In Italia nel 2025 il 90% circa della popolazione risultava connessa a Internet per una media di quasi sei ore al giorno, di cui circa un’ora e 48 minuti sui social media secondo i dati rilevati da We Are Sociale & Data Reportal. Se da un lato la possibilità di collegarsi al web da qualunque luogo e in qualunque momento offre evidenti vantaggi sia in termini personali che lavorativi, dall’altro presenta rischi concreti per il benessere mentale e psicologico. 

L’attenzione, infatti, si frammenta in mille rivoli, si disperde in notifiche, chat e feed, e si consuma in tempi sempre più ridotti lasciandoci spossati e meno efficienti di quanto crediamo. Ma riappropriarsi della propria libertà e utilizzare in modo consapevole gli strumenti digitali ( senza esserne “risucchiati”), è sempre possibile grazie ad alcune tecniche che vantano una storia millenaria. A spiegare come fare è Andrea Prosperi (ex manager di Google ed ex managing director della filiale italiana di una delle più grandi agenzie globali che sviluppa soluzioni AI applicate al marketing), nel suo ultimo libro “Mindful Tech – Iperconnessione, AI e Benessere”.

Come è possibile che proprio una persona come lei che  ancora oggi si occupa di tecnologia, abbia scritto un libro sul come contrastare gli effetti dannosi derivanti dall’Iperconnessione e dall’AI? 

Dopo diversi anni di lavoro ho compreso che l’Iperconnessione non era tutta rose e fiori. La mia giornata lavorativa iniziava quasi sempre controllando una vasta serie di metriche di performance aziendali, rappresentate in tabelle e grafici, e finiva col pensiero di una casella email che si sarebbe riempita prima che iniziassi a lavorare il giorno seguente. Era un ciclo continuo: la notifica di un messaggio a mezzanotte, un collega che si aspettava una risposta immediata, la sensazione di dover essere “always on”. 

A volte, mi bastava guardare il telefono appena sveglio, senza neanche accenderlo, per sentire un’ondata di fastidio, perché sapevo che mi attendevano decine di messaggi da leggere, riunioni in successione e un’incessante richiesta di attenzione. La mia mente era spesso proiettata in avanti, a ciò che doveva fare dopo, a ciò che avrei potuto dimenticare, senza mai essere davvero nel momento presente. Ma è stato proprio in questo scenario, in ambienti intelligenti e iperconnessi, che ho incontrato per la prima volta la meditazione.

Come è avvenuto il suo primo contatto con la meditazione? Che cosa è accaduto?

Ricordo chiaramente quel momento: ero in Google, parte di un team internazionale dedicato a un grande cliente del settore Tech con sede in Corea. Eravamo circa trenta persone riunite a Seul, per incontrare il top management globale del cliente e trascorrere alcuni giorni di lavoro fianco a fianco. Una mattinata intera fu dedicata alla scoperta della meditazione. Guidati da un esperto arrivato da Palo Alto, ci concentravamo sul nostro respiro e cercavamo di visualizzarlo come una piccola sfera luminosa che dal naso ci entrava nel cuore fino a produrre un intenso senso di calore. 

Alla fine degli esercizi provai un profondo senso di calma e lucidità. Nonostante la bella esperienza, la passione sarebbe cresciuta lentamente nel corso degli anni, ma senza quella occasione probabilmente non avrei iniziato questo percorso. Ancora oggi sento una profonda gratitudine per aver avuto l’opportunità di vivere quei momenti, perché hanno aperto una porta importante nel mio percorso. 

Come ci si deve avvicinare a questa pratica? 

Conoscere la teoria è importante, ma non basta: la meditazione non si capisce leggendo, si comprende solo praticandola. E’ come imparare a nuotare: nessun manuale, per quanto accurato, potrà sostituire l’esperienza diretta e il piacere di muoversi nell’acqua.

Per meditare non c’è bisogno di adottare rituali complessi né di trovarsi in luoghi speciali. Ciò che serve è un corpo incline a fermarsi, respirare, ed essere disponibili a guardarsi dentro senza giudizio. Nel libro provo ad accompagnare il lettore in questi primi momenti, passo dopo passo, raccontando come si svolge la pratica, quali difficoltà si possono incontrare e quali immagini possono guidare lungo il cammino. Se alla fine voleste approfondire il viaggio iniziato, il mio consiglio è quello di farsi affiancare da un istruttore certificato. 

Nel concreto in che cosa consiste la meditazione?

Da un punto di vista psicologico meditare vuol dire migliorare la capacità di abitare lo spazio in cui elaboriamo le nostre risposte. Anzitutto, c’è l’intenzione: decido di fermarmi, di non essere trascinato dagli automatismi, di abitare un spazio interiore di attenzione consapevole. Un’attenzione “curiosa” che ci porta a prenderci cura di noi stessi. Un’attenzione che ci porta ad “abitare” uno spazio, fisico o mentale, dove vi sentiamo al sicuro. In questo spazio “sicuro” possiamo elaborare la nostra esperienza in maniera più ricca e profonda. Così siamo più capaci di gestire meglio piccole o grandi sfide quotidiane. 

In pratica, la meditazione inizia sempre dal corpo. La posizione non è un dettaglio accessorio, ma il terreno su cui poggia tutto il resto. Possiamo immaginarla come una dichiarazione silenziosa: sono presente, vigile, stabile, e allo stesso tempo aperto. Pronto ad ascoltare.

 Non serve assumere posizioni impossibili. Va benissimo una sedia, con i piedi ben piantati a terra, le gambe a formare un angolo di circa 90 gradi con il pavimento e leggermente divaricate; le mani possono essere appoggiate sulle cosce, la schiena dovrebbe essere eretta, ma non rigida. In alternativa, si può scegliere di sedersi a terra con le gambe incrociate. 

Esistono diverse possibilità: dalla più semplice “ a gambe incrociate naturali”, fino a quella più difficile del loto completo, in cui entrambi i piedi poggiano sulle cosce opposte. Quest’ultima è la più iconica, ma anche meno facile. Ciò che conta non è la forma esterna ma la stabilità e l’agio interiore. Ad ogni modo ricordiamoci sempre questo: la postura non è una tortura!

Una volta trovata la posizione, possiamo concentrarci sul respiro: non dobbiamo modificarlo, o controllarlo ma semplicemente osservarlo. Prendiamo atto dell’aria che entra, attraversando prima le narici e poi il petto, che si solleva e si abbassa al suo passaggio, infine l’addome che si espande e si ritrae.

Ci sono degli accorgimenti per mantenere l’attenzione? E se ci si distrae, come si gestisce questa esperienza?

È normale che la mente si perda, soprattutto all’inizio. Ma quando accade non è un problema, anzi, è proprio lì che nasce la pratica. Ogni volta che mi accorgo di essermi distratto e torno al respiro, sto allenando un muscolo invisibile, quello della presenza mentale. Dopo alcune sessioni di pratica della durata di alcuni minuti, dedicate al respiro, possiamo aggiungere nuovi elementi.

 Possiamo ad esempio indagare mentalmente il nostro corpo. Non dobbiamo cercare di cambiare nulla: semplicemente osserviamo e ascoltiamo le sensazioni che le diverse parti del corpo ci comunicano. Utilizzando lo stesso metodo, possiamo poi osservare i nostri pensieri e persino le nostre emozioni per poi lasciarle andare. 

Perché e come può questa pratica migliorare il nostro rapporto con la tecnologia?

La risposta risiede nel modo in cui il nostro cervello, dalla preistoria a oggi, si è evoluto e nel modo in cui tende a funzionare, come spiego in alcuni capitoli del libro. 

L’Iperconnessione ci ha reso la vita più comoda, ha abbattuto molte barriere e ha reso immediato ciò che una volta richiedeva tempo e fatica. Ma come una gabbia dorata, questo benessere apparente ha un prezzo nascosto perché interferisce con le capacità cognitive ed emotive.

La fatica di esistere nel mondo digitale nasce da qui: un lento, ma costante, deterioramento di alcune funzioni essenziali del cervello tra cui l’attenzione, la motivazione e l’empatia. La Mindfulness, in virtù delle caratteristiche alla base del funzionamento del cervello e della sua conformazione, come spiegano alcune ricerche che ho citato nel volume, ci permette non soltanto di ottenere una maggiore consapevolezza del modo in cui utilizziamo i dispositivi elettronici, e quindi di farne un uso più equilibrato, ma in ultima analisi ci consente nel senso più ampio del termine di sviluppare la nostra libertà interiore, evitando di restare incatenati agli automatismi, alle distrazioni e ai pensieri che lo affollano. 

 

 


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 Rosaria Barrile

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