Per vent’anni L’Aquila ha fatto esperienza dei mille cantieri per la ricostruzione post-terremoto. Nal 2026 questa meravigliosa città ha aperto un cantiere ancor più sfidante, quello di una rinascita sociale fondata su una pratica democratica e creativa. L’Aquila sta vivendo il suo anno da Capitale della cultura come un’importante opportunità di cambiamento e di crescita, come un laboratorio a cielo aperto per l’innovazione sociale. Per dare concretezza a questa ambiziosa intenzione la città abruzzese si è affidata ad uno dei più collaudati e autorevoli motori di innovazione attivi in Italia, la Cittadellarte voluta e fondata da Michelangelo Pistoletto nella sua Biella.
Fare il nome di Pistoletto è fare il nome di uno dei maggiori artisti sulla scena mondiale, ma qui ci si deve dimenticare ogni logica da star. Pistoletto infatti è un artista che ragiona e crea con il “noi” assai più che con l’“io”: ha fatto della sua genialità un’energia catalizzatrice, capace di far lievitare energie già presenti attraverso percorsi collettivi e plurali. La sua Cittadellarte è infatti un nuovo modello di istituzione artistica e culturale che mette l’arte in dialogo diretto con diversi settori della società.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA
A L’Aquila Cittadellarte ha proposto una pratica già sperimentata in una decina di contesti urbani non solo italiani. Si chiama Demopraxia, un termine che unisce le parole greche dêmos (popolo) e prâxis (azione, pratica). Integra l’idea di potere (krátos) della democrazia con quella di pratica quotidiana e attiva.
«Il potere politico non sta soltanto nelle forme istituzionali elette in base alla rappresentanza» spiega Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte, «ma innanzitutto nelle migliaia di organizzazioni di cui si compone, dalle associazioni alle imprese, dalle fondazioni ai consorzi, ai comitati ai gruppi di lavoro e ogni altra forma di collaborazione organizzata». Naldini, laureato in Economia e commercio con una tesi sul riuso dei vuoti urbani, a partire dal 2000 ha iniziato a lavorare a Cittadellarte e oggi ne è il direttore. Ha seguito in prima persona con grande passione il progetto per L’Aquila, il cui coordinamento è stato affidato da Giacomo Bassmaj. «L’Aquila rappresenta come città un simbolo mondiale di rigenerazione e rinascita e pone la bellezza, l’arte, la cultura e la comunità come suoi motori».
Il creare è un fattore appannaggio dell’umano. Non è qualcosa di complicato ma di vitale e di quotidiano: si mette insieme qualcosa che già esiste, e da lì viene l’idea di fare invece qualcosa che non c’era
Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte
L’arte dunque non è un di più ma è sostanza di un possibile cambiamento?
Certamente. Oggi siamo chiamati a ripensare il nostro modo di stare al mondo e con il mondo. In questo l’arte ha una funzione fondamentale. Non dobbiamo pensare che sia una sfera quasi specialistica e individualistica. L’arte nasce da noi e con noi, nasce dai nostri modi di fare. Possiamo paragonarla ad un tessuto, che noi tutti mettiamo insieme. Il creare è un fattore appannaggio dell’umano. Non è qualcosa di complicato ma di vitale e di quotidiano: si mette insieme qualcosa che già esiste, e da lì viene l’idea di fare invece qualcosa che non c’era. Il lavoro da fare è quello di costruire una connessione tra queste tante esperienze creative. L’Aquila da questo punto di vista rappresenta un terreno ideale.
In che senso?
Perché è una città dal gradiente culturale molto alto e che ha vissuto una drammatica sottrazione della vita di comunità, per via del terremoto e che quindi esprime un desiderio molto forte di connessioni. In particolare lo abbiamo riscontrato incontrando tante realtà del settore culturale e creativo, che costituiscono un ecosistema molto vivo ma che non è ancora un vera e propria infrastruttura. È una realtà che non va intesa come un settore a sé stante, ma come un nucleo capace di generare connessioni con associazioni, Terzo settore e sistema produttivo. Attraverso un sistema a cerchi concentrici e una mappatura dinamica del territorio, il progetto mira a superare le separazioni tradizionali tra cultura, economia e impatto sociale.
La pratica della “demopraxia” è quindi il metodo che avete proposto per dare a questo settore una rappresentanza capace di incidere sul futuro della città?
È un approccio che ha come obiettivo l’affermazione di un ecosistema dell’industria creativa che mette al centro il tema della collaborazione in una società malata in cui tutti cercano invece la competitività. Riprendendo un concetto famoso di Joseph Beuys, l’impegno civico proprio del processo demopratico porta a generare una “scultura sociale allargata”.
L’Aquila è una città dal gradiente culturale molto alto e che ha vissuto una drammatica sottrazione della vita di comunità, per via del terremoto e che quindi esprime un desiderio molto forte di connessioni
Paolo Naldini
Quali sono i passaggi di questo processo?
Ne sottolineo tre. La prima è la consapevolezza della propria visione. Ogni realtà è un focolaio di idee da cui scaturiscono decine di decisioni. Ma è un vero brulicare di vita spesso invisibile a se stessa e quindi invisibile anche all’altro livello della democrazia, quello del primo governo. Il secondo passaggio è costruire connessioni tra questi microgoverni delle imprese culturali, perché si possano sviluppare come forma di intelligenza collettiva. Infine c’è il raccordo con il primo governo, con l’amministrazione pubblica, per portare sul tavolo le proprie proposte, anche proposte di legge, in un sistema consultivo. In questo passaggio storico, la cultura può diventare una bussola concreta, capace di orientare visioni e azioni.
È quello che sta maturando a L’Aquila?
Il programma dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura rappresenta sicuramente un terreno vivo dove mettere alla prova questa prospettiva di “demopraxia”. Il lavoro fatto sin qui lo conferma. È un laboratorio di partecipazione, di conoscenza reciproca e di condivisione in cui l’arte si fa strumento di democrazia. Il Forum Demopratico del maggio scorso lo dimostra: si è trattato di un vero e proprio laboratorio civico e uno spazio di dialogo per definire nuove forme di governance culturale e immaginare il futuro della città.
Tutte le foto sono di Lucky’s Production
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Daria Capitani
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