«A fine mese devo pagare gli stipendi. Se non ho i soldi, è normale che valuti ogni attività legale che mi metta nelle condizioni di reperire risorse». A parlare schiettamente, dietro garanzia di anonimato, è il presidente di un ente del Terzo settore partner di CharityStars, piattaforma di aste online a sfondo benefico che di recente è finita nel mirino di alcune inchieste giornalistiche. Di beneficenza, in effetti, sembra essercene poca e la comunicazione, per quanto non si possa dire opaca, presenta alcune zone d’ombra che non rendono immediata per il sostenitore la percezione di quanti siano i soldi donati e a chi vadano. Di qui, le accuse (implicite) di ammantare di sociale quella che è semplicemente una transazione commerciale, verso la piattaforma e i suoi partner.
CharityStars è nata nel 2013 su idea di Francesco Nazari Fusetti, Manuela Ravalli e Domenico Gravagno, l’unico dei tre fondatori ancora in società e proprietario, attraverso l’azienda Human versus machine, del 72,95% delle quote. In 13 anni, si legge sul sito, la piattaforma ha raccolto 30 milioni di euro, supportando oltre mille enti non profit. Sempre sul sito, CharityStars definisce la così la propria mission: «Offriamo oggetti unici ed esperienze indimenticabili a sostegno di cause benefiche». E ancora: «Il nostro obiettivo è rendere le donazioni divertenti e gratificanti. I vincitori hanno la possibilità di vivere un sogno, le celebrità possono sostenere le cause che hanno più a cuore e gli enti di beneficenza possono concentrarsi sul creare un cambiamento positivo, invece di dedicare tempo prezioso alla raccolta fondi». La piattaforma è, o vorrebbe essere, un punto di incontro tra diversi attori, in un meccanismo virtuoso per tutti.
Il marketing della beneficenza
Le aste attive su CharityStars riguardano magliette e articoli sportivi, alcuni dei quali indossati o firmati da grandi campioni e altre esperienze esclusive, per lo più a tema sportivo (come l’assistere a un allenamento). Per ogni asta, è visibile la percentuale della cifra che va in beneficenza. «Questi importi», si legge sul sito, «variano a seconda della provenienza dell’articolo. Salvo diversa indicazione, l’80% dell’importo netto raccolto viene devoluto in beneficenza. Quando i lotti sono forniti da uno dei nostri fornitori o donatori privati, CharityStars ha un tasso di donazione minimo del 5%». Ed è qui che emerge la prima, chiamiamola così, stranezza. Navigando sul sito, infatti, ci si accorge subito che quasi tutte le aste presenti destinano in beneficenza il 5%, non l’80%. D’altra parte, però, bisogna riconoscere che l’informazione è chiara: l’indicazione del 5% è visibile fin dall’inizio dell’interazione. Tuttavia, è più facile che il consumatore veda solo l’asta con indicata la percentuale di beneficenza che non anche la pagina generica di descrizione della piattaforma, con l’indicazione dell’80% come donazione standard salvo ove diversamente indicato.
In generale, CharityStars opera attraverso tre principali canali: partnership speciale con uno o più soggetti, vendite di privati, vendite di materiale donato alla piattaforma da un ente terzo. Nel primo caso, la percentuale di donazione in beneficenza viene pattuita tra la piattaforma e gli enti partner e il restante viene incassato dalla piattaforma come tassa di servizio per il lavoro svolto (di fatto, l’intermediazione). Nel secondo e nel terzo caso, invece, la percentuale di donazione è, di fatto, sempre del 5%. Il restante 95% viene spartito tra la piattaforma e il venditore/fornitore. Tra tassa di servizio (compresa tra il 10 e il 15%) e una commissione variabile, CharityStars arriva a trattenere fino al 40% sull’importo dell’asta.
Ora, al di là delle aste frutto di un accordo specifico – per esempio, in occasione dei Mondiali CharityStars ne ha indetta una in cui il materiale venduto è stato messo a disposizione dal creator Filippo Delprete, noto online come Italian Jersey Collector, e l’85% del ricavato è andato a Fondazione Telethon (una partnership non esente da critiche) – in tutti gli altri casi la donazione di beneficienza (di fatto sempre del 5%) viene divisa in parti uguali tra 24 enti del non profit e associazioni benefiche che rientrano nel programma Onp Premium.
La beneficenza si paga
Per partecipare al programma, gli enti firmano un contratto valido per due anni, pagando 3mila euro a CharityStars – come VITA può confermare dopo aver visionato alcuni contratti, in linea con quanto emerso in precedenza – per coprire le spese di gestione del servizio. Questi soldi non vengono direttamente versati dall’ente alla piattaforma, ma trattenuti da CharityStars come “anticipo” sull’importo delle donazioni future, dalle quali verrà detratto. Di conseguenza, l’ente benefico riceverà la donazione di beneficenza soltanto quando l’importo che gli dovrà essere corrisposto supererà i 3mila euro. Considerando che la beneficenza viene divisa in parti uguali tra 24 enti che hanno impegnato 3mila euro ciascuno, significa che prima di vedere quel denaro ciascun ente dovrà aspettare che CharityStars abbia raccolto 72mila euro di beneficenza dalle aste. Poiché la beneficenza ammonta ad appena il 5% del valore dell’asta, per generare quei 72mila euro serve un volume totale di aggiudicazioni pari a 1,44 milioni di euro in due anni.
Perché il Terzo settore accetta il compromesso
I guadagni sono bassi, come confermano a VITA alcuni enti non profit. Uno di questi, in particolare, ha deciso di uscire dall’accordo in anticipo perché il primo anno si è chiuso in perdita e la possibilità di andare incontro a un altro buco era troppo rischiosa.
Eppure, nel complesso gli enti non profit accettano di stare alle regole del gioco, ricevendo (se tutto va per il verso giusto) appena un ventiquattresimo di una beneficenza già risicata. «Onestamente», commenta il presidente dell’Ets citato sopra, «il meccanismo per noi non è molto redditizio. Dall’altra parte, però, con CharityStars noi non dobbiamo fare niente, solo aspettare». Insomma, rende poco ma è conveniente. Non a caso, all’inizio della collaborazione con CharityStars, la sua realtà forniva il materiale alla piattaforma e incassava l’85% dell’importo dell’asta. Poi, però, appunto per evitare i costi in termini di tempo e risorse per reperire il materiale, ha accettato di entrare a far parte del programma Onp Premium.
Tuttavia, il funzionamento del programma Onp Premium non è immediatamente riconoscibile navigando su CharityStars. Quando si apre un’asta, compare una maschera che indica la “percentuale all’Onp”. Cliccando sul punto interrogativo per avere maggiori informazioni, si raggiunge una pagina dove non è spiegato che gli enti partner riceveranno la beneficenza solo dopo un certo importo di ricavi. Da qui, accuse e sospetti di mancata trasparenza nei confronti di CharityStars, che “ingannerebbe”, secondo alcuni, il consumatore. Accuse e sospetti, però, che devono fare i conti con un po’ di onesto realismo. «È vero che la comunicazione può essere imprecisa», riconosce il presidente dell’Ets, ma «non bisogna nemmeno essere ipocriti: a chi fa un acquisto non interessa nulla che quel 5% venga devoluto. Se volesse davvero sostenere una causa benefica o un Ets specifico, troverebbe un canale diverso».
Le collaborazioni speciali con società sportive
Un ultimo elemento critico è la collaborazione tra CharityStars, alcune società sportive (tra cui alcuni club di calcio, anche di Serie A e B, come Ascoli, Cagliari, Catania, Lecco, Monza, Parma, Torino e Venezia) ed enti non profit terzi. In questo caso, è il club che fornisce alla piattaforma magliette e altri memorabilia, all’interno di un accordo che destina alla non profit partner il 5% della somma corrisposta all’asta. I detrattori puntano il dito sull’effimera beneficenza dietro questi accordi, sostenendo, non a torto, che per i club si tratta di un modo per liberarsi di fondi di magazzino e darsi una bella immagine grazie all’impegno sociale. Quest’analisi tuttavia si scontra con un dato di realtà: nella maggior parte dei casi, la non profit coinvolta è una realtà che ha legami solidi con il club in questione e dunque l’accordo potrebbe rientrare all’interno di un rapporto più ampio, dove guadagni economici e d’immagine reciproci si fondono.
A conti fatti, il meccanismo sembrerebbe svantaggioso per le non profit. Secondo Luca Palmas, fundraiser e referente di Più Che Atleti presso Fundraiserperpassione, non è però del tutto vero. «Questo canale», riflette, «permette alle non profit di non doversi occupare di reperire il materiale e di organizzare aste». In secondo luogo, dice, conta il volume: «È vero che sulla singola asta per un ente è preferibile una percentuale di beneficenza più alta, ma sui grandi numeri anche il 5% basta. Meglio avere una maglietta alla settimana da cui incassi il 5% che una maglietta ogni tre mesi al 50%». Più facile, forse capire, le ragioni dei club: cui non sembrano esserci grossi dubbi sul fatto cerchino un ritorno d’immagine connesso allo smaltimento di materiale che magari non verrebbe altrimenti venduto.

Quanto a CharityStars, per quanto non faccia nulla di illecito, resta una grande distanza tra la beneficenza comunicata e dichiarata come elemento identitario e quanto viene realmente donato. I primi a essersene accorti sono proprio gli enti non profit coinvolti. Sia il presidente citato in anonimato, sia un ex manager di CharityStars hanno sottolineato a VITA che, in seguito a un cambio societario interno alla piattaforma, la logica di lavoro è cambiata e la beneficenza è passata in secondo piano. «Prima avevamo un rapporto più umano con il nostro interlocutore, ora siamo trattati da numero, da azienda. Ma questo è discriminante per realtà come le nostre», dice il presidente.
In foto, Milan Jonathan, vincitore della 12esima tappa del Giro d’Italia 2024, mentre firma un autografo su una maglia: potrebbe un giorno diventare un memorabilia da mettere all’asta? Foto di Gian Mattia D’Alberto/LaPresse
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Sara De Carli
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