Altro che multinazionali, il “modello Milano” vive di imprese cooperative, in ossequio al motto “coeur in man”, cuore in mano. Ed è del resto proprio a Milano – non a Bologna né a Genova – che 140 anni fa nacque in Italia la prima centrale cooperativa. E molte delle coop della prima generazione sono ancora vive: il 61% delle imprese ultracentenarie lombarde è costituita in forma cooperativa. E su queste basi, le Coop Lombarde affilano gli attrezzi per prenotare un biennio di forte crescita. Parola di Attilio D’Adda, presidente di Lega Coop Lombardia, che in quest’intervista con Economy… parla di tutto.
Allora, presidente: da dove cominciamo?
Dalla storia, ma solo per un attimo, perché quello che conta è il futuro. Per i 140 anni abbiamo voluto mettere un punto fermo dal punto di vista storiografico e abbiamo incaricato il professor Germano Maifreda, ordinario di Storia dell’economia alla Statale di Milano, di ricostruire dove e come è nata la cooperazione italiana. Il risultato è un documento accademico che fissa la data: 10 ottobre 1886, a Milano, al Consolato Operaio, una struttura che precede i sindacati, le mutue e i partiti. Lì cento delegati in rappresentanza di oltre trecento cooperative di tutta Italia fondarono la prima centrale cooperativa, invitando persino i padri del movimento inglese nato a Manchester: già allora c’era una visione internazionale.
Quindi Milano batte Genova e Bologna, dove finora si collocava la nascita del movimento?
Esistevano versioni che indicavano Genova, dov’è nato il nome Lega delle Cooperative con la scissione dalla Lega delle cooperative e mutue, altre puntavano su Bologna. Lo studio ha rimesso il punto sulla nascita a Milano. Operazione che mi è costata un delirio in termini di relazioni personali: sono vicario di Legacoop nazionale e i bolognesi, sotto questo aspetto, mi detestano. Ma era giusto farlo. Poi, sia chiaro: che sia nata qui o là è poco più di uno sfizio araldico. Quello che importa è che dopo 140 anni la cooperazione è viva.
Cosa la colpisce di più di quella vicenda fondativa?
Tre cose. La prima: prima ancora di fare rivendicazioni sindacali, quelle persone si misero insieme per dare risposte collettive a bisogni primari – casa, lavoro, salute – per costruire una protezione collettiva contro i rischi personali. Di un’attualità incredibile. La seconda: in una riunione di soli uomini di fine Ottocento, accanto alla fratellanza compare il richiamo alla sorellanza e alla valorizzazione del ruolo delle donne. Rivoluzionario, per quei tempi. La terza è una fotografia: due anni dopo, i fondatori di una cooperativa di consumo che costruiva anche case posano con due quadri, il ritratto di Marx da una parte e quello di Cristo dall’altra. Oltre le ideologie e le fedi, insieme per i beni comuni: un messaggio potente, che ritroveremo nella Costituzione. Negli archivi conserviamo perfino i biglietti di auguri che Garibaldi, diventato socio di una cooperativa di abitanti milanese, mandava agli altri soci.
Il rischio, però, è di sembrare un pezzo da museo. Come risponde?
Con i numeri. Incrociando i dati di Unioncamere Lombardia scopriamo che questa regione è al primo posto in Italia per imprese ultracentenarie, e che oltre il 61% di quelle imprese è una cooperativa. È la prova statistica che il nostro modello – che non pretende di essere l’unico, ma è uno dei modelli d’impresa possibili – è più intergenerazionale di quelli di capitale: la proprietà diffusa e condivisa attraversa le generazioni meglio di quella che si tramanda in famiglia o si vende in quote. E non è retorica: significa affiancamento di competenze e sensibilità diverse sullo stesso progetto imprenditoriale. Abbiamo rimosso gli ostacoli che tenevano i giovani in panchina fino ai 40-45 anni e oggi manteniamo gli ex dirigenti e i grandi cooperatori in un club di mentori a supporto della visione strategica. Anche perché la novità non nasce dall’anagrafe.
Lei sostiene che Milano sia la vera capitale cooperativa d’Italia. Su quali basi?
Sempre dall’indagine con Unioncamere emerge un dato incredibile: l’area metropolitana di Milano ha la maggiore densità d’Italia di cooperative e di soci di cooperative concentrati in un unico luogo. Milano è capitale della moda e della finanza, ma dovrebbe rendersi conto di essere anche la città a maggior densità cooperativa. L’ho detto ai capigruppo del Consiglio comunale e al vicesindaco metropolitano: le istituzioni devono prima conoscere e poi accogliere questo dato, anche nella postura. E aggiungo un elemento più muscolare: l’82% delle grandi costruzioni realizzate da Expo in poi, i grattacieli che disegnano lo skyline milanese, è stato costruito da cooperative, a partire da CMB. Come in passato: il sagrato e la piazza del Duomo li posò la cooperativa Selciato.
Quali altre peculiarità lombarde mette nel dossier?
A Milano c’è la più grande concentrazione di teatri cooperativi, costituiti dagli anni Settanta e ancora aperti e fruibili. C’è la maggior concentrazione di case a proprietà indivisa: 16.000 appartamenti di proprietà delle cooperative, affittati ai soci a canoni molto diversi da quelli di mercato, un patrimonio decisivo oggi che si parla di Piano Casa. Siamo stati i maggiori utilizzatori dei bandi regionali per la riqualificazione energetica. Sono nate le prime cooperative urbane e di quartiere, che rispondono a bisogni di integrazione anche micro. E qui hanno sede le due più grandi mutue italiane, una con 130 anni di storia e una con 30, come Insieme Salute. Se questo ecosistema è così variegato, possiamo dire senza autoproclamazione che la storia della cooperazione è destinata a continuare: abbiamo preso i sette principi universali inventati nel Regno Unito e li abbiamo tradotti in dialetto lombardo.
C’è anche un lato problematico: il lavoro. Che cosa vede dal suo osservatorio?
Che il tema non sono i flussi migratori, ma l’integrazione e, anzi, la carenza. Tutte le nostre cooperative regionali della logistica hanno avviato negli ultimi cinque anni percorsi di integrazione culturale, con una base sociale composta in maggioranza, il 68%, da lavoratrici e lavoratori non europei. Eppure spesso non riusciamo a coprire le posizioni aperte: il costo della vita e dell’abitare nell’area metropolitana penalizza proprio chi deve mantenere in funzione i servizi della città. E poi c’è la mobilità: dalle nostre indagini interne la maggioranza dei lavoratori denuncia la difficoltà ad arrivare al lavoro in tempi normali con i mezzi pubblici. Sono fattori che determinano la qualità della vita ma anche la competitività delle imprese. Per questo mi arrabbio quando si discute di Trenord senza il mondo imprenditoriale: è un tema strategico come l’energia. Dobbiamo diventare più invasivi nel campo della politica e delle scelte, non solo in quello del consenso.
Un esempio concreto di nuova frontiera?
La cooperativa dei medici di Milano centro: oltre 600 medici di base che si mettono insieme per condividere servizi, attrezzature, software, fino alla telemedicina in forma spinta. È un contributo vero alla medicina di comunità, molto più concreto di certe case di comunità rimaste sulla carta.
La domanda delle cento pistole: su quale filone punterà nel prossimo biennio?
Dovremo stare, come sempre nella nostra storia, sulle linee di confine del mercato. Penso che la cooperazione debba diventare uno strumento economico – non filantropia, non intervento pubblico – che mette in sicurezza i patrimoni identitari: le attività storiche che stanno chiudendo, dalla ristorazione agli alberghi ai servizi di comunità. Con un partenariato pubblico inteso come cofinanziamento: non rispondere ai bandi, ma rispondere ai bisogni. Concentrarci sull’intervento economico nella comunità, più che sul sistema industriale. E intanto prepariamo il kit degli attrezzi per chi festeggerà il 150°: una biblioteca digitale, uno zaino virtuale di valori ed esempi attuali. Non saremo più noi a portarlo, ma lo stiamo riempiendo adesso.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Sergio Luciano
Source link





