioni depositate sono molto più dettagliate del comunicato politico che le accompagna.
Per Catania, il documento di Rifiuti Zero Sicilia, Zero Waste Italy e LIPU arriva a 19 pagine e formula quattordici gruppi di rilievi tecnici. Per Palermo il dossier analogo ne conta dieci.
Rinascimento Green ha inoltre depositato due ulteriori atti autonomi contro entrambi gli impianti.
La prima distinzione importante, quindi, è questa: si tratta di contestazioni formulate dalle associazioni nell’ambito di un procedimento autorizzativo. Non sono ancora conclusioni della Commissione VIA-VAS né accertamenti definitivi delle autorità competenti. Saranno proprio gli organismi regionali a dover stabilire se le criticità indicate siano fondate, superabili attraverso prescrizioni o tali da impedire l’autorizzazione.
Ed è qui che comincia la partita vera.
Catania, il nodo dell’acqua che potrebbe finire all’inceneritore
La contestazione più particolare riguarda Catania.
Il termovalorizzatore dovrebbe sorgere a Pantano d’Arci, nella zona industriale, a poca distanza dal sistema naturalistico dell’Oasi del Simeto.
Secondo le associazioni, una parte del fabbisogno idrico dell’impianto dovrebbe essere soddisfatta recuperando l’effluente del depuratore civile di Catania.
Sulla carta è una soluzione che viene presentata come recupero di acqua industriale. Per gli oppositori, invece, potrebbe trasformarsi in una sottrazione di risorsa idrica a un ecosistema già fragile.
Il punto è il Canale Buttaceto.
Nelle osservazioni si sostiene che l’acqua proveniente dal depuratore costituisca oggi un apporto continuativo per il canale e, indirettamente, per il sistema di zone umide che confluisce verso l’Oasi del Simeto. Deviare una parte di quella portata verso il termovalorizzatore potrebbe dunque ridurre l’acqua disponibile proprio durante i periodi di maggiore siccità.
È una contestazione particolarmente pesante in una Sicilia che ormai convive strutturalmente con la crisi idrica.
Le associazioni chiedono per questo una nuova valutazione degli impatti idrologici e sostengono che l’effetto della sottrazione idrica sui siti Natura 2000 non sia stato adeguatamente considerato.
La falda sotto Pantano d’Arci
C’è poi un secondo problema legato all’acqua.
Il sito prescelto, secondo la documentazione analizzata dalle associazioni, presenta una falda freatica molto superficiale, tanto da affiorare in alcune aree formando piccoli ambienti umidi chiamati “Gurghi”.
Per Rifiuti Zero, Zero Waste Italy e LIPU questo elemento renderebbe particolarmente delicata la costruzione di un grande impianto industriale.
Il timore è che eventuali sversamenti accidentali, percolati o fluidi di processo possano raggiungere rapidamente la falda.
Le associazioni chiedono una perizia idrogeologica indipendente, affidata a soggetti terzi, e la tutela delle zone umide presenti nel lotto.
L’Oasi del Simeto e i corridoi ecologici
Il dossier catanese insiste molto anche sulla biodiversità.
Secondo le osservazioni, l’area industriale non dovrebbe essere considerata semplicemente una zona degradata e priva di valore naturale.
I canali presenti nel comprensorio – Arci, Bicocca, Bruno, Jungetto e Cubba-Buttaceto – vengono indicati come veri e propri corridoi ecologici collegati all’Oasi del Simeto.
Gli ambientalisti segnalano la presenza o il transito di specie protette, tra cui pollo sultano, moretta tabaccata, tarabusino, cicogna bianca, oltre alla tartaruga palustre siciliana e al discoglosso.
Da qui la richiesta di nuovi censimenti faunistici distribuiti lungo tutte le stagioni e di una revisione della Valutazione di incidenza.
Il vincolo boschivo e gli incendi
C’è poi un rilievo giuridico molto specifico.
Le associazioni sostengono che nell’area di Catania siano presenti tracce di vegetazione interessata in passato da incendi e contestano l’ipotesi di cancellare un precedente vincolo boschivo.
Richiamano l’articolo 10 della legge 353 del 2000, che stabilisce particolari limitazioni per le aree boscate percorse dal fuoco.
La tesi è che, qualora fosse confermata la qualificazione dell’area, il vincolo non potrebbe essere semplicemente eliminato per fare spazio all’impianto.
Anche questo è un punto che dovrà essere verificato dagli uffici competenti.
Il problema che accomuna Palermo e Catania: cosa esce dal camino
Le contestazioni più tecniche riguardano il monitoraggio delle emissioni.
Le associazioni non sostengono semplicemente che “gli inceneritori inquinano”. Pongono un problema più preciso: come, quando e cosa si misura.
Secondo i dossier, i sistemi previsti monitorerebbero continuamente diversi parametri, ma per sostanze particolarmente delicate come diossine e furani sarebbero previsti anche controlli periodici.
Gli ambientalisti chiedono invece un monitoraggio continuo o semicontinuo anche durante le cosiddette OTNOC, cioè le condizioni diverse dal normale funzionamento: avviamento, spegnimento, anomalie e malfunzionamenti.
È proprio durante queste fasi che, secondo le osservazioni, potrebbero verificarsi picchi emissivi non rappresentati adeguatamente dai campionamenti ordinari.
PFAS, particelle ultrafini e diossine bromurate
Le associazioni chiedono inoltre di ampliare molto il numero delle sostanze controllate.
Tra quelle indicate ci sono PFAS, diossine e furani bromurati, PCB simil-diossina e particolato ultrafine PM0.1.
La richiesta è che questi contaminanti vengano ricercati non soltanto nei fumi, ma anche nelle ceneri e nelle scorie prodotte dall’incenerimento.
Un’altra proposta riguarda il biomonitoraggio.
Non basterebbe, secondo gli oppositori, misurare quello che esce dal camino. Bisognerebbe controllare nel tempo anche quello che si deposita nell’ambiente.
Per questo chiedono analisi periodiche su suolo, vegetazione, agrumi, vigneti, latte e uova di allevamenti locali, in un raggio compreso indicativamente tra cinque e dieci chilometri dall’impianto.
La domanda più semplice: dove finiscono le ceneri?
C’è un punto che sembra banale, ma non lo è affatto.
Un inceneritore non fa sparire i rifiuti.
Dopo la combustione restano scorie, ceneri pesanti, ceneri leggere e residui dei sistemi di trattamento dei fumi. Alcuni possono richiedere trattamenti e smaltimenti specifici.
Le associazioni contestano che la destinazione finale di tutti questi materiali non sia definita con sufficiente precisione nei documenti esaminati.
E pongono una domanda molto concreta: dove verranno portati?
Perché se quei residui devono viaggiare per centinaia di chilometri su camion, anche questo traffico, le sue emissioni e i suoi costi dovrebbero entrare nel bilancio ambientale complessivo dell’opera.
Palermo, il problema sono anche i camion
A Bellolampo il dossier aggiunge un elemento che riguarda direttamente tutta la Sicilia occidentale.
Secondo il progetto analizzato dalle associazioni, il traffico previsto sarebbe nell’ordine di 81 mezzi al giorno, con una distribuzione teorica di circa 18 mezzi l’ora.
Gli oppositori giudicano questa stima troppo ottimistica.
Il motivo è che l’impianto palermitano dovrebbe ricevere rifiuti da un bacino molto vasto. Nel documento vengono indicati 173 Comuni delle province di Palermo, Agrigento, Trapani e Caltanissetta.
E qui la questione interessa direttamente anche il Trapanese.
I rifiuti indifferenziati prodotti nei Comuni della provincia dovrebbero raggiungere Bellolampo, prevalentemente su gomma.
Secondo Rifiuti Zero e Zero Waste Italy, la valutazione non considererebbe adeguatamente i picchi di conferimento né l’intero percorso dei mezzi pesanti prima di arrivare alla SP1.
I camion diretti a Bellolampo potrebbero infatti gravare su assi già congestionati come viale Regione Siciliana, viale Michelangelo e via Leonardo da Vinci, oltre che sulle viabilità di Carini e Torretta.
Palermo e Bellolampo: «Non è un territorio vergine»
Un’altra contestazione comune ai due impianti riguarda gli impatti cumulativi.
Per Bellolampo, Rinascimento Green sostiene che non sia sufficiente valutare le emissioni del nuovo termovalorizzatore prese singolarmente.
L’area è già sottoposta da anni a una forte pressione ambientale legata alle attività esistenti. Secondo l’associazione, quindi, bisogna sommare ciò che già esiste a ciò che produrrà il nuovo impianto.
La richiesta è una nuova modellizzazione capace di valutare il carico inquinante complessivo dell’area.
Lo stesso ragionamento viene fatto per Pantano d’Arci a Catania, dove insistono numerose attività industriali.
Salute, la richiesta di una valutazione indipendente
Altro grande capitolo: la salute.
Sia per Palermo sia per Catania viene contestata l’assenza, secondo le associazioni, di una vera Valutazione di Impatto Sanitario indipendente.
La richiesta è che prima dell’autorizzazione vengano realizzati studi epidemiologici sulla popolazione residente nelle aree potenzialmente interessate dalla ricaduta delle emissioni.
Rinascimento Green indica esplicitamente un raggio di cinque-dieci chilometri e chiede che la valutazione venga svolta da università o organismi terzi come ISS e ISPRA.
Qui è importante essere precisi: i dossier non dimostrano che gli impianti provocheranno necessariamente determinati effetti sanitari. Contestano invece che, a loro giudizio, la valutazione preventiva non sia sufficientemente approfondita.
È una differenza sostanziale.
Il fronte europeo: il principio DNSH
La parte forse più interessante dal punto di vista giuridico riguarda l’Europa.
Nel dossier sul termovalorizzatore di Catania viene contestata la compatibilità dell’opera con il principio DNSH – Do No Significant Harm, cioè il principio europeo secondo cui un investimento non deve arrecare un danno significativo agli obiettivi ambientali.
Le associazioni richiamano il Regolamento europeo 2020/852 sulla Tassonomia e sostengono che l’incenerimento di rifiuti urbani non possa essere presentato come attività pienamente allineata agli investimenti sostenibili.
Il documento collega inoltre il progetto alla European Climate Law e agli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e neutralità climatica al 2050.
È probabilmente su questo terreno che la vicenda siciliana può assumere una dimensione ben più ampia.
«Manca una vera verifica climatica»
Rinascimento Green insiste su un altro elemento.
Secondo l’associazione, nei progetti mancherebbe una valutazione climatica sufficientemente completa dell’intero ciclo di vita degli impianti.
Il problema nasce soprattutto dalla combustione delle plastiche contenute nel rifiuto residuo, quindi di materiale di origine fossile.
Le associazioni chiedono per questo un vero bilancio della Carbon Footprint, comprendendo le emissioni dirette e indirette e distinguendo la CO2 fossile da quella biogenica.
A Palermo, Rinascimento Green contesta esplicitamente l’assenza di una valutazione climatica approfondita e chiede una integrazione documentale prima dell’autorizzazione.
Le alternative “a freddo”
Le osservazioni non si limitano alla richiesta di fermare i due impianti.
Propongono anche un’altra strada.
Nel dossier di Catania viene indicato il modello MRTB – Material Recovery and Biological Treatment, cioè sistemi che cercano di recuperare ulteriormente i materiali ancora presenti nel rifiuto residuo e stabilizzano biologicamente la parte restante senza combustione.
Secondo le associazioni, questa alternativa avrebbe dovuto essere analizzata in maniera più approfondita nella comparazione tra gli scenari.
La Regione, evidentemente, parte da una valutazione diversa e considera il recupero energetico attraverso termovalorizzazione parte della soluzione al problema storico delle discariche siciliane.
Ed è proprio qui che si concentra lo scontro: non sulla necessità di uscire dall’emergenza rifiuti, ma sul modo in cui farlo.
Anche la partecipazione finisce sotto accusa
C’è infine un problema di metodo.
Le associazioni contestano di non essere state realmente coinvolte nella fase di definizione dei progetti.
Nei dossier si richiama la Convenzione di Aarhus, che tutela il diritto dei cittadini e delle associazioni a partecipare alle decisioni in materia ambientale.
Rifiuti Zero segnala inoltre che il termine per presentare le osservazioni sarebbe stato ridotto da 60 a 30 giorni e interpreta questa scelta come una compressione degli spazi di partecipazione.
Anche su questo punto toccherà agli uffici regionali stabilire se le procedure abbiano rispettato pienamente gli obblighi previsti.
Bulla: «Si ipoteca il futuro per trent’anni»
Il presidente di Rifiuti Zero Sicilia, Salvo Bulla, riassume la contestazione in termini soprattutto economici.
«Destinare ingenti risorse pubbliche a due inceneritori è un insulto all’economia circolare. La Regione sta ipotecando il futuro dei siciliani per i prossimi trent’anni, creando un lock-in tecnologico che bloccherà la raccolta differenziata e porterà a maggiori costi».
Manuela Leone, referente siciliana di Zero Waste Italy, punta invece sul tema sanitario e chiede una Valutazione di Impatto Sanitario e una verifica climatica indipendenti.
Stephanie Brancaforte di Rinascimento Green lega il progetto alla crescente vulnerabilità climatica della Sicilia.
Giuseppe Rannisi della LIPU concentra l’attenzione soprattutto sul sito catanese e sulla vicinanza dell’Oasi del Simeto.
Adesso tocca alla Commissione VIA-VAS
Tutto il materiale è ora sul tavolo dell’Assessorato regionale al Territorio e Ambiente e della Commissione Tecnica Specialistica VIA-VAS.
Ed è importante chiarire cosa succede adesso.
Le osservazioni non bloccano automaticamente gli impianti. Entrano nel procedimento e devono essere valutate insieme agli elaborati dei proponenti e ai pareri degli altri enti.
La Commissione potrà considerarle infondate, chiedere integrazioni, imporre prescrizioni oppure arrivare a un giudizio negativo di compatibilità ambientale.
Le associazioni hanno però già annunciato il passo successivo: se le autorizzazioni dovessero arrivare senza risposte ritenute adeguate, la battaglia continuerebbe davanti alla giustizia amministrativa e, se necessario, in sede europea.
Ed è forse questa la vera novità.
Per anni il dibattito siciliano sui rifiuti è stato quasi sempre ridotto alla domanda più semplice: discariche o inceneritori?
I documenti depositati provano a spostare la discussione altrove: quanta acqua consumeranno gli impianti? Quanto dureranno? Cosa si brucerà? Cosa resterà dopo la combustione? Dove finiranno le ceneri? Quali emissioni saranno misurate? E soprattutto: costruire oggi due grandi impianti destinati a funzionare per trent’anni è compatibile con la Sicilia che l’Europa immagina per il 2050?
La Regione dovrà rispondere non soltanto con gli slogan. Adesso ci sono osservazioni tecniche, norme richiamate, procedure aperte e possibili ricorsi.
La partita degli inceneritori siciliani è appena cominciata.
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