Tropea. Macrì, il ritorno di un sistema che metà della Città finge di non vedere



Macrì, “riprendere da dove eravamo rimasti”: il ritorno di un sistema che Tropea finge di non vedere

Incandidabilità, cimitero degli orrori, piano regolatore, concorsi contestati, sostegni opachi e responsabilità di una parte di elettorato che ha scelto la rimozione dei fatti… 

“Riprendere da dove eravamo rimasti”. Riletta oggi, dopo il decreto del Tribunale di Vibo Valentia che ha dichiarato l’incandidabilità di Giovanni Macrì, quella frase non può più essere trattata come uno slogan elettorale innocuo. È diventata una chiave di lettura. Forse la più precisa. Perché obbliga a chiedersi da dove, esattamente, Macrì intendesse riprendere. Dalla gestione amministrativa messa in discussione nel decreto? Dagli affidamenti diretti, dalle proroghe, dalle carenze di vigilanza, dalle opacità e dalla permeabilità dell’ente richiamate nel quadro complessivo degli atti? Dalla macchina comunale che, dopo uno scioglimento per infiltrazioni mafiose, avrebbe dovuto essere blindata e che invece, secondo la valutazione giudiziaria, non ha garantito quella impermeabilità rafforzata che Tropea aveva il diritto di pretendere?

Oppure da altro ancora: dai concorsi contestati e definiti polemicamente “farlocchi” da chi vi legge il tentativo di sistemare fedeli e volontari vicini al circuito politico-amministrativo? Dal Corpo dei volontari del Principato trasformato in simbolo civico, ma secondo i critici anche in bacino di consenso e fedeltà? Dal Piano strutturale comunale approvato sul filo di una maggioranza politicamente sbriciolata?

Dal sostegno decisivo di Massimo L’Andolina, allora formalmente collocato in minoranza, poi candidato con Macrì e infine nominato vicesindaco? La domanda non è retorica. È il cuore politico della vicenda. Perché il decreto di incandidabilità non va letto come un episodio isolato, né come una parentesi giudiziaria da liquidare con la formula difensiva del “non sono stato condannato penalmente”. Il Tribunale, nel richiamare l’articolo 143 del Testo unico degli enti locali, distingue chiaramente il piano penale dal piano amministrativo e preventivo. Non serve una condanna per mafia. Non serve la prova di un patto criminale. Non serve che la condotta assuma necessariamente rilievo penale. Conta, invece, la capacità dell’amministratore di rendere l’ente impermeabile, controllato, trasparente, sottratto a pressioni e condizionamenti. Ed è proprio qui che la posizione politica di Macrì diventa fragile.

Tropea non era un Comune qualsiasi. Era una città già segnata da precedenti scioglimenti, commissariamenti, ferite istituzionali e danni reputazionali. Chi la guidava aveva un dovere supplementare: non limitarsi alla regolarità formale degli atti, ma costruire una barriera politica e amministrativa contro ogni zona grigia. Non bastava amministrare. Bisognava dimostrare, ogni giorno, di proteggere l’ente.

Il decreto, invece, ricostruisce un quadro nel quale i singoli episodi non vengono letti atomisticamente, ma dentro una trama. Ed è la trama a pesare: rapporti, contesti, affidamenti, proroghe, controlli, settori sensibili, urbanistica, personale, gestione del territorio. Una trama che, secondo il Tribunale, giustifica la dichiarazione di incandidabilità del sindaco, mentre non giustifica analoga misura per l’assessore coinvolta nel procedimento. Questa distinzione è rilevante: dimostra che non c’è stata una responsabilità collettiva indistinta, ma una valutazione differenziata delle posizioni.

Tra i passaggi più delicati del decreto vi è quello relativo al possibile sostegno elettorale proveniente da ambienti riconducibili alla cosca La Rosa, egemone sul territorio tropeano. La difesa ha sostenuto l’irrilevanza penale e il carattere episodico degli elementi richiamati. Ma il Collegio ha ritenuto che la vicenda non potesse essere ridotta a fatto neutro, pur non elevandola a prova autonoma e decisiva di condizionamento. Secondo la ricostruzione del decreto, l’interesse elettorale manifestato da un soggetto apicale della cosca assume rilievo come indice sintomatico, da leggere insieme agli altri elementi. È un punto politicamente esplosivo. Non perché consenta scorciatoie accusatorie. Ma perché mostra il punto vero: in una città già ferita da infiltrazioni e scioglimenti, anche l’ombra di un interesse della criminalità organizzata verso una competizione elettorale avrebbe dovuto imporre prudenza, distanza, discontinuità. Invece la campagna politica successiva ha scelto la rimozione: parlare d’altro, invocare il consenso, rivendicare continuità, trasformare ogni critica in attacco personale.

È in questo quadro che la frase “riprendere da dove eravamo rimasti” assume un significato diverso. Riprendere da dove? Dal sistema degli affidamenti e delle proroghe? Dalla gestione del personale? Dai concorsi che una parte dell’opinione pubblica ha percepito non come selezioni limpide, ma come strumenti di consolidamento dei fedeli? Dal volontariato civico usato come estetica della partecipazione, mentre intorno si rafforzava una rete di consenso personale? Dal piano urbanistico approvato in una fase terminale, con numeri politici fragili e con il sostegno determinante di chi poi avrebbe trovato spazio nella nuova architettura del potere?

Il tema dei concorsi merita una formulazione precisa. Non si può trasformare una critica politica in condanna giudiziaria se non ci sono atti specifici che accertino irregolarità. Ma una redazione seria ha il dovere di porre la domanda: le procedure pubbliche sono state percepite come pienamente trasparenti, competitive, imparziali? Oppure hanno alimentato, in città, il sospetto di una macchina amministrativa usata per fidelizzare, stabilizzare, premiare appartenenze e vicinanze?

In una comunità normale, la percezione non basta a condannare. In una comunità uscita da uno scioglimento per infiltrazioni mafiose, però, anche la percezione di opacità diventa un problema politico. Perché la fiducia nelle istituzioni si ricostruisce non solo rispettando formalmente le norme, ma evitando qualunque ambiguità. Chi governa dopo uno scioglimento non può permettersi zone d’ombra nemmeno nella narrazione pubblica.

Il capitolo urbanistico è ancora più sensibile. Il Piano strutturale comunale di Tropea non è un atto tecnico tra i tanti. È l’atto che decide il futuro del territorio: aree, trasformazioni, potenzialità edificatorie, equilibrio tra paesaggio e rendita, turismo e vivibilità, tutela e cemento. In una città come Tropea, l’urbanistica non è materia per specialisti. È potere puro. È economia. È futuro. È il punto in cui l’interesse pubblico incontra gli appetiti privati più forti.

Per questo pesa il modo in cui quel Piano fu approvato. La stampa locale ha ricostruito un Consiglio comunale in cui la maggioranza non appariva più politicamente autosufficiente e nel quale la presenza di Massimo L’Andolina, consigliere di minoranza, consentì l’approvazione del PSC. Quel voto non è un dettaglio procedurale. È uno snodo politico.

L’Andolina, già candidato in passato contro Macrì, si sposta in quel momento cruciale. Permette il passaggio di un atto fondamentale. Successivamente si candida con Macrì. Poi, nonostante il risultato elettorale non lo collochi tra i più forti in termini di consenso personale, viene nominato vicesindaco. 

Nessuna affermazione di scambio illecito può essere formulata senza atti giudiziari. Ma la sequenza politica esiste e non può essere cancellata: sostegno decisivo sul PSC, candidatura con Macrì, nomina a vicesindaco. La domanda è inevitabile: si tratta di semplice convergenza amministrativa o di una cambiale politica incassata al momento opportuno?

La politica non è fatta solo di atti formalmente legittimi. È fatta anche di segnali. E questo segnale, nella Tropea post-scioglimento, è pesante. Perché se “riprendere da dove eravamo rimasti” significa ripartire proprio da quel Piano regolatore, da quella geografia di potere e dalle concessioni edilizie che potranno derivarne, allora il tema non è più soltanto Macrì. È il rischio di una nuova stagione urbanistica da sorvegliare metro per metro.

Tropea non può permettersi un “sacco” del territorio. Non può permettersi che la propria bellezza venga consumata in nome dello sviluppo. Non può permettersi concessioni opache, varianti poco spiegate, scelte edilizie non pienamente comprensibili, rapporti troppo stretti tra politica, tecnici, costruttori e portatori di interesse. Parlare di “costruttori amici” senza atti sarebbe imprudente. Ma fingere che il rischio non esista sarebbe ingenuo, o peggio complice.

Il territorio di Tropea è poco. Il valore immobiliare è alto. La pressione turistica è enorme. La tentazione del cemento è sempre dietro l’angolo. Proprio per questo ogni atto urbanistico della nuova amministrazione dovrebbe essere considerato materia di controllo pubblico permanente. Ogni concessione va letta. Ogni variante va spiegata. Ogni beneficiario va conosciuto. Ogni eventuale conflitto di interesse va escluso. Ogni passaggio del PSC va monitorato. Non è allarmismo. È igiene democratica. Accanto al decreto di incandidabilità e al nodo urbanistico, c’è poi la ferita più dolorosa: il cimitero degli orrori. Il cimitero comunale di Tropea è stato teatro di una vicenda giudiziaria che ha travolto la coscienza pubblica della città. Secondo le ricostruzioni processuali e giornalistiche, si verificarono estumulazioni illecite, violazioni di sepolcri e distruzioni di cadaveri. Nel 2025 il Tribunale di Vibo Valentia ha condannato Francesco Trecate, ex custode del cimitero e impiegato comunale, a cinque anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici; il figlio Salvatore Trecate a tre anni e sei mesi, con interdizione per cinque anni. La responsabilità penale appartiene ai condannati. Ma la responsabilità politica della vigilanza resta.

Il cimitero non è un luogo qualsiasi. È il luogo dei morti, della memoria, del dolore delle famiglie, del rispetto minimo dovuto a una comunità. Se un cimitero comunale diventa teatro di condotte definite raccapriccianti, non basta dire “non sapevo”. Non basta costituirsi parte civile. Non basta dichiararsi feriti. Bisogna spiegare come sia stato possibile. Dopo l’esplosione dello scandalo, Macrì dichiarò pubblicamente di non sapere nulla delle condotte emerse. Ma nello stesso dibattito pubblico affiorò la formula del “segreto di Pulcinella”. Il procuratore Camillo Falvo parlò di condotte gravissime, di offesa alla pietà dei defunti e di un fenomeno che poteva rappresentare solo la punta dell’iceberg, invitando persino i cittadini a verificare la permanenza delle tombe dei propri cari.

In un contesto del genere la domanda politica resta intatta: se era un “segreto di Pulcinella”, chi doveva vigilare dov’era? Chi doveva chiedere relazioni? Chi doveva disporre verifiche? Chi doveva controllare registri, autorizzazioni, estumulazioni, tumulazioni, concessioni, aperture di loculi? Chi doveva garantire che un servizio pubblico comunale non degenerasse in una ferita nazionale? Nel procedimento penale sul cimitero, nei confronti di Macrì non risulta essere stata formulata una contestazione per responsabilità omissiva legata alla mancata vigilanza sul servizio cimiteriale. Tecnicamente, la “culpa in vigilando” non è un reato autonomo, ma una categoria di responsabilità che può assumere rilievo penale solo se collegata a una fattispecie concreta. Questo va detto per correttezza.

Ma la correttezza tecnica non elimina la domanda pubblica. La Procura di Vibo Valentia ha davvero esplorato fino in fondo la catena del controllo amministrativo? Ha verificato se, alla luce di segnalazioni, voci, anomalie, emergenza loculi e conoscenza diffusa, vi fossero i presupposti per contestare a chi amministrava una responsabilità omissiva penalmente rilevante? O l’accertamento si è fermato ai responsabili materiali, lasciando politicamente irrisolto il tema di chi avrebbe dovuto vigilare? Questa è la zona grigia. Il porto delle nebbie dove la responsabilità penale si arresta e quella politica resta sospesa. Non si tratta di sostituirsi ai magistrati. Si tratta di non permettere che l’assenza di una contestazione penale venga usata come assoluzione politica generale. Il fatto che Macrì non sia stato imputato per il cimitero non significa che la sua amministrazione possa considerarsi estranea al problema della vigilanza. Il Comune non è spettatore dei propri servizi. Il sindaco non è un commentatore esterno della macchina amministrativa. Chi governa ha il dovere di controllare, prevenire, pretendere risposte, attivare verifiche, presidiare i luoghi sensibili. E se non lo fa, o se lo fa in modo insufficiente, la responsabilità politica resta.

Il cimitero, più di ogni altro episodio, mostra il vuoto tra la retorica dell’amministratore operativo e la realtà dei controlli mancati o inefficaci. Una città può anche perdonare un errore. Ma non può rimuovere una ferita di questo tipo e poi votare come se nulla fosse. Ed è qui che il caso Macrì diventa anche il caso Tropea. Perché Macrì non si è votato da solo.

Una parte della città lo ha sostenuto nonostante lo scioglimento. Nonostante il giudizio di impresentabilità della Commissione parlamentare antimafia. Nonostante il decreto di incandidabilità. Nonostante il cimitero degli orrori. Nonostante il nodo del PSC. Nonostante i dubbi sulla gestione amministrativa, sul personale, sugli affidamenti, sui controlli, sul metodo. A questo punto bisogna usare parole dure, ma precise. C’è un voto popolare che nasce dal bisogno, dal piccolo favore, dalla promessa, dalla riconoscenza, dalla paura di perdere un contatto con il potere. È il voto del do ut des, dello scambio minimo, del “mi ha aiutato”, del “mi può servire”, del “qualcosa farà per me”. È quel voto che nel linguaggio più crudo viene definito “popolino bue”: non perché la condizione popolare debba essere disprezzata, ma perché è un voto che rinuncia alla cittadinanza e accetta la sudditanza.

È un voto che non legge gli atti. Non pesa le sentenze. Non guarda il decreto. Non si interroga sul cimitero. Non segue il PSC. Non valuta il danno reputazionale. Guarda il favore. Guarda il contatto. Guarda l’interesse immediato. Ma fermarsi qui sarebbe troppo comodo. La responsabilità più grave non è del popolo fragile. È dei benpensanti. Di chi ha studiato. Di chi esercita professioni. Di chi legge, comprende, valuta. Di chi parla di legalità nei salotti e poi nell’urna sceglie la continuità. Di chi conosceva il peso dello scioglimento e ha fatto finta di nulla. Di chi sapeva dell’impresentabilità e ha minimizzato. Di chi aveva seguito la vicenda del cimitero e ha rimosso. Di chi ha visto anni di criticità amministrative, le ha commentate in privato, magari le ha criticate a bassa voce, e poi ha votato Macrì. Non per ignoranza. Per convenienza. Non perché non capiva. Perché non voleva vedere. Non perché mancassero gli elementi. Perché mancava il coraggio.

Questa non è coscienza civile. È assuefazione. È una mentalità che somiglia troppo a quella cultura mafiosa diffusa che non ha bisogno di essere penalmente mafiosa per produrre effetti devastanti: fedeltà al potere, rimozione degli atti, silenzio davanti alle opacità, indulgenza verso gli amici, severità solo verso gli avversari, scambio di utilità, paura di esporsi, rispetto non per le istituzioni ma per chi comanda. È la mentalità del “meglio non mettersi contro”. È la mentalità del “tanto vincono sempre loro”. È la mentalità del “con loro qualcosa ottengo”. È la mentalità del “lo so, ma non posso dirlo”. È la mentalità del “in privato ti do ragione, ma pubblicamente non mi espongo”. Questa mentalità ha votato. E votando ha prodotto conseguenze.

La democrazia consente di votare chiunque. Ma il voto non è sottratto al giudizio. Chi ha votato Macrì aveva il diritto di farlo. Oggi, però, deve accettare che quel voto venga discusso politicamente. Deve accettare che, dopo uno scioglimento per infiltrazioni mafiose, dopo l’impresentabilità, dopo il decreto di incandidabilità, dopo il cimitero degli orrori, dopo il PSC approvato in quelle condizioni, quel voto non possa essere liquidato come scelta personale neutra. Non era neutra. Era una scelta di campo. Era una scelta di continuità. Era una scelta di rimozione. E in molti casi era una scelta consapevole. Il problema di Tropea, dunque, non è solo Macrì. È il macrismo. Un metodo di potere. Una rete di consenso. Una cultura amministrativa. Una capacità di trasformare il rapporto personale in consenso politico. Una narrazione che presenta come efficienza ciò che gli atti descrivono come opacità. Una politica che chiede fiducia senza assumersi responsabilità. Una città che si lamenta del sistema e poi lo vota. È questa la parte più difficile da dire, ma anche la più necessaria: Tropea non è solo vittima. Tropea, almeno in parte, è corresponsabile della propria rimozione. Non tutta Tropea. Non tutti i cittadini. Ma una parte sì. La parte che ha visto e ha taciuto. La parte che sapeva e ha minimizzato. La parte che ha barattato il giudizio pubblico con il rapporto personale. La parte che ha preferito il quieto vivere alla verità. La parte che ha parlato di legalità solo quando non disturbava i propri interessi. La parte che ha trasformato il voto in un atto di fedeltà e non di responsabilità.

Tropea oggi paga un prezzo altissimo: sul piano istituzionale, reputazionale, turistico, economico e morale. Una città può avere il mare più bello, il centro storico più fotografato, la promozione più efficace. Ma se il suo nome continua a essere associato a scioglimenti, incandidabilità, cimiteri degli orrori, opacità amministrative e sospetti sul governo del territorio, il danno non resta nei palazzi. Arriva alle imprese. Arriva ai giovani. Arriva alle famiglie. Arriva agli operatori turistici. Arriva alla percezione esterna della città. Arriva alla fiducia dei cittadini.

Per questo la permanenza politica di Macrì non può essere trattata come una questione personale. Se una figura politica diventa il centro permanente di una crisi reputazionale, il passo indietro non è una resa. È responsabilità istituzionale. Macrì ha diritto di difendersi nelle sedi competenti. Ha diritto di impugnare, contestare, spiegare. Ma Tropea ha il diritto di non restare ostaggio della sua battaglia personale. Ha il diritto di non vedere il proprio nome trascinato ancora dentro una vicenda che paralizza il dibattito pubblico e aggrava la sfiducia. Le dimissioni, oggi, sarebbero un atto politico prima ancora che giuridico. Non un’ammissione di colpa penale. Non una resa agli avversari. Ma il riconoscimento che l’interesse generale viene prima della propria permanenza.

Il punto, però, non si chiude con Macrì. Se anche Macrì facesse un passo indietro, resterebbe il problema della città che lo ha reso possibile. Resterebbe il popolo del favore. Resterebbero i benpensanti del silenzio. Resterebbe la borghesia prudente fino alla complicità morale. Resterebbe la cultura della rimozione. Resterebbe l’abitudine a chiamare “normalità” ciò che in una comunità adulta dovrebbe suscitare allarme. Tropea non cambierà finché continuerà a considerare la memoria un fastidio. Non cambierà finché gli atti verranno letti solo dagli avversari. Non cambierà finché l’urbanistica resterà materia per pochi. Non cambierà finché i concorsi saranno percepiti come territori di sistemazione. Non cambierà finché il volontariato civico potrà confondersi con il consenso politico. Non cambierà finché il cimitero degli orrori sarà ricordato solo quando serve e dimenticato quando si vota. Non cambierà finché chi sa continuerà a tacere.

“Riprendere da dove eravamo rimasti”, allora, è la frase da cui partire per capire tutto. Perché se Tropea accetta di riprendere da lì, dagli stessi metodi, dagli stessi equilibri, dagli stessi silenzi, dagli stessi calcoli, dagli stessi protagonisti, allora non sarà vittima del destino. Sarà complice della propria continuità. Il primo passo dovrebbe farlo Macrì: dimettersi. Il secondo dovrebbero farlo i cittadini: smettere di votare con gli occhi bendati. Il terzo dovrebbero farlo i benpensanti: uscire dal silenzio, assumersi una responsabilità pubblica e smettere di confondere la prudenza con l’intelligenza. Perché nessuna città viene salvata da chi finge di non vedere. E Tropea, se vuole davvero salvarsi, deve cominciare proprio da qui: guardare in faccia gli atti, chiamare le cose con il loro nome e smettere di premiare chi la trascina ogni volta dentro le stesse ferite.


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