Una galleria scintillante, nel cuore della città, luogo di passaggio e crocevia di vetrine, proprio davanti a Palazzo Chigi. Al riparo dal sole di giugno e con un’aria che si infila tra le navate, la Galleria Alberto Sordi si è trasformata stamattina in un’aula a cielo aperto, dove giovani e adulti, seduti tra i banchi, ascoltavano, riflettevano e discutevano su un tema tanto attuale quanto inspiegabilmente controverso: l’educazione affettiva, come antidoto alle disparità e la violenza di genere.
Intorno, le persone passavano, curiosavano, qualcuno si fermava ad ascoltare per un po’, restituendo così alla piazza la sua originaria funzione di spazio di incontro e di relazione. Sul palco, si sono alternati rappresentanti di tante associazioni e istituzioni, convocati e riuniti da Coop per il progetto “Close the Gap”, che attraversa l’Italia per creare connessioni intorno a questo tema, che nel nostro Paese – e non solo – chiede attenzione e cura.
Si è parlato di come le persone si trattano tra loro, di violenza di genere, di stereotipi, di parole. Di tutto ciò che succede prima che accada qualcosa di irreparabile. Sullo sfondo, le parole “Dire. Fare. Amare”, slogan del progetto, come tre tasselli del cambiamento che ci si propone di realizzare.

Ad aprire l’incontro la presidente di Coop Italia, Maura Latini, che ha inquadrato il senso dell’intera giornata: «Ci piace pensare a questa mattina come a un momento collettivo di condivisione di un percorso che per Coop parte da lontano in linea con la sua natura di insieme di imprese cooperative ma che certo ha avuto una accelerazione da cinque anni a questa parte con questa campagna-ombrello», ha detto.


«Negli anni abbiamo condiviso con tutti coloro che sono oggi qui presenti importanti momenti di affermazione di diritti, di parità e di inclusione femminile, certi che gli obiettivi che ci siamo dati sono sempre sfidanti e sempre da rinnovare. Continuiamo a affiancare chi si occupa di violenza nei confronti delle donne e lo facciamo con gli aiuti ai Centri Rifugio ma anche con gli inserimenti lavorativi grazie alle nostre cooperative», ha aggiunto.
«Da due anni però abbiamo voluto spostare l’accento su ciò che c’è prima di qualsiasi atto di violenza sia anche verbale e non fisica, psicologica ma ugualmente dannosa e torniamo anche qui con forza ad affermare la necessità non più rinviabile di una educazione alle relazioni che sia obbligatoria nelle scuole dove si formano le giovani generazioni. Tutto ciò malgrado la Legge appena varata dal Ministro Valditara e dal Governo che va in ben altra direzione», ha concluso.
Il riferimento è, evidentemente, alla norma appena approvata, che riserva l’educazione affettiva solo ai ragazzi le cui famiglie danno il consenso, penalizzando — come è stato sottolineato dal palco — proprio chi ne avrebbe più bisogno. Un tema, questo, di cui si è parlato più volte, nel corso della mattinata.
«In un’epoca in cui le connessioni sono sempre più veloci e sempre meno profonde sentiamo il dovere, in quanto cooperativa, di rimettere al centro il valore delle relazioni umane», ha detto Simonetta Radi, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Etruria.
«Investire nelle relazioni significa credere nel futuro delle comunità: per questo portiamo avanti i temi e gli appelli di “Close the Gap” attraverso azioni concrete, come il sostegno ai centri anti-violenza, il reinserimento lavorativo di donne vittime di violenza, la raccolta firme per promuovere la presenza di psicologi tra le comunità compresa la comunità scolastica, oltre a proporre occasioni di sensibilizzazione nei supermercati e durante gli eventi sociali, in sinergia con le associazioni, le istituzioni e le scuole dei territori in cui siamo presenti».
Parole che costruiscono o distruggono
La mattinata è entrata poi nel vivo, con Enrico Galiano, scrittore e insegnante che da febbraio gira le città italiane con la sua lezione-show sull’educazione alle relazioni.
Interagendo con il pubblico e raccontando aneddoti, Galiano si è soffermato sulla risposta che un ragazzo di seconda media ha dato, tempo fa, alla sua domanda: «Se una ti piace, come fai a farglielo capire?». La risposta è la prova di quanto sia urgente educare alle relazioni e all’affettività: «La prendo e la sbatto al muro».
Monica Lucarelli, assessora alle Pari Opportunità di Roma Capitale, ha ricordato che «la violenza e le discriminazioni affondano le radici in stereotipi e modelli culturali che dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione».
E ha riportato un aneddoto personale: a sua figlia quattordicenne, «proprio ieri sera, vedendola in calzoncini corti e maglietta, ho detto: “Dove vai in giro così?”. Con sapienza bisogna sempre scegliere le parole giuste», ha detto.
Una rete di voci, cinque anni di percorso
Attorno a questo nucleo si è dispiegata tutta la rete che in questi anni ha camminato insieme a Coop. Sul palco si sono susseguite realtà molto diverse, accomunate dallo stesso obiettivo.
Gabriele Piazzoni di Arcigay ha allargato il discorso all’omofobia, spiegando che le aggressioni — quelle che costellano i Pride e non solo — nascono spesso da quello che ha chiamato il «tradimento dello schema predatore-preda: un ragazzo che si veste in modo femminile viene letto come preda che ha sbagliato posizione, e questo lo espone alla violenza. Perché un ragazzo si veste da preda? E una ragazza da predatore?».
Anche lo sport è luogo di disparità di genere e talvolta di violenze: lo ha testimoniato Luisa Rizzitelli dell’Assist, l’associazione nazionale Atlete: «Su 357 allenatori nazionali, solo undici sono donne. In venticinque anni, solo una donna alla presidenza di una federazione sportiva».


Francesco Maesano ha portato la voce del Comitato Diritto a Stare Bene e della proposta di legge di iniziativa popolare per un servizio psicologico pubblico e gratuito — oggi finalmente incardinata nei lavori parlamentari, anche grazie alla raccolta firme fatta nei supermercati Coop.
A chiudere l’incontro, la testimonianza di Gino Cecchettin, presidente della Fondazione Giulia Cecchettin — con cui Coop realizza corsi di formazione del proprio personale sull’educazione alle relazioni — ha ricordato che «la nostra è una fondazione nata da un episodio di violenza. Lavoriamo per sostenere le vittime, ma soprattutto per la formazione e l’educazione delle nuove generazioni».
Il prossimo appuntamento è il 26 giugno a Perugia, al festival «Umbria che spacca». Altra piazza, altra connessione reale.
Foto e video dell’autrice
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Chiara Ludovisi
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