Gramsci in Ciociaria: i Partiti in guerra generano nuovi mostri

Nel 1927 Antonio Gramsci scrive dal carcere di Turi che il vecchio mondo sta morendo ed il nuovo tarda a nascere. Sta descrivendo l’Italia che sprofonda nel fascismo. È in quei giorni di passaggio che sul Quaderno 3 annota «nel chiaroscuro si producono i mostri»: ha distanza di cento anni è così attuale che potrebbe essere murata sopra la porta di ogni sede di Partito in provincia di Frosinone. Perché è esattamente quello che sta accadendo: il vecchio Pd che sapeva vincere non c’è più, il nuovo non è ancora nato. Il vecchio centrodestra che stava all’opposizione non esiste più, il nuovo che governa non sa ancora chi comanda. Nel chiaroscuro, appunto.

Esiste una legge non scritta della politica italiana, si verifica con una puntualità imbarazzante: quando non c’è un nemico alle porte, la guerra si sposta sul fronte interno. I Partiti che non hanno un avversario da battere nell’immediato si battono tra loro, con una ferocia che raramente riservano agli avversari veri. Accade nel Pd della provincia di Frosinone da due anni. Ed accade, con dinamiche diverse ma egualmente logoranti, in Fratelli d’Italia nello stesso territorio. Due casi che dicono la stessa cosa in modo preciso: non solo sulla politica locale ma su come si consumano i Partiti quando dimenticano per cosa esistono.

Il PD e la guerra civile che ha dimenticato il nemico

Francesco De Angelis e Francesco Scalia

Quella del Partito Democratico è la situazione è la più antica, la più strutturale e la più incomprensibile se la si guarda dall’esterno.

La provincia di Frosinone ha una storia Dem che è una storia di vittorie. Francesco De Angelis e Francesco Scalia insieme hanno conquistato il Comune capoluogo, l’amministrazione Provinciale, la Regione e contribuito alla guida del Paese. Hanno eletto sindaci come Domenico Marzi e Michele Marini, hanno mandato se stessi rispettivamente al Parlamento Europeo ed al Senato della Repubblica passando prima per la Regione sia come assessore che come Consigliere. È una stagione che chi ha memoria politica ricorda come il momento in cui il centrosinistra ciociaro era una macchina da guerra, basata sul buongoverno dei suoi sindaci: precisa, coordinata, capace di produrre risultati reali.

Quella stagione è finita. Non è finita perché sia arrivato un avversario più forte. È finita perché i protagonisti hanno smesso di guardare nella stessa direzione ed hanno cominciato a guardarsi l’uno con l’altro: con quella diffidenza che nei Partiti di lunga tradizione si chiama correntizia e che in realtà è semplicemente competizione per la sopravvivenza interna.

Uniti solo dalla divisione

Sul campo oggi ci sono tre figure di peso indiscutibile: un veterano come Francesco De Angelis che ha combattuto su tutti i fronti politici guidando spesso il Pd verso la vittoria. C’è una pasionaria come Sara Battisti capace di aggregare l’ala più tradizionalista che con difficoltà digerisce la svolta grazie alla quale la tessera numero 2 del Partito venne data a Carlo De Benedetti. C’è un amministratore di lungo corso come Antonio Pompeo che è profondo conoscitore degli schemi e degli incunaboli più segreti nel mondo del governo della cosa pubblica. Va da se che uniti compongono una forza difficilmente contrastabile. Invece da sempre sono impegnati a farsi la guerra, alleandosi ora con l’uno e ora con l’altro, con quella logica delle alleanze variabili che non produce mai una direzione stabile.

Solo negli ultimi anni una lunga serie di croci ha segnato questa inconsapevole discesa verso l’abisso. Tanto per citarne qualcuna: l’emarginazione di Antonio Pompeo nonostante i 15mila voti presi alle Regionali (nella speranza di annientarlo in maniera definitiva); la spaccatura tra De Angelis e Battisti con la fine di Pensare Democratico ed il loro riposizionamento su fronti opposti; lo scontro ed i ricorsi che hanno paralizzato il Tesseramento fino ad arrivare alla nomina di un commissario inviato da Elly Schlein. La finta ricomposizione che ha portato all’acclamazione di un Segretario Provinciale a tutt’oggi senza vice, senza Segreteria, senza nulla che assomigli nemmeno lontanamente ad un Partito.

Conseguenze derivate

Annalisa Paliotta

Dal che sono derivati: il caso Paliotta a Pontecorvo (la candidata del PD alle Regionali che si è presentata con una lista di centrodestra alle Comunali contribuendo alla sua vittoria). La frattura con il sindaco di Cassino Enzo Salera che in riunione ammette di aver votato candidati di centrodestra alle Comunali. Tutti che smontano qualunque analisi politica evidenziando che gli elettori hanno smesso di ascoltare i Partiti ed hanno votato a mani basse coalizioni nelle quali centrosinistra e centrodestra stanno insieme: da Ferentino a Sora, da Veroli a Pontecorvo, fino al caso più clamoroso ad Isola del Liri. Una guerra civile, capace di fare impallidire qualunque confronto con la macelleria medievale dei Guelfi e Ghibellini.

Il mondo va avanti anche senza il Pd

(Foto © AG IchnusaPapers)

Nel frattempo, il mondo fuori continuava a girare. La Provincia di Frosinone oggi ha una maggioranza di centrodestra. La Regione Lazio non è più guidata da Nicola Zingaretti ma da Francesco Rocca. Alla guida del paese sta Giorgia Meloni in barba a tutte le previsioni di catastrofe che avevano accompagnato la sua elezione. Il Pd ha perduto il comune capoluogo, l’amministrazione Provinciale, la Regione ed il Governo.

Sta per perdere anche i posti di tribuna che si riservano alle minoranze nelle amministrazioni. Ma continua a scannarsi senza avere imparato nulla dalla guerra che da anni sta dissanguando Russia ed Ucraina e nemmeno da quella nel Golfo Persico: non sempre le guerre finiscono con un vincitore ed un vinto. E spesso il vero vincitore è quello che resta alla finestra a guardare gli altri che si accoppano.

FdI: i numeri ci sono. Ma chi comanda?

Foto: Clemente Marmorino © Imagoeconomica

Il centrodestra non se la passa meglio, anche se il problema si manifesta con geometrie diverse e su un terreno opposto: non la debolezza elettorale, ma la gestione di una forza che nessuno si aspettava così grande. I numeri di Fratelli d’Italia in Ciociaria sono straordinari per un Partito di questa tradizione. Lo ha ricordato questa mattina Corrado Trento su Ciociaria Oggi: il 33,10% alla Camera nel collegio di Frosinone mentre la media nazionale è stata del 25,98%); il 28,23% alle Regionali; il 33,69% alle Europee. Il 30,22% alle recenti Provinciali di marzo.

È una progressione che non si costruisce a caso ma con un lavoro capillare sul territorio, con la capacità di intercettare il consenso a tutti i livelli, sollecitare quella marea di sindaci e di amministrazioni che rimangono civiche proprio per spuntare l’offerta migliore tra i due offerenti, con una classe dirigente locale che sa stare in mezzo alla gente. Magari scannandosi dentro uno stanzino e con le porte chiuse anziché farlo nella pubblica piazza o dentro un ristorante del centro per poi finire su tutti i giornali ed i telegiornali d’Italia

Quella classe dirigente ha un nome e un cognome: Massimo Ruspandini. Parlamentare, coordinatore provinciale, punto di riferimento di FdI in Ciociaria da quando il Partito si chiamava ancora Alleanza Nazionale. I voti che FdI porta in questo territorio vengono dalla rete costruita in anni di lavoro, dalle migliaia di preferenze portate «in dote»ai candidati in Europa, dalle candidature regionali, da tutto il sistema di relazioni che Ruspandini ha costruito mattone su mattone.

Svegliatelo

Massimo Ruspandini

L’uomo che ha costruito tutto questo fino a strappare al centrosinistra il Comune di Ceccano, l’ultima Stalingrado in Italia da un paio d’anni è entrato in loop. È entrato in una forma di depressione politica: si sente moralmente colpevole per le vicissitudini che hanno riguardato l’uomo da lui scelto per quella conquista storica. Una storia di mazzette ricavate lucrando su alcuni appalti del Pnrr.

Occorrerebbe fargli notare che nessun altro dell’intera amministrazione è stato inquisito per avere approfittato della cosa pubblica: il tempo dei sospetti è finito e le carte sono già nella fase del processo. Nemmeno un euro, uno scellino o un fiorino irregolari è stato contestato ad altri e men che meno a Ruspandini stesso. Se è moralmente colpevole di avere scelto l’uomo sbagliato può consolarsi: altri hanno fatto più di lui ritenendo quel sindaco meritevole di 5 medaglie al valore ottenute per fatti di servizio. Basta con questa autoflagellazione. Un incomprensibile atteggiamento da Lancillotto senza nemmeno avere baciato abusivamente la moglie di Artù.

Il fronte nuovo

(Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

La conseguenza è stata il rafforzamento delle nuove anime dei Fratelli d’Italia. Quelle nate con l’arrivo di tutte le forze a cui mirava Giorgia Meloni nel momento in cui ha allargato il campo ed abbassato il ponte levatoio aprendo il Partito.

E poi c’è Giancarlo Righini. Anche lui viene dal vecchio corso come Ruspandini, sul suo Dna politico non c’è ombra né peccato. Abilissimo stratega formatosi nella vecchia scuola ed efficacissimo assessore capace di far sparire miliardi di debiti regionali con una astuta manovra di Bilancio. È il Capo delegazione di FdI nella giunta Rocca, il numero due del Partito nell’esecutivo regionale. Un politico di lungo corso che ha costruito il consenso con un metodo diverso: l’interlocuzione con i territori, la capacità di portare risorse, la visibilità istituzionale. È lui che ha orchestrato il sorpasso alla Provincia con il coinvolgimento dell’area ex Pd del sindaco di Isola del Liri Massimiliano Quadrini.

(Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Il problema è che Righini — come ha dichiarato lui stesso intervenendo ad «A Porte Aperte» su Teleuniverso — vorrebbe «essere visto come un’opportunità e non come un ingombro». Ma quando un assessore regionale arriva in una provincia con un Partito già strutturato, già forte, già guidato da qualcuno che ha costruito quei numeri con anni di lavoro è inevitabile che quella presenza venga letta come un’invasione di campo. Soprattutto se comincia a ragionare su chi dovrebbe presiedere la Provincia, l’Asp – Azienda dei Servizi alla Persona, la SAF che unisce tutti i Comuni per governare in house il ciclo dei rifiuti, su quali giunte civiche siano legittime e quali no.

In particolare se la sua visione dell’orizzonte politico va in una direzione opposta a quella tracciata dall’assemblea provinciale del Partito.

Scavarsi il terreno sotto i piedi

Fabio De Angelis (Foto © Massimo Scaccia)

La questione che emerge con plastica evidenza è che Fratelli d’Italia ha iniziato a fare esattamente come il Partito Democratico. Cioè accoltellarsi al proprio interno dimenticando di considerare il contesto: esattamente come i Dem hanno fatto quando hanno provato ad emarginare Antonio Pompeo sperando che morisse politicamente.

Nel mirino c’è la questione della SAF. Il presidente Fabio De Angelis ed il suo management che coinvolge tutti i Partiti in modo trasversale è l’uomo che ha portato l’azienda pubblica verso un bilancio positivo, all’abbattimento di un milione sui costi per il personale, alla rinuncia dei rifiuti di Roma con cui far quadrare i bilanci. Ma soprattutto quello è il management che ha centrato il risultato storico di zero tonnellate di rifiuti conferite in discarica: ha dimostrato che gli immondezzai non servono più con quattro anni di anticipo sulla legge Europea che ne dispone la chiusura.

La risposta è politica, non tecnica: chi controlla la SAF controlla uno dei nodi più importanti dell’economia provinciale. Perché può essere anche strumento di pressione verso i sindaci che tardano a pagare. Ma il rischio di una governance che non sia inclusiva è che chi lo controlla oggi potrebbe non controllarlo domani, se gli equilibri cambiano. Ed escludere una parte del Partito significa togliersi un po’ di terra sotto ai piedi: tanta o poca non importa, il risultato è sempre un appoggio meno stabile. Vedasi gli effetti dei tentativi di esclusione interni al Pd.

Il parallelo che nessuno vuole fare

C’è un parallelo che attraversa entrambe le storie: in entrambi i casi, il momento di maggior forza elettorale coincide con il momento di maggior conflitto interno. Il PD di De Angelis e Scalia era forte e unito: per questo governava tutto. Il PD di oggi è forte nelle singole personalità e diviso nel progetto: per questo non governa quasi niente. FdI di Ruspandini è fortissima nei numeri e incerta nella governance perché continua la sua sindrome di Lancillotto per un peccato che non deve espiare e non affronta su un tavolo politico un interlocutore interno che ha risorse e visibilità che il lavoro locale non sempre produce.

In entrambi i casi, il problema non è la debolezza. È la difficoltà di trasformare la forza in direzione condivisa.

Il territorio ciociaro ha bisogno di un centrosinistra che ricordi cosa significa governare insieme invece di combattersi e che smetta di fare la guerra civile mentre l’avversario consolida le sue posizioni. Ha bisogno di un centrodestra che sappia distinguere tra chi ha costruito i numeri sul campo e chi arriva a gestirli dall’alto, senza che questa distinzione diventi una frattura che consegna all’avversario ciò che si è guadagnato con anni di lavoro.

I Partiti muoiono in due modi: per debolezza o per abbondanza. Il primo caso è ovvio: nessun voto, nessuna classe dirigente, nessun futuro. Il secondo è più sottile e più insidioso: arrivano i voti, arrivano le risorse, arrivano le poltrone e comincia la guerra su chi se le prende. La provincia di Frosinone offre in questo momento uno spettacolo raro: un Partito che muore per debolezza – il PD – ed uno che rischia di morire per abbondanza – Fratelli d’Italia. Stessa provincia, stesso momento, patologie opposte. Con un unico denominatore: il territorio che aspetta qualcuno che governi davvero.


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