“La decisione finale spetta al Consiglio comunale”.
Alberto Mazzeo affida a questa frase – che ripete ormai da settimane – il cuore della sua replica alle accuse che, nelle ultime ore specialmente, gli sono piovute addosso dal sindaco Giacomo Tranchida e dai consiglieri coinvolti nella vicenda delle decadenze.
Una dichiarazione lunga e articolata, nella quale il presidente del Consiglio comunale respinge le accuse di avere gestito il procedimento in modo politico, di non essere stato super partes e di avere ignorato i pareri tecnici acquisiti nel corso dell’istruttoria.
Mazzeo rivendica di avere agito “nel pieno rispetto delle prescrizioni normative e dei principi di imparzialità e trasparenza”, ricorda di avere richiesto sia il parere del segretario generale sia quello dell’Assessorato regionale delle Autonomie Locali e respinge le accuse contenute negli esposti presentati da Salvatore Braschi e dagli altri consiglieri interessati, così come le recenti dichiarazioni del sindaco Tranchida, che aveva parlato di un tentativo di condizionamento delle istituzioni cittadine.
La difesa del presidente si fonda su un concetto preciso: la decisione finale non spetta né al presidente del Consiglio né alla conferenza dei capigruppo, ma esclusivamente al Consiglio comunale.
Ed è proprio da qui che nasce la questione politica.
Il caso “decadenze”
La vicenda nasce dalle assenze di alcuni consiglieri durante le sedute del 22 e 23 ottobre 2025 sul caso Pala Daidone. Il segretario generale del Comune e successivamente l’Assessorato regionale delle Autonomie Locali hanno ricondotto quelle assenze a una protesta politica e non a una condotta negligente.
La conferenza dei capigruppo del 9 giugno ha però archiviato soltanto tre posizioni e rinviato le altre cinque al voto del Consiglio comunale.
La replica di Mazzeo
Nella sua nota il presidente del Consiglio respinge innanzitutto le parole utilizzate da Tranchida.
“Si tratta di affermazioni gravi, sproporzionate e prive di qualsiasi fondamento giuridico”, scrive, contestando il riferimento del sindaco a presunti fatti penalmente rilevanti.
Mazzeo rivendica quindi il percorso seguito.
Dopo la segnalazione ricevuta da un elettore, spiega, sono stati acquisiti i pareri del segretario generale e dell’Assessorato regionale delle Autonomie Locali. Successivamente, la conferenza dei capigruppo avrebbe semplicemente esaminato le giustificazioni presentate dai consiglieri, decidendo di rinviare cinque posizioni all’esame dell’aula e di archiviare le altre.
Secondo il presidente non esiste alcuna disparità di trattamento: la distinzione operata deriverebbe esclusivamente dal contenuto delle giustificazioni.
Ed è proprio su questo punto che la sua ricostruzione si presta alle maggiori contestazioni.
Il nodo che Mazzeo non scioglie
Nella sua dichiarazione il presidente insiste sul fatto che il Consiglio comunale sia l’unico organo competente a deliberare. E formalmente è difficile contestarlo.
Anche il parere dell’Assessorato regionale richiama la competenza finale dell’aula.
Ma la questione che viene posta dai consiglieri interessati è diversa, nessuno sostiene che la decisione finale non spetti al Consiglio.
La domanda è un’altra: perché arrivarci?
Perché, se il segretario generale prima e l’Assessorato regionale poi avevano sostanzialmente escluso la presenza di una negligenza nell’esercizio del mandato, non archiviare il procedimento già in conferenza dei capigruppo? Non quella del 9 giugno, ma già a novembre quando si affrontò il caso.
È qui che emerge la prima contraddizione.
Mazzeo richiama continuamente il parere regionale nella parte in cui attribuisce la decisione finale al Consiglio comunale.
Molto meno nella parte in cui il parere, sostanzialmente in linea con quello del segretario generale, ricostruisce le assenze come espressione di una protesta politica e non come manifestazione di disinteresse verso il mandato.
In altre parole, la difesa del presidente si concentra sul soggetto chiamato a decidere, ma non affronta fino in fondo il merito della questione.
La conferenza dei capigruppo era davvero neutrale?
C’è poi un altro passaggio della dichiarazione che merita attenzione.
Mazzeo afferma che la conferenza dei capigruppo “ha semplicemente valutato le giustificazioni prodotte dai consiglieri interessati”.
È una frase che, paradossalmente, rafforza le contestazioni dei suoi critici.
Perché se la conferenza ha valutato le giustificazioni significa che non si è limitata a svolgere un ruolo notarile: ha esercitato una discrezionalità, ha giudicato.
Ha ritenuto alcune motivazioni sufficienti e altre no, seguendo solo in parte – per il “caso Braschi”, per il quale Salvatore Daidone ha ritirato la richiesta di decadenza – l’orientamento del parere degli Enti Locali.
Ed è proprio qui che nasce il problema politico.
Se il principio era quello di rimettere ogni decisione all’aula, allora sarebbe stato logico rinviare tutte le posizioni al Consiglio comunale.
Se invece la conferenza aveva il potere di valutare nel merito le giustificazioni, allora diventa inevitabile interrogarsi sui criteri utilizzati.
I casi Carpinteri e La Barbera
Nella sua nota Mazzeo cita espressamente Giovanni Carpinteri e Claudia La Barbera, “tra gli altri per cui le assenze risultavano supportate”: come se fossero solo due in una pletora. Invece, sono “solo” loro due.
Secondo il presidente le loro assenze erano supportate da motivazioni personali “di diversa natura”, ritenute meritevoli di accoglimento dalla conferenza dei capigruppo.
Ed è qui che riaffiora il tema dei due pesi e delle due misure.
Per Carpinteri è stata ritenuta sufficiente la dichiarazione di trovarsi fuori sede.
Per La Barbera è stata considerata valida la circostanza di non avere avuto una PEC funzionante per trasmettere la propria giustificazione. Circostanza contestata dai consiglieri interessati, secondo i quali la stessa casella PEC avrebbe regolarmente ricevuto comunicazioni della Presidenza in quei giorni.
Nello stesso tempo, però, non sono state ritenute sufficienti altre motivazioni come la cardiopatia di Giovanni Parisi, le minacce di un tifoso ad Andrea Genco regolarmente denunciate, certificazioni mediche di Marzia Patti.
È proprio questa differenza di trattamento che alimenta oggi il sospetto di una valutazione non uniforme delle posizioni.
Il dato politico che pesa
A rendere ancora più delicata la questione c’è poi un elemento politico che Mazzeo non affronta.
Sia Giovanni Carpinteri che Claudia La Barbera facevano parte della maggioranza che sosteneva Giacomo Tranchida fino a poche settimane fa.
Entrambi hanno successivamente lasciato la maggioranza. Entrambi siedono oggi tra i banchi dell’opposizione.
Ed entrambi vengono salvati dalla procedura.
Carpinteri appartiene all’area politica che fa riferimento allo stesso Mazzeo che, nelle sue funzioni, ha regolarmente votato in conferenza.
Lo stesso presidente del Consiglio, del resto, è stato assessore al Bilancio dell’amministrazione Tranchida prima della rottura politica che lo ha portato progressivamente a collocarsi nel campo dell’opposizione.
Nessuno di questi elementi dimostra un collegamento diretto tra collocazione politica e valutazione delle giustificazioni.
Ma contribuiscono ad alimentare una domanda che ormai attraversa trasversalmente Palazzo Cavarretta: il presidente del Consiglio può ancora percepito come una figura di garanzia super partes?
La risposta agli esposti
Una parte significativa della dichiarazione è dedicata proprio a questo tema.
Mazzeo respinge esplicitamente l’ipotesi che avrebbe dovuto astenersi.
“Il Presidente non è parte del procedimento, non è portatore di alcun interesse personale nella vicenda”, scrive.
È una risposta diretta alle contestazioni contenute negli esposti presentati da Salvatore Braschi e dagli altri consiglieri interessati.
Esposti nei quali viene sostenuto, al contrario, che il presidente avrebbe progressivamente smesso di esercitare un ruolo di garanzia per assumere una posizione politica all’interno della vicenda.
Tranchida e l’ombra di Antonini
Sul fronte opposto restano le accuse del sindaco Tranchida.
“C’è un disegno per condizionare l’amministrazione: dal sindaco, ai singoli consiglieri, fino al Consiglio comunale”, aveva dichiarato il primo cittadino.
Tranchida ha più volte dichiarato che c’è “qualcuno che vuole mettere le mani sulla città” e che sarebbe il regista di questa situazione.
Non lo nomina mai.
Non compare negli atti.
Non partecipa formalmente al procedimento.
Ma è stato tra i principali sostenitori pubblici – anche attraverso il rappresentante del suo movimento “Fututo”, Salvatore Fileccia – della linea politica che vedeva nelle decadenze uno strumento di pressione politica nei confronti dell’attuale amministrazione. Valerio Antonini è sullo sfondo, ma non troppo.
La vera domanda
La dichiarazione di Mazzeo risponde alle accuse, ma non elimina il dubbio che oggi domina il dibattito politico.
Perchè c’è un momento preciso in cui smette di essere presidente del consiglio e diventa avversario e oppositore dell’amministrazione Tranchida: “Il Sindaco farebbe meglio ad occuparsi dei numerosi problemi che interessano la città di Trapani”.
Oggi la questione non è più soltanto chi debba decidere sulla questione decadenze.
La questione è capire perché si sia deciso di arrivare fino al voto dell’aula nonostante due pareri tecnici convergenti sulla natura politica delle assenze contestate.
Perchè le giustificazioni siano state valutate nella conferenza dei capigruppo, se Mazzeo sostiene nella sua dichiarazione: “la Conferenza dei Capigruppo ha ritenuto opportuno che fosse il Consiglio Comunale, nella sua piena sovranità, a valutare se tali motivazioni possano essere considerate giustificate ai sensi della normativa vigente”. Una circostanza che alimenta le contestazioni dei consiglieri interessati, i quali evidenziano come le posizioni archiviate riguardino oggi esponenti collocati nell’area dell’opposizione.
È su questo terreno che si giocherà la battaglia politica dei prossimi giorni.
Ed a questa battaglia, potrebbe prendere parte Annalisa Bianco, che il 18 giugno prossimo vedrà cessare gli effetti della legge Severino che la sospesero dal ruolo istituzionale in seguito all’operazione “Aspide”. Il rientro della Bianco, che si collocherà all’opposizione, sostituirà Baldo Accardo, attualmente nel gruppo “Rigenerazioni Oltre” in maggioranza: un voto in meno in aula per i consiglieri di Tranchida.
Ma soprattutto, la partita si sposterà nelle aule della giustizia amministrativa, dopo il voto del Consiglio comunale.
Gli effetti?
Chi pensava di liberarsi dell’amministrazione Tranchida, si troverà eventualmente nuovi consiglieri di maggioranza in surroga, che dovranno iniziare daccapo la loro esperienza amministrativa, il sindaco resterà sindaco, l’opposizione continuerà a non avere i numeri – e forse nemmeno la volontà vera – per una mozione di sfiducia. Ed i problemi della città continueranno a languire tra un’accusa, un comunicato stampa e delle conferenze di capigruppo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
redazione@tp24.it (Luca Sciacchitano)
Source link







