La parola più delicata è «stabile». Non perché nasconda un’emergenza improvvisa, ma perché descrive la persistenza di una difficoltà molto estesa: nel 2025 circa 5,4 milioni di persone residenti in Italia non raggiungono, con la propria spesa, il livello necessario per un insieme di bisogni essenziali. Il nuovo rapporto Istat non certifica una svolta rispetto all’anno precedente. Invita invece a guardare dentro il dato nazionale, dove età, territorio e composizione familiare fanno una differenza decisiva. (Istat)
Il rapporto dell’Istat, pubblicato il 15 ottobre 2026 e riferito al 2025, stima oltre 2,1 milioni di famiglie in povertà assoluta. L’incidenza è dell’8,0% tra i nuclei e del 9,3% tra le persone. Le percentuali dell’anno precedente erano rispettivamente dell’8,4% e del 9,8%: i valori stimati sono dunque inferiori, ma l’Istituto classifica entrambe le variazioni come statisticamente non significative. È questa la distinzione necessaria per leggere la notizia: una diminuzione numerica non basta, da sola, a certificare un miglioramento del fenomeno. (Istat, povertà 2025)
La stabilità non significa nemmeno che tutte le famiglie siano rimaste nella stessa condizione. Il confronto annuale descrive la diffusione complessiva della povertà, non ricostruisce il percorso di ciascun nucleo: non autorizza, quindi, a identificare automaticamente chi ne è uscito o chi vi è entrato. Per capire la portata sociale dei risultati bisogna affiancare alla media nazionale almeno tre domande: chi è più esposto, dove vive e quanto è distante dalle risorse necessarie per soddisfare i bisogni essenziali.
Che cosa misura davvero la povertà assoluta
La povertà assoluta non coincide con l’assenza completa di denaro e non si misura attraverso un unico importo valido per chiunque. L’Istat considera la spesa per consumi e la confronta con il valore di un paniere di beni e servizi ritenuti essenziali. La soglia cambia secondo il numero e l’età dei componenti della famiglia, la regione e la dimensione del comune di residenza. Una stessa cifra mensile, pertanto, non descrive necessariamente la medesima condizione per una persona sola e per una coppia con figli, oppure in territori con costi differenti. (Istat, calcolo della soglia)
Questa impostazione aiuta a evitare due equivoci. Il primo è pensare che esista una cifra nazionale sotto la quale ogni famiglia possa essere classificata nello stesso modo. Il secondo è trasformare un indicatore statistico in una descrizione completa della vita delle persone. La misura individua una difficoltà materiale precisa, ma va letta per ciò che osserva: la capacità di sostenere consumi essenziali nelle condizioni familiari e territoriali considerate.
Anche il linguaggio conta. I dati generali riguardano la popolazione residente, non soltanto i cittadini italiani. Parlare di persone in povertà assoluta in Italia è dunque più preciso che attribuire indistintamente la stessa cittadinanza a tutti gli individui censiti dalla stima. È un dettaglio solo apparente: permette di interpretare correttamente anche le differenze che emergono quando il rapporto distingue i nuclei in base alla cittadinanza dei componenti. (Istat, povertà 2025)
Il Mezzogiorno resta più esposto, ma il disagio non ha un solo territorio
Nel Mezzogiorno la povertà assoluta interessa il 9,6% delle famiglie, contro il 7,7% del Nord-ovest, il 7,4% del Nord-est e il 6,3% del Centro. La graduatoria cambia, però, se invece della probabilità di essere poveri si considera la distribuzione delle famiglie povere: il 45,3% vive al Nord, il 38,6% nel Mezzogiorno e il restante 16,1% al Centro. (Istat, povertà 2025)
Le due informazioni non si contraddicono. L’incidenza indica quante famiglie sono povere rispetto a tutte quelle residenti in una determinata area; la distribuzione indica invece dove si trovano i nuclei poveri dell’intero Paese. Confonderle porta a due letture ugualmente incomplete: immaginare che l’indigenza riguardi soltanto il Sud oppure sostenere che la maggiore presenza numerica al Nord cancelli il divario territoriale.
La conseguenza, sul piano della lettura pubblica dei dati, è concreta: servono entrambe le prospettive. Una consente di riconoscere i territori nei quali la vulnerabilità è più frequente, l’altra restituisce la dimensione della domanda potenziale di sostegno. Una media nazionale, anche quando è corretta, non può sostituire questa distinzione.
Famiglie numerose e minori, la distanza dalla media
La dimensione familiare resta uno degli elementi più rilevanti. Nel 2025 l’incidenza raggiunge il 19,2% nei nuclei con almeno cinque componenti; tra i monogenitori è dell’11,5%. I minori in povertà assoluta sono circa 1,14 milioni, pari al 12,5% della loro fascia di popolazione. Il rapporto segnala un miglioramento per i bambini e ragazzi tra 7 e 13 anni, senza descrivere come statisticamente significativa una riduzione per l’insieme dei minorenni. (Istat, rapporto integrale 2025)
Questi risultati non autorizzano a considerare ogni famiglia numerosa come una famiglia in difficoltà, né ogni nucleo piccolo come economicamente protetto. Indicano piuttosto dove la difficoltà è più frequente. È una differenza importante anche per non trasformare una caratteristica familiare in un’etichetta: la statistica descrive un’esposizione maggiore, non un destino individuale.
Un approfondimento distinto dell’Istat, riferito al 2024 e ai minori di 16 anni, permette di allargare lo sguardo oltre la sola povertà assoluta. Il rischio di povertà o esclusione sociale riguardava il 26,7% di bambini e ragazzi, salendo al 43,6% nel Mezzogiorno. L’11,7% presentava una deprivazione materiale e sociale specifica, mentre il 4,9% mostrava segnali di insicurezza alimentare. Sono misure e popolazioni di riferimento diverse: non vanno sommate ai risultati del 2025 né usate come se fossero lo stesso indicatore. (Istat, condizioni di vita dei minori)
Il valore di questo confronto sta nelle domande che suggerisce. Contare i bambini sotto una soglia è indispensabile; capire quali privazioni accompagnino quella condizione permette di leggere meglio il disagio. Il bilancio familiare e le condizioni dell’infanzia non sono due temi separati, ma nemmeno due grandezze intercambiabili: ciascun indicatore illumina un aspetto diverso.
Lavorare e avere una casa: due distinzioni decisive
Il rapporto 2025 mostra quanto sia insufficiente dividere le famiglie soltanto tra occupate e non occupate. La povertà assoluta riguarda il 14,3% dei nuclei con persona di riferimento operaio o assimilato. Un altro divario emerge dall’abitazione: l’incidenza è del 20,9% tra chi vive in affitto e del 4,5% tra i proprietari. Se sono presenti minori, i valori sono rispettivamente del 28,7% e del 6,0%. (Istat, rapporto integrale 2025)
La lettura corretta non è che il lavoro sia irrilevante o che l’affitto provochi automaticamente povertà. I dati mostrano associazioni tra condizioni, non isolano da soli tutte le cause. Il confronto sul titolo di godimento dell’abitazione, per esempio, riguarda gruppi che possono differire anche per redditi, patrimonio e composizione familiare. Per lo stesso motivo, la presenza di un occupato non esaurisce la valutazione delle risorse disponibili per il nucleo.
È qui che il rapporto diventa utile anche al di fuori del dibattito statistico. Chiedere soltanto se una persona lavori o possieda un’abitazione può non bastare per comprendere la situazione dell’intera famiglia. La domanda da porre è più precisa: quali risorse restano disponibili, per quante persone e rispetto a quali necessità? Non è un’alternativa alla misurazione, ma il modo per non ridurla a una classificazione sommaria.
Gli indicatori che sembrano divergere
Un’altra indagine Istat, sulle condizioni di vita nel 2025, restituisce un quadro articolato. La quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale scende dal 23,1% al 22,6%, mentre la grave deprivazione materiale e sociale sale dal 4,6% al 5,2%. Diminuisce invece la quota di persone in famiglie a bassa intensità di lavoro, dal 9,2% all’8,2%. (Istat, reddito e condizioni di vita)
Non c’è motivo di scegliere il dato più favorevole o quello più negativo come se uno rendesse falso l’altro. Il rischio di povertà o esclusione sociale è un indicatore composito: comprende persone che si trovano in almeno una condizione tra rischio di povertà, grave deprivazione e bassa intensità lavorativa. La povertà assoluta, invece, osserva la spesa rispetto ai bisogni essenziali. I risultati rispondono quindi a domande differenti. (Istat, reddito e condizioni di vita)
La stessa indagine offre un elemento di contesto sui redditi: nel 2024 quelli familiari aumentano in termini reali del 4,1%, ma rimangono mediamente inferiori del 4,9% rispetto al 2007. Un recupero annuale e una perdita di lungo periodo possono dunque coesistere. Anche in questo caso, prima di interpretare il risultato occorre tenere distinti l’anno della rilevazione, quello dei redditi osservati e l’intervallo scelto per il confronto. (Istat, reddito e condizioni di vita)
L’infanzia conta anche per ciò che accade dopo
L’approfondimento sulle condizioni dei minori contiene infine un dato che riguarda gli adulti. In Italia, nel 2023, il rischio di povertà tra le persone di 25-59 anni che a 14 anni vivevano in famiglie con difficoltà finanziarie era del 34%, contro il 14,4% di chi proveniva da una buona situazione economica. È un’associazione osservata nei dati sulla trasmissione intergenerazionale degli svantaggi, non la previsione del futuro di ogni bambino povero. (Istat, condizioni di vita dei minori)
Il punto non è attribuire all’origine familiare un potere inevitabile, ma evitare l’errore opposto: trattare la povertà infantile come una parentesi senza relazione con il resto della vita. Questo confronto invita a giudicare le risposte al disagio anche per la loro capacità di ridurre gli svantaggi, non soltanto per l’effetto immediato su un indicatore.
Il rapporto 2025 va letto mantenendo insieme prudenza e attenzione. Prudenza nel proclamare svolte che le variazioni statistiche non certificano; attenzione alle differenze che la media può nascondere. Per il lettore, è questo il criterio più utile: domandarsi sempre quale povertà si stia misurando, su quale popolazione e in quale anno. Solo così la parola «stabile» conserva il suo significato tecnico, senza diventare un sinonimo improprio di problema risolto.
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