Signor Presidente, onorevoli colleghi,
sono sempre più numerose, e sempre più complesse, le scelte che l’Europa è chiamata a compiere per difendere la propria capacità di restare competitiva, sicura e protagonista nel mondo.
La guerra in Ucraina continua, con un crescente coinvolgimento di obiettivi civili. L’instabilità in Medio Oriente produce conseguenze che vanno ben oltre i confini della regione. La competizione economica globale è sempre più serrata. Le tensioni geopolitiche incidono sulla sicurezza delle nostre catene di approvvigionamento, sul costo del carburante, sul costo della vita, sulla capacità delle nostre imprese di competere. E poi le minacce ibride, le pressioni migratorie, una instabilità crescente e la conseguente necessità di rafforzare la sicurezza e la difesa europea.
Sono dossier diversi, naturalmente. Ma hanno una cosa in comune: ci ricordano quanto quello che accade fuori dai nostri confini incida sempre di più sulla nostra vita quotidiana e metta alla prova la capacità della nostra Nazione di difendere la propria prosperità e la propria sicurezza.
Per questo, in questi anni, il Governo ha scelto di essere presente e attivo sulla scena internazionale, con continuità e con una linea chiara. Perché l’interesse nazionale si difende contribuendo a orientare le scelte che ci riguardano, e non limitandosi a subirne le conseguenze.
Vale in modo particolare in Europa. Ed è con questo spirito che l’Italia ha lavorato anche in vista del prossimo Consiglio Europeo, e che affronterà i principali temi all’ordine del giorno.
Il primo tema sul quale voglio soffermarmi è la competitività.
Il Consiglio Europeo farà il punto sull’attuazione dell’agenda “One Europe, One Market” e sui progressi compiuti per approfondire il mercato unico, semplificare le regole, ridurre gli oneri amministrativi e velocizzare le procedure di pianificazione e di autorizzazione. Sono obiettivi sui quali l’Italia insiste da tempo, però la questione che oggi pesa più di tutto sulla competitività della nostra economia è un’altra, ed è il costo dell’energia. Lo abbiamo detto molte volte: non possiamo chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti. Né possiamo perseguire la transizione ambientale al prezzo della nostra base industriale. La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione, a maggior ragione nell’attuale quadro geopolitico. Le tensioni sulle principali rotte commerciali e sulle catene di approvvigionamento incidono sulla sicurezza e sul prezzo dell’energia e dei carburanti. Aumentano i costi di trasporto e assicurazione e, alla fine, si scaricano sulle bollette, sul carrello della spesa, sui conti delle imprese.
Nessuno, di fronte a uno scenario del genere, può rispondere efficacemente da solo. Dunque, la risposta deve essere coordinata e rapida.
Per questo abbiamo lavorato per raggiungere un accordo in ambito G7, che ha previsto il rilascio sui mercati di un significativo quantitativo di carburante, anche per prevenire il rischio di un blocco delle esportazioni americane, che avrebbe impattato pesantemente sulle nostre economie.
Ma accanto a questo serve anche il coraggio di guardare a ciò che possiamo fare noi, in Europa. A partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando.
Perché le nostre imprese affrontano oggi una concorrenza globale sempre più aggressiva, e ogni costo in più che l’Europa impone a sé stessa è un vantaggio che sta regalando ai suoi concorrenti. E il tempo per correggere la rotta non è infinito. È su questo che l’Italia ha concentrato il proprio lavoro.
La scorsa settimana abbiamo promosso un nuovo confronto con i Capi di Stato e di Governo maggiormente impegnati sulla competitività, attorno a tre priorità: energia, semplificazione, commercio internazionale. Proprio a seguito di questo coordinamento, insieme al Cancelliere tedesco e al Primo Ministro belga, ho inviato a Bruxelles tre proposte semplici per facilitare e liberare gli investimenti: corsie prioritarie per i progetti strategici, un vero freno all’eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di reporting, soprattutto per le piccole e medie imprese.
Parallelamente, insieme alla Repubblica Ceca, abbiamo presentato diverse proposte puntuali, anche a carattere temporaneo, per ridurre il costo dell’energia. Provo a dirlo in modo semplice. In Europa un’impresa che inquina deve comprare un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emette: è il sistema ETS. Ma questi permessi si comprano sul mercato, e quindi il prezzo lo fa il mercato stesso. Con dinamiche che, mi permetterete, non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente. Quando il prezzo degli ETS sale, sale anche il costo di produzione. Per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica. E quel costo, alla fine, finisce nel prezzo di ciò che compriamo.
Per questo abbiamo messo nero su bianco alcune proposte puntuali per correggere il sistema ETS, perché il prezzo della CO2 rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza. E abbiamo chiesto di rinviare ancora l’ETS2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese. C’è poi un secondo problema, che pesa direttamente sulle bollette. Il prezzo dell’elettricità è stabilito dal prezzo marginale. Significa che, di fatto, l’intero prezzo lo fissa l’ultima centrale chiamata a produrre, quella col prezzo più alto, che molto spesso è una centrale a gas, che paga gli ETS. Così il costo della CO2 pagato da quella centrale si trasferisce sul prezzo di tutta l’elettricità, anche di quella prodotta da fonti rinnovabili.
È un problema che, come capirete, riguarda l’Italia in modo particolare, perché voi come sapete bene che il nostro mix energetico ha ancora una quota significativa di gas. Una vulnerabilità che viene da lontano e sulla quale stiamo lavorando, tra le altre cose aumentando le rinnovabili come nessun Governo aveva fatto prima di noi, e riaprendo la strada al nucleare di nuova generazione, per costruire un sistema più sicuro e meno dipendente dall’estero.
Ma questi investimenti hanno bisogno di tempo, e le soluzioni servono ora. Per questo considero molto importante poter indicare una prospettiva concreta che porterebbe benefici in tempi rapidi.
Al Consiglio Europeo dello scorso marzo eravamo riusciti a inserire nelle conclusioni la possibilità di adottare misure nazionali, temporanee e mirate, per attenuare le diverse componenti di costo della produzione elettrica. Su quella base, la Commissione si è impegnata a lavorare con noi sul Decreto Bollette. Il confronto tecnico è stato intenso e costruttivo e ci sta portando verso una soluzione compatibile con le regole europee e che ci consentirebbe di rendere operativa la nostra misura, riducendo il peso del costo della generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità.
Ecco il risultato che ci interessa e per il quale lavoriamo. Non una riga in più nelle conclusioni di un vertice, ma una bolletta più leggera per una famiglia, un costo in meno per un’impresa.
Ci sono sviluppi anche sul Regolamento europeo sul metano. Le nuove prescrizioni previste per gli importatori rischierebbero di restringere ulteriormente l’offerta disponibile e di produrre nuove pressioni sui prezzi. Per questo abbiamo chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi. Quando abbiamo sollevato il problema nei mesi scorsi, la proposta sembrava molto difficile da far avanzare. Ora invece, la Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di rinviare di un anno l’entrata in vigore del regolamento. E la consideriamo un’ottima notizia.
Questi due esempi dimostrano un principio sul quale insistiamo dall’inizio: se una regola, alla prova dei fatti, produce conseguenze che non erano state previste, o aggrava una situazione di crisi, quella norma va corretta.
Perché noi non siamo qui per difendere le regole dalla realtà. Noi siamo qui per difendere i cittadini dalle regole sbagliate. E si può fare.
Grazie all’Italia è accaduto diverse volte. È accaduto, ad esempio, con la clausola di salvaguardia nazionale, quando l’Italia per prima ha chiesto che la flessibilità prevista per la difesa e la sicurezza potesse essere utilizzata anche per affrontare la crisi energetica, e nonostante in pochi ci credessero quella proposta è diventata una risposta a disposizione di tutti gli Stati Membri.
È quello che ci auguriamo accada anche con le nuove riflessioni che abbiamo posto sul terreno delle regole fiscali. Come sapete, ho scritto alla Presidente von der Leyen per chiedere due cose. La prima: che lo shock energetico e inflazionistico venga adeguatamente considerato nel calcolo della spesa consentita dalle regole europee. La seconda: che gli Stati nazionali possano utilizzare almeno una parte dell’extra-gettito IVA generato dall’aumento dei prezzi per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno di imprese e famiglie. Perché sarebbe difficile spiegare ai cittadini che per rispondere allo shock non possiamo neanche utilizzare le maggiori entrate che quello shock sta producendo.
Sono proposte di buon senso. Chiaramente, sappiamo che non sarà facile trovare una convergenza, ma non per questo rinunciamo a porre con forza la questione.
C’è, infine, il tema delle materie prime critiche. Litio, cobalto, grafite, terre rare servono alla transizione energetica, alla transizione digitale, alla difesa. E oggi l’Europa le importa quasi interamente, spesso solo da una sola Nazione. Se noi non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un’altra. E questa è anche la ragione per cui l’Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo. Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte.
Il Consiglio Europeo vedrà in apertura il confronto con il Presidente Zelensky.
Siamo ovviamente al tema dell’Ucraina. Intanto, la Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina. Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile: centrali elettriche, condomini, ospedali, persino gli autobus che portano le persone al lavoro, come nell’orrenda strage di Kramatorsk.
È una strategia con la quale la Russia punta a piegare il popolo ucraino con il terrore, il freddo e il buio, semplicemente perché non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia. I fatti, del resto, smentiscono la propaganda del Cremlino e anche quella di chi la porta anche qui in Italia. Dall’inizio dell’anno Mosca ha guadagnato pochissimo terreno, e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato negli ultimi mesi.
Questo stallo non è caduto dal cielo. Lo hanno costruito il coraggio degli ucraini e il sostegno dell’Occidente, Italia compresa. E continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento efficace che abbiamo per portare la Russia a un tavolo negoziale serio.
So che su questo il dibattito è acceso, anche in quest’Aula, anche all’interno degli schieramenti. Lo rispetto e lo comprendo perfino, perché nessuno in quest’Aula vuole la guerra. Tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi.
Per come la vedo io, il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace: è ciò che la rende possibile. Perché se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario, che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista. Se l’Ucraina domani smettesse di difendersi, come in molti auspicano o propongono, noi non avremmo la pace. Noi discuteremmo dell’occupazione di una Nazione europea, e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo.
Personalmente, non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, e non rimpiango il Muro di Berlino. E nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace. La pace che vogliamo, e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta, perché solo una pace giusta può durare, solo una pace giusta mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi.
Dunque, la posizione del Governo non cambia.
Sostegno a Kiev, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimangono i pilastri della nostra azione.
In questo contesto dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È una scelta che io considero molto rischiosa.
Chiaramente tutti comprendiamo, e condividiamo, l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria: sono elementi che non possiamo ignorare, e che contraddicono quanto fin ora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative.
Discorso diverso è una tregua tra le parti sulle centrali energetiche, che l’Italia chiaramente sostiene. Ringraziamo il Presidente Zelensky per aver immediatamente dichiarato la piena disponibilità ucraina in questo senso. Ci aspettiamo ora che la Russia faccia altrettanto, e interrompa l’attacco alle centrali elettrice ed energetiche ucraine.
Dopodiché, in un momento così complesso, in cui tante variabili sfuggono al nostro controllo, c’è almeno una cosa che dipende da noi: fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Perché le condizioni di una pace che riguarda il nostro Continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi.
Per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se, ad esempio, Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti.
Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Mi interessa che l’Europa non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola. Perché un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca.
E di regali a Mosca, in questi giorni, ne abbiamo fatti abbastanza.
Dopodiché, colleghi, quello che accade in Ucraina non resta in Ucraina. Il Consiglio Europeo discuterà, in modo specifico, dell’escalation degli attacchi ibridi russi. Ed è giusto così, perché la minaccia ibrida è ormai diventata l’ennesimo “nuovo normale” di questa epoca travagliata.
Il punto è che la guerra ibrida non si dichiara e non ha un fronte. Sono i droni che violano lo spazio aereo dei nostri partner, e che sorvolano aeroporti e basi in diverse Nazioni europee. Sono i cavi sottomarini danneggiati nel Baltico; sono gli attacchi informatici a ospedali, porti e amministrazioni pubbliche; il sabotaggio delle reti ferroviarie. Sono le campagne di disinformazione costruite per dividere le nostre opinioni pubbliche, per screditare esponenti politici considerati nemici e per condizionare le elezioni, fino a vere e proprie forme di manipolazione dello spazio cognitivo. E la strumentalizzazione dei migranti, spinti alle frontiere come armi di pressione.
Un quadro di questo tipo richiede una risposta coordinata, e l’Italia porterà a Bruxelles alcune priorità chiare. Proteggere le nostre infrastrutture critiche: e qui penso a reti energetiche, cavi sottomarini, porti, aeroporti, e al dominio subacqueo, nel quale l’Italia ha competenze di eccellenza; sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi anti-drone e antimissile; ribadire che la sicurezza dei confini dell’Unione è indivisibile, e questo significa che mentre contribuiamo a sostenere il fianco Est non possiamo accettare che si perda di vista il fianco Sud.
Perché difendersi oggi non significa soltanto avere carri armati. Difendersi è un ospedale che continua a curare anche sotto un attacco informatico; una centrale che non si spegne; un aeroporto che non si ferma per un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratta di potenza. È proteggere la vita quotidiana dei cittadini.
E questo mi porta al tema delle risorse. Come ho già detto, sicurezza ed energia sono due facce della stessa medaglia. Senza sicurezza, l’energia costa di più. E senza energia, potrebbe non rimanere nulla da difendere. Per questo abbiamo chiesto, e ottenuto, che la clausola di salvaguardia nazionale potesse essere utilizzata non soltanto per le spese di difesa, ma anche per le misure necessarie ad affrontare la crisi energetica.
Il risultato è che, sul margine massimo dell’1,5% del PIL previsto dalla clausola, l’Italia ha deciso di utilizzarne l’1,2%, ripartito in parti uguali: lo 0,6% alle misure contro il caro energia, circa 14 miliardi di euro per famiglie vulnerabili e imprese energivore, e un altro 0,6% alla difesa e alla sicurezza. Abbiamo cioè scelto, dato il contesto, di non utilizzare tutto il margine previsto per la difesa.
Ma ricordo che la maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa essenzialmente risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Non sono, quindi, soldi tolti alla sanità o alla scuola. Se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro.
Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, risorse distratte dai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano – in piena pandemia – un aumento delle spese militari da 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina.
Ma voglio dirlo a chi ci ascolta, riprendendo un ragionamento del Ministro Crosetto, che ringrazio. Ogni 100 euro che lo Stato spende per la Difesa, circa 60 pagano gli stipendi di chi difende la nostra sicurezza, quasi 280 mila donne e uomini in divisa. Circa 10 euro servono a far funzionare le strutture ogni giorno. Circa 30 vanno in investimenti, in un comparto industriale che dà lavoro a oltre 300 mila persone, spesso altamente qualificate, in migliaia di piccole e medie imprese diffuse in tutta Italia. Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è inutile. E quando compriamo, cosa compriamo? Prevalentemente strumenti per difenderci. Difesa aerea, sistemi anti-drone, cyber-sicurezza, protezione delle infrastrutture. Compriamo scudi.
In ultimo, voglio ricordare che la sicurezza è anche precondizione per la prosperità. Nessuno investe in una Nazione che non sa proteggere le sue reti, i suoi porti, i suoi dati. Nessuna impresa esporta se le rotte commerciali non sono sicure. Inoltre, investire in sicurezza significa difendere il risparmio, il lavoro e l’innovazione dei prossimi vent’anni. Una Nazione che non investe nella propria sicurezza non sta risparmiando. Sta rinviando il conto. E la storia insegna che quel conto, alla fine, arriva sempre molto più caro.
Tra i temi all’ordine del giorno del Consiglio c’è, ovviamente, anche il Medio Oriente, forse il dossier nel quale si vede più chiaramente quanto gli equilibri internazionali incidano ormai direttamente sulla vita quotidiana delle nostre Nazioni.
Una settimana fa, mentre ero a Spalato con i leader delle Nazioni del MED9, abbiamo ricordato i tre anni dal drammatico attacco del 7 ottobre 2023. Un attacco barbaro, che ha gettato l’intera regione nel caos. Credo che sia importante ricordarlo anche oggi, perché qualsiasi legittimo approccio critico verso le azioni del Governo israeliano nei tre anni successivi non può e non deve mai farci dimenticare quello che è stato il più orrendo pogrom dai tempi della Shoah, pianificato ed eseguito da Hamas.
Soprattutto in un momento in cui l’ombra dell’antisemitismo sembra rialzare la testa in molte Nazioni. La sicurezza dello Stato di Israele, quindi, non può essere messa in discussione. E continuo a ritenere che con Israele sia necessario mantenere aperto un canale di dialogo. Dopodiché, però, ci preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria, a Gaza. E in Cisgiordania assistiamo a una pressione sulla popolazione palestinese che è intollerabile.
Come abbiamo scritto insieme a Francia, Germania, Regno Unito e altri partner, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. E ci opponiamo con forza a chi sostiene l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese.
Di fronte a questa situazione credo che l’Europa debba riprendersi lo spazio che può occupare. E la finestra per farlo si aprirà, inevitabilmente, con l’insediamento del nuovo Governo israeliano, chiunque dovesse vincere le elezioni. Sarà quello il momento per chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa da troppo tempo in atto e di riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace.
Ci vorrà tempo, lo sappiamo. Ma sappiamo altrettanto bene che se nei prossimi mesi assisteremo a un’espansione senza fine degli insediamenti in Cisgiordania, al crollo dell’Autorità palestinese o alla ripresa della violenza a Gaza o nella stessa Cisgiordania, la soluzione dei due Stati diventerà impossibile. E questo è un esito che non possiamo permetterci.
Proporrò quindi di lavorare, in Europa, su alcune richieste precise, che possano creare lo spazio per un ritorno al dialogo politico. Tra queste, il trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene e il congelamento dell’insediamento E1, sul quale ci siamo già espressi insieme ai nostri principali partner europei. A Gaza la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta. E serve un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi. Sarebbe la svolta di cui abbiamo bisogno, e aprirebbe la strada alla ricostruzione, nell’interesse – prima di tutto – della popolazione civile.
Continuiamo, poi, a credere e a lavorare per una pace vera tra Israele e Libano. Come sapete, l’Italia ha ospitato diverse tornate negoziali e siamo pronti a farlo di nuovo. Sono convinta che la leadership libanese sia sinceramente pronta a sottoscrivere una pace giusta e duratura con Israele. E noi siamo pronti a sostenerla, anche con un’iniziativa franco-italiana per il dopo UNIFIL, per dotare le Forze Armate libanesi delle capacità necessarie ad affermare la sovranità del Libano su tutto il suo territorio.
Al Consiglio Europeo discuteremo anche della situazione in Iran e nel Golfo. A partire dalla libertà di navigazione a Hormuz e a Bab el-Mandeb, che per l’Europa rappresenta un interesse vitale. Le restrizioni e gli attacchi in questi due passaggi hanno avuto un effetto diretto sulla vita dei nostri cittadini, a cominciare dal prezzo dell’energia.
Il Governo si è impegnato a contenerne gli effetti e continuerà a farlo con ogni strumento a disposizione, ma una soluzione duratura passa necessariamente dal ripristino di una piena libertà di navigazione: senza pedaggi e senza limitazioni discriminatorie. Per questo, credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’Operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora.
Dobbiamo poi approfondire il partenariato con le Nazioni del Golfo. Europa e Golfo sono due aree legate da interessi sempre più stretti, che per prosperare hanno bisogno di regole e di stabilità. L’Italia ha messo a disposizione delle Nazioni della regione che lo hanno chiesto assetti per difendersi dagli attacchi ingiustificati dell’Iran e dei suoi alleati.
Attacchi che, negli ultimi giorni, hanno visto un’ulteriore escalation degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e che condanniamo con fermezza. Ma, nella prossima fase, la priorità dovrà essere un’altra: non dipendere più da un unico punto di passaggio. Significa costruire nuovi collegamenti tra Europa, Golfo e Asia, a partire dal corridoio IMEC; proteggere meglio porti, cavi sottomarini e infrastrutture energetiche; diversificare rotte e fornitori. Anche qui, l‘Italia, insieme alle sue imprese, sta facendo la propria parte. Ma ora deve farla anche l’Europa.
Un altro capitolo centrale del prossimo Consiglio Europeo sarà il negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale. Complesso e importante, perché il bilancio dell’Unione non è un esercizio contabile. È lo strumento attraverso cui decidiamo concretamente quali siano le priorità del futuro e quante risorse siamo disposti a mettere a disposizione di quelle priorità.
In questi mesi abbiamo già ottenuto diversi risultati concreti rispetto alla proposta originaria della Commissione. Gli Stati membri avranno un ruolo più incisivo nella gestione dei nuovi strumenti, cioè le scelte su come usare le risorse non si faranno solo a Bruxelles.
La Politica Agricola Comune e la politica della Pesca manterranno identità e tutele proprie, perché agricoltori e pescatori non possono diventare una voce qualsiasi in un fondo indistinto. Sullo Stato di diritto abbiamo ottenuto regole più chiare e oggettive, per impedire che se ne faccia un uso politico. Nel nuovo Fondo europeo per la competitività ci saranno maggiori garanzie per le piccole e medie imprese, spina dorsale della nostra economia. E i Governi avranno più voce in capitolo nel definire le priorità dell’azione esterna dell’Unione.
Sono risultati importanti, ma il negoziato è ancora molto lontano dalla sua conclusione. Anzi, entriamo ora nella fase più delicata, quella della trattativa sulla dimensione effettiva del bilancio e su dove trovare le risorse che servono.
A monte, c’è una questione di metodo che voglio ribadire anche qui. La Presidenza irlandese e le Istituzioni europee hanno indicato l’obiettivo di arrivare a un accordo entro la fine dell’anno.
Noi non siamo contrari per principio a questo obiettivo, ma deve essere chiaro che la data non può diventare più importante del contenuto. Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una scadenza. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà un accordo giusto per l’Italia.
E che cosa significa, nel merito? Significa innanzitutto costruire un bilancio che dia risposte chiare e concrete. Significa finanziare adeguatamente le nuove priorità che tutti diciamo di considerare strategiche, senza sacrificare le politiche che rappresentano uno dei fondamenti del progetto europeo. Lo dico in maniera molto chiara: l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica Agricola Comune, la Pesca e la Coesione. Agricoltura e pesca riguardano la nostra sicurezza alimentare, che è una componente essenziale dell’autonomia strategica europea.
La Coesione riguarda la capacità del mercato unico di funzionare senza lasciare indietro interi territori, e conseguentemente indebolire anche la crescita complessiva. E dunque, a mio avviso, non c’è alcuna contraddizione tra politiche tradizionali e nuove priorità. Al contrario: non esiste sicurezza senza sicurezza alimentare e non esiste vera competitività senza pari dignità tra i territori.
Nei giorni scorsi, la Presidenza irlandese ha presentato una nuova proposta negoziale, che prevede un bilancio di circa 1.622 miliardi di euro per il periodo 2028-2034, a prezzi costanti. Parliamo di un taglio di 108 miliardi di euro rispetto alla proposta di giugno e di oltre 140 miliardi rispetto a quella originaria della Commissione.
Pur in presenza di tagli così consistenti, sono state preservate le risorse complessive dei piani nazionali e regionali, che comprendono PAC e Coesione. È un risultato molto importante e tutt’altro che scontato, al quale sono felice di poter dire che ha contribuito in modo decisivo la lettera congiunta dei 17 Stati Membri “Amici della Coesione”, un’altra iniziativa avviata dall’Italia, stavolta insieme alla Romania.
E proprio per continuare a lavorare su questa linea, insieme alla Romania ospiteremo, a margine del prossimo Consiglio Europeo, un nuovo incontro del gruppo. Sarà l’occasione per fare il punto sul negoziato e ribadire una posizione comune prima della fase decisiva.
Resta poi la questione fondamentale, ovvero come finanziare le priorità che l’Europa si è data. Qui io credo che la domanda da cui partire non sia quanto debba essere grande il bilancio, ma piuttosto che cosa l’Europa consideri irrinunciabile nei prossimi anni. Prima si definiscono gli obiettivi, poi si trova il modo di finanziarli. Non il contrario.
Dopodiché, sulle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione abbiamo diverse riserve, ma siamo disposti a lavorare con un criterio chiaro: alleggerire per quanto possibile il peso sui bilanci nazionali, senza nuove tasse a carico di cittadini e imprese europee. Riteniamo che si possa e si debba ragionare anche su un rimborso più graduale del debito contratto per Next Generation EU, perché i rimborsi non comprimano le altre politiche europee proprio negli anni in cui serve investire di più. E in generale credo che, per finanziare priorità che sono strategiche per tutti noi, nessuno strumento debba essere escluso a priori.
Ci sono poi alcune questioni su cui, per l’Italia, il compromesso dovrà necessariamente migliorare. La prima è la nostra posizione complessiva. La proposta della Presidenza irlandese mantiene sostanzialmente invariati i criteri di ripartizione delle risorse, che continuano a penalizzare la nostra Nazione. Non possiamo accettare che l’Italia versi di più al bilancio europeo e, allo stesso tempo riceva di meno. È una semplice questione di equità. La seconda riguarda i cosiddetti “rebates”, gli sconti sui contributi di cui godono alcuni Stati Membri, sui quali la nuova proposta non registra alcun progresso. Trovo difficile spiegare perché proprio chi chiede di “modernizzare” il bilancio, cioè di ridurlo, pretenda di conservare privilegi nati in un’altra fase dell’integrazione europea. Se la modernizzazione deve esserci, deve valere per tutti. E aggiungo che non si può pretendere che i sacrifici siano europei, e i privilegi siano nazionali.
La terza questione, che può sembrare tecnica, la dice molto di come funziona l’Europa. Ed è il principio secondo cui i fondi europei non possono finanziare attività che danneggiano in modo significativo l’ambiente. Un principio giusto. Ma le prime bozze delle regole applicative della Commissione rischiano di trasformarlo nell’esclusione automatica di interi settori, cioè proprio quello che i Governi avevano deciso di evitare.
Non possiamo chiedere a un’acciaieria di investire miliardi nella transizione, farle pagare le quote di CO2 e poi dirle che, proprio perché è un’acciaieria, non può accedere ai fondi europei per la decarbonizzazione. Né possiamo dire di voler rafforzare la sicurezza energetica e poi escludere in automatico le infrastrutture che servono a garantire questo processo. E voglio dire anche che le decisioni dei Governi non sono bozze che la burocrazia può correggere a piacimento. Questa deriva per cui i Capi di Stato e di Governo prendono decisioni che poi le regole burocratiche puntualmente smontano è inaccettabile e va corretta.
Anche da come verranno sciolti questi nodi dipenderà la nostra valutazione complessiva sul pacchetto. Ma su questo, come dicevo, ci sarà modo di tornare.
Il Consiglio Europeo avrà una discussione strategica anche sul processo di allargamento e sulle riforme interne dell’Unione. Tema al quale l’Italia attribuisce da sempre una grande importanza. Solo un’Europa riunificata, sostenuta da un solido consenso politico, può raggiungere la massa critica necessaria per restare competitiva, influente e sicura. A partire dai Balcani occidentali. Naturalmente ciascun percorso ha le proprie caratteristiche, i propri tempi e le proprie condizioni. Ma la prospettiva politica è la stessa: consolidare stabilmente l’ancoraggio europeo di Nazioni che appartengono alla nostra storia.
Noi sosteniamo un allargamento fondato sul principio del merito e su una responsabilità reciproca. Ai Paesi candidati spetta realizzare le riforme necessarie e adeguarsi progressivamente alle regole europee. All’Unione, però, spetta riconoscere, senza ritardi, quei risultati con avanzamenti concreti. Ed è per questo che, nel breve periodo, la nostra priorità è sostenere con forza l’avanzamento del processo di Montenegro e Albania. Perché il loro successo avrebbe un valore che va molto oltre i loro e i nostri confini. Direbbe a tutta la regione che il processo di adesione è reale, che le riforme vengono premiate e che quando una Nazione candidata fa la propria parte, l’Unione è capace di fare la propria.
In ultimo, il Consiglio Europeo avrà una discussione strategica sul governo dei flussi migratori.
Ho rivendicato molte volte, in quest’Aula, come l’approccio europeo sul tema sia cambiato, in questi anni, in modo significativo. All’inizio, in molti consideravano impossibile che temi come concentrarsi sulla prevenzione delle partenze piuttosto che sulla gestione degli arrivi, rafforzare la dimensione esterna, costruire partenariati con le Nazioni di origine e di transito, rendere più efficaci i rimpatri e sviluppare soluzioni innovative potessero diventare parte ordinaria del dibattito europeo. Ma così è stato. E questo cambio di approccio, al quale l’Italia ha dato un contributo decisivo, sta producendo risultati concreti.
Non lo dice il Governo. Lo dicono i dati di Frontex. In due anni, gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati. E quest’anno il calo prosegue: meno 35 per cento nei primi otto mesi rispetto allo scorso anno. Sul Mediterraneo centrale, cioè la rotta che coinvolge l’Italia, gli arrivi sono diminuiti di oltre la metà. Il problema non è risolto, lo sappiamo bene. Ma questi numeri dicono una cosa semplice: l’alternativa alle “porte aperte” è sempre esistita. È sempre esistita. Per anni, semplicemente, si è scelto di non perseguirla.
Intendiamo andare avanti nella direzione avviata, senza abbassare la guardia. Anche perché gli eventi di Ceuta della fine di luglio hanno dimostrato bene quanto velocemente possano prodursi situazioni di pressione eccezionale alle frontiere esterne. Alla luce di quei fatti, come sapete, l’Italia ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna, sulla base di una valutazione di sicurezza. E mi permetterete di dire che considero abbastanza surreali le polemiche che ne sono seguite, soprattutto da parte di alcuni partiti di opposizione, evidentemente più attenti a difendere il Governo spagnolo che la sicurezza e i confini italiani.
Ricordo che il Codice Schengen prevede espressamente la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza. Si tratta, di fatti, di uno strumento utilizzato regolarmente: dal 2006 a oggi, gli Stati Membri vi hanno fatto ricorso quasi cinquecento volte, e in oltre trenta casi i controlli hanno riguardato direttamente l’Italia. La Francia, ad esempio, mantiene i controlli alla frontiera con noi da oltre dieci anni. E quindi è difficile sostenere – cari colleghi – che l’Italia non abbia il diritto di utilizzare uno strumento che nei suoi confronti è stato utilizzato decine di volte. Ricordo ai colleghi che l’Italia ha gli stessi doveri e gli stessi diritti degli altri Stati Membri, ma ha anche gli stessi diritti. Non accettiamo che difendere i confini sia un diritto per gli altri e una colpa quanto riguarda l’Italia.
Ceuta ci ha insegnato anche un’altra cosa: una crisi alle frontiere non sempre nasce da sola. A volte viene costruita. I trafficanti la organizzano, i social la amplificano, la disinformazione la alimenta. Chi usa persone disperate come arma di pressione sui nostri confini non sta solo forzando una frontiera. Sta attaccando l’Europa e l’Europa deve dotarsi degli strumenti per rispondere.
Sempre all’indomani dei fatti di Ceuta, lo scorso 1° agosto, insieme alla Danimarca, l’Italia ha promosso una lettera sottoscritta da 22 Capi di Stato e di Governo europei su 27, con la quale abbiamo chiesto maggiore protezione delle frontiere esterne, un contrasto più deciso alle reti dei trafficanti, più rimpatri e una migliore capacità di anticipare e reagire a situazioni analoghe.
E abbiamo chiesto di affrontare seriamente anche i fattori di attrazione, tra i quali annoveriamo anche le regolarizzazioni su larghissima scala. Naturalmente, ogni Stato Membro mantiene le proprie competenze e assume le proprie decisioni. Ma viviamo in uno spazio integrato, con libertà di circolazione e frontiere comuni. E quello che uno Stato decide a casa propria non necessariamente resta a casa propria: può ricadere sugli e può compromettere la funzionalità di Schengen.
Se passa il messaggio che un ingresso irregolare può trasformarsi successivamente in una permanenza legale il rischio è alimentare nuove partenze, rafforzare il modello di affari dei trafficanti e vanificare parte degli sforzi che stiamo facendo per ridurre gli arrivi irregolari. E non ce lo possiamo permettere.
Poi ci sono i rimpatri. Per anni, in Europa, un decreto di espulsione è rimasto molto spesso un pezzo di carta. Oggi abbiamo strumenti più efficaci, anche grazie alle nuove regole europee, e i risultati si vedono. Quest’anno i rimpatri hanno raggiunto il livello più alto mai registrato nello stesso periodo, e continuano a crescere. Ringrazio, per questo, il Ministro Piantedosi e tutti coloro che lavorano ogni giorno per questo risultato. Perché il messaggio deve arrivare chiaro: chi entra illegalmente in Italia non può contare di restarci.
E poi c’è il lavoro lungo tutta la rotta. Grazie alla collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e con Algeria, Libia e Tunisia, negli ultimi due anni circa 65 mila migranti sono tornati volontariamente nei loro Paesi d’origine, prima ancora di tentare di attraversare il Mediterraneo. Sono 65 mila persone che non hanno affidato la propria vita ai trafficanti.
Ma perché questo modello funzioni, ancora meglio, serve la massima collaborazione possibile da parte dei Paesi terzi. E quando questa collaborazione manca, l’Europa deve usare tutte le leve che ha: la diplomazia, la cooperazione, il commercio, i visti. Perché chi vuole essere nostro partner non può considerare i rimpatri un capitolo a parte.
Serve ancora più ambizione sulla dimensione esterna e un migliore coordinamento con le iniziative nazionali, a partire dal Piano Mattei per l’Africa, nato dalla convinzione che il rapporto tra Europa e Africa debba fondarsi su partenariati paritari, investimenti e crescita condivisa.
Lo stesso vale per le soluzioni innovative. L’Italia ha aperto la strada con i centri in Albania, e oggi i “return hubs” nei Paesi terzi sono previsti dalle norme europee, e sono molti gli Stati Membri che vogliono percorrere questa strada. Ora occorre passare all’attuazione. L’Unione deve sostenere chi vuole avviare progetti pilota, con risorse, competenze e mezzi, nel pieno rispetto del diritto europeo e internazionale. E quelle risorse devono trovare posto anche nel prossimo bilancio europeo. Ne parleremo a margine del Consiglio Europeo, anche nella consueta colazione di lavoro sulle soluzioni innovative in materia migratoria, che come sempre abbiamo previsto insieme a Danimarca e Paesi Bassi.
In conclusione, colleghi, al di là dei singoli dossier, il Consiglio Europeo che ci attende ha un significato politico chiaro.
Viviamo in un mondo in cui la sicurezza, la prosperità, molti equilibri che per anni abbiamo dato per acquisiti non sono più scontati. E l’Europa deve decidere come vuole starci. Può continuare a scrivere regole come se nulla fosse cambiato. Oppure può guardare la realtà per quello che è, e dotarsi degli strumenti per difendere la propria economia, la propria sicurezza, la propria libertà.
Ed è quest’ultima l’Europa per cui lavoriamo.
Un’Europa capace di tenere insieme transizione e industria, politiche tradizionali e nuove priorità, cooperazione con i partner e difesa dei propri confini. Un’Europa pragmatica, che non ha paura di correggere le proprie scelte quando la realtà cambia. Un’Europa che concentra la sua forza sulle grandi sfide che nessuna Nazione può affrontare da sola, e sa farsi da parte dove le Nazioni fanno meglio da sole. Un’Europa grande sulle grandi questioni, e discreta su tutto il resto.
Per anni ci hanno detto che, per contare in Europa, l’Italia doveva rinunciare a difendere i propri interessi. Abbiamo dimostrato il contrario. Perché un’Europa forte ha bisogno di Nazioni forti. E si può lavorare per un’Europa più solida e credibile senza smettere, neanche per un minuto, di difendere l’Italia con orgoglio.
Ed è con questo orgoglio che, ancora una volta, andrò a Bruxelles. Con la stessa determinazione di milioni di italiani che ogni giorno lavorano, producono, innovano e tengono in piedi questa Nazione. Perché a loro dobbiamo un’Europa che li protegga, invece di ostacolarli.
E a loro voglio dire che, ovunque si decida il loro futuro, l’Italia c’è per farsi sentire.
Vi ringrazio.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link










