È profondamente radicata alle sue origini la pratica artistica di Jingyi Yang che, nata Baotou, nella regione cinese della Mongolia interna e residente a New York, a partire dalla sua esperienza tra culture nomadi e stanziali e ispirandosi alla teoria della prossemica di Edward T. Hall (1968), ha approfondito il concetto di distanza sociale
L’esperienza in Mongolia nella pratica artistica di Jingyi Yang
La sua ricerca trae origine dall’ovoo – un tumulo sacro che rappresenta il cielo, la terra e il senso di appartenenza spirituale – che oltre ad essere un elemento rituale essenziale, costituisce oggi un’eloquente testimonianza di come culture nomadi e stanziali si siano nel tempo reciprocamente influenzate. Se, infatti, originariamente , l’ovoo era un luogo di culto tribale, con la diffusione del Buddhismo tibetano è entrato a far parte di strutture religiose e sociali formalizzate. Quindi, nato come luogo del simbolico incontro tra le antiche pratiche sciamaniche della Mongolia interna e il Buddhismo tibetano, l’ovoo ha progressivamente perso quella natura autentica e spontanea per assumere, anche grazie all’impegno dei monasteri, centri deputati all’educazione e all’amministrazione oltre che alla spiritualità, un ruolo convenzionale. L’artista ha così individuato in questo mutamento una metafora delle tensioni tra civiltà agricole (statiche) e pastorali (nomadi) che hanno ridefinito il territorio, facendone il nucleo sensoriale e narrativo delle sue installazioni tessili.

Il tessuto nella pratica artistica di Jingyi Yang
Jingyi Yang è un’artista interdisciplinare che ha scelto il tessuto come medium di riferimento per coniare una pratica attraverso cui, intrecciando tessuti, ricerca sui biomateriali e motivi tradizionali, esplora le intersezioni tra sostenibilità, memoria culturale e innovazione tecnologica. Cresciuta in una regione della Cina in cui l’eredità delle praterie convive con la rapida industrializzazione e convinta che il tessutopossa custodire storie, suggerendo nuovi modi di pensare tempo, spazio e appartenenza, Yang si interessa al modo in cui la memoria venga trasmessa attraverso materiali, paesaggi e movimenti del corpo. Così, tramite l’impiego della tessitura jacquard digitale, della maglieria, di biomateriali a base di alghe e kombucha, del taglio laser e della stampa 3D e persino del caffé, Jingyi Yang crea delle installazioniambientali che, dando corpo alle tensioni tra nomadismo e sedentarietà, tra sacralità e pragmatismo, affrontano questioni quali la migrazione, l’ecologia, tradizioni nomadi e vita contemporanea.
In particolare, Yang, dopo il Master in Textiles presso la Parsons School of Design, ha sviluppato un approccio artistico che, intrecciando saperi ancestrali e futuri speculativi, le permette di creare opere al tempo stesso precise ed effimere, architettoniche e vive. Processi ibridi in cui il linguaggio visivo mongolo abbandona la sua natura decorativa per entrare a far parte del suo vocabolario creativo in installazioni che invitano il pubblico a esperire fisicamente le tematiche affrontate.

I tessuti vivi di Jingyi Yang
Recentemente Yang ha focalizzato la sua ricerca sulla biofabbricazione. Durante la residenza al laboratorio di biomateriali Genspace a Brooklyn, ha approfondito lo studio dei sistemi microbici e batterici, sperimentando tessuti vivi che, variando consistenza, colore e forma, hanno generato una riflessione sull’impermanenza e sull’adattabilità. Il suo interesse è andato così verso installazioni biodegradabili e interattive volte a mettere in discussione la materialità rigida e le logiche estrattive della produzione tessile tradizionale. Come ha affermato lei stessa: “Che si tratti di costruire ambienti immersivi o superfici che crescono lentamente, considero la tessitura una forma di narrazione: un linguaggio che si esprime attraverso la struttura, il ritmo e la relazione tra la mano e la terra. Realizzo spesso spazi tessili che custodiscono distanze emotive e culturali, invitando i visitatori a muoversi, ascoltare e lasciarsi trasformare”.

Jingyi Yang e “Threads of Distance”, installazione rappresentativa della sua poetica
Questo approccio ha trovato piena espressione nell’installazione immersiva Threads of Distance, presentata come tesi di Master in Fine Arts nel 2025 alla Parsons School of Design di New York. L’opera, secondo il modus operandi dell’artista e sempre richiamando la prossemica, analizza il modo in cui culture nomadi e sedentarie costruiscono differenti concezioni dello spazio interpersonale, traducendo tali relazioni sociali in esperienze tattili e architettoniche.

Chi è Jingyi Yang
Ma guardiamo più da vicino quest’affascinante artista che, dopo aver conseguito il Master in Textiles, ha proseguito la ricerca interdisciplinare attraverso residenze artistiche presso il Praxis Fiber Workshop (Cleveland, Ohio, USA, agosto 2025), il Pine Meadow Ranch Center for Arts & Agriculture (Sisters, Oregon, USA, aprile-maggio 2026) e il laboratorio Genspace (Brooklyn, New York, USA, 2026), dove la sua pratica si è progressivamente arricchita di in ambito ecologico e scientifico. Parallelamente, nel 2026, ha partecipato alla 7ª TexpoArt International Triennial of Textile Art di Iași, in Romania, una delle principali rassegne di arte tessile dell’Europa orientale.
Attraverso mostre, residenze e collaborazioni tra Cina, Stati Uniti ed Europa, Jingyi Yang continua a proporre il tessile come medium per creare ambienti in cui storie, materiali e corpi entrano in relazione per riflettere sulle trasformazioni culturali. In particolare, come ha dichiarato lei stessa, “attraverso il mio lavoro in cui i tessuti, lungi dal limitarsi a rivestire i corpi, diventano dispositivi in grado di generare legami, custodire memoria e rigenerare la vita, spero di contribuire a rendere il mondo un luogo più sensibile e interconnesso”.
Ludovica Palmieri
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