Quanto guadagno? Ora lo deve dire il datore, non chiederlo il candidato


La nuova legge sulla trasparenza salariale obbliga le aziende a indicare lo stipendio già nell’annuncio di lavoro. Finisce il luogo comune del giovane che pensa solo ai soldi: era il sistema a essere opaco.

Quante volte si è sentita questa lamentela nelle stanze dei bottoni, nelle interviste ai manager, nei commenti sui social: “I giovani di oggi, al colloquio, prima ancora di capire cosa devono fare chiedono quanto vengono pagati”. Detto con un certo fastidio, quasi con disgusto. Come se informarsi sulla retribuzione fosse una mancanza di serietà, un segnale di superficialità, la prova che le nuove generazioni pensano solo ai soldi e non ai valori del lavoro, alla crescita professionale, al sacrificio.

È diventato un leit motiv. Un modo per dire, senza dirlo esplicitamente, che i giovani non vogliono lavorare davvero. Che sono viziati, esigenti, materialisti. Che ai loro tempi si entrava in un’azienda e si dimostrava prima, e poi semmai si chiedeva. Dal 7 giugno 2026, con l’entrata in vigore del D.Lgs. 96/2026 sulla trasparenza retributiva, quanto pago è una domanda che il datore di lavoro deve rispondere prima ancora che il candidato la faccia, scrivendola nell’annuncio di lavoro. E questo cambia tutto: il contesto, la narrazione e soprattutto le responsabilità.

Il candidato che chiedeva lo stipendio aveva semplicemente ragione

Partiamo da un dato di realtà che il dibattito pubblico ha spesso ignorato: chiedere quanto si verrà pagati per un lavoro non è mancanza di vocazione professionale. È buon senso. È la domanda minima che qualsiasi persona razionale dovrebbe fare prima di impegnarsi in un rapporto contrattuale che occuperà una parte significativa della propria vita.

L’art. 36 della Costituzione è esplicito: il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La retribuzione non è un dettaglio accessorio del lavoro: è uno dei suoi elementi costitutivi, riconosciuto dalla norma fondamentale dell’ordinamento. Un giovane che chiede quanto verrà pagato sta esercitando — magari inconsapevolmente — un diritto costituzionale.

Il problema non era la domanda. Era il sistema che rendeva quella domanda imbarazzante.

L’opacità come strumento di potere

Per decenni il mercato del lavoro italiano ha funzionato con un’asimmetria informativa strutturale: il datore sapeva esattamente quanto avrebbe offerto, il candidato no. Questa asimmetria non era casuale. Serviva a negoziare al ribasso, a testare la disponibilità del candidato ad accettare condizioni peggiori di quelle che l’azienda era effettivamente disposta a offrire, a creare quella dinamica del “per ora ti accontenti di questo, poi si vede” che ha caratterizzato l’ingresso nel mercato del lavoro di intere generazioni.

In questo sistema, chiedere la retribuzione al colloquio era percepito come un atto di arroganza perché rompeva un tacito accordo di subalternità. Il candidato era tenuto a dimostrare prima, a chiedere dopo, e possibilmente a non chiedere troppo. Chi non rispettava questa regola non scritta veniva bollato come poco motivato, come qualcuno che “pensa solo ai soldi”.

Il giudizio non era sul candidato: era sulla minaccia che quel candidato rappresentava per un sistema opaco che funzionava a vantaggio di chi offriva lavoro.

Dal 7 giugno le regole sono cambiate

Il D.Lgs. 96/2026 — che recepisce la Direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva — stabilisce che negli annunci di lavoro deve essere indicata espressamente la retribuzione iniziale prevista per la posizione, o la relativa fascia salariale. Non è facoltativo, non è consigliabile: è obbligatorio.

Lo stesso decreto vieta ai datori di lavoro di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei rapporti precedenti, anche indirettamente, anche tramite agenzie di selezione. Il candidato che vuole dichiarare spontaneamente la propria storia retributiva può farlo: è la sua libertà contrattuale. Ma il datore non può sollecitare quella informazione e non può usarla come base per calibrare al ribasso l’offerta.

Il risultato pratico è che la retribuzione deve essere sul tavolo dall’inizio, non alla fine. Non come concessione strappata da un candidato temerario, ma come informazione dovuta che il datore mette a disposizione di chiunque stia valutando se candidarsi.

La fine di un alibi culturale

Questo cambiamento normativo smonta alla radice il luogo comune del giovane che pensa solo ai soldi. Se la retribuzione è indicata nell’annuncio, il candidato non ha motivo di chiederla al colloquio: la conosce già. Il colloquio può svolgersi su ciò che davvero conta — competenze, motivazioni, aspettative di crescita, cultura aziendale — senza l’imbarazzo di dover sollevare la questione economica in un momento considerato inopportuno.

Se invece un candidato continua a chiedere chiarimenti sulla retribuzione è perché l’annuncio era vago, la fascia indicata era troppo ampia per essere informativa, o le condizioni accessorie non erano chiare. In quel caso il problema non è il candidato: è la comunicazione dell’azienda.

Il giovane che al colloquio chiedeva quanto avrebbe guadagnato non stava dando prova di scarsa vocazione professionale. Stava colmando un vuoto informativo che il sistema aveva deliberatamente lasciato aperto. Ora quel vuoto deve essere colmato dal datore prima ancora che il candidato varchi la porta.

Niente più “per ora ti accontenti”

C’è un’altra conseguenza concreta di questo cambiamento, meno discussa ma forse più importante sul piano dei rapporti di lavoro quotidiani. La prassi del “per ora ti accontenti di questo, poi si vede” — l’offerta vaga, la promessa di revisione futura mai messa per iscritto, il contratto firmato senza avere chiaro il quadro economico — diventa molto più difficile da perpetuare.

Se la retribuzione è indicata nell’annuncio, se il candidato viene assunto con quell’informazione già disponibile, se i criteri per le progressioni economiche devono essere resi accessibili ai lavoratori, i margini per la promessa orale senza seguito si restringono. Non spariscono del tutto — il diritto non elimina la cattiva fede — ma il lavoratore ha ora strumenti concreti per verificare se quanto gli era stato prospettato corrisponde a quanto viene effettivamente praticato nella sua categoria.

Il decreto prevede che ogni dipendente possa chiedere per iscritto, una volta all’anno, di conoscere il livello retributivo medio della propria categoria, distinto per genere. La risposta deve arrivare entro due mesi. Non è un diritto astratto: è uno strumento di verifica che ogni lavoratore può attivare per sapere se la propria retribuzione è allineata a quella dei colleghi che fanno lo stesso lavoro.

Il lavoro nobilita, ma solo se è retribuito equamente

C’è un’ultima questione culturale che vale la pena nominare. Il lavoro nobilita l’uomo: è una frase che si sente spesso, usata talvolta per giustificare sacrifici economici in nome di valori più alti. Ma la Costituzione non dice che il lavoro nobilita a prescindere dalla retribuzione: dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e dignitosa. La dignità del lavoro passa anche — non solo, ma anche — attraverso il riconoscimento economico.

Una generazione che chiede di sapere quanto verrà pagata prima di impegnarsi non sta svalutando il lavoro: sta prendendo sul serio sia il lavoro sia sé stessa. Sta rifiutando la retorica del sacrificio come sostituto della retribuzione. Sta applicando, forse senza saperlo, un principio costituzionale.

Ora che la legge impone al datore di rispondere a quella domanda prima ancora che venga posta, forse è il momento di smettere di usarla come accusa.




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 Angelo Greco

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