Verso la progettazione di nuove pedagogie influenzate dall’Intelligenza Artificiale, i lavori del Simposio internazionale AnthroAI 2026. ESCLUSIVO


Vi sono luoghi che non ospitano semplicemente il dibattito scientifico, ma contribuiscono a orientarlo. Luoghi nei quali le domande che vengono poste finiscono spesso per anticipare le grandi trasformazioni culturali, sociali e tecnologiche del proprio tempo. L’Università di St Andrews appartiene certamente a questa categoria.

Fondata nel 1413 e considerata una delle più prestigiose istituzioni accademiche del mondo, la più antica università della Scozia e la terza del Regno Unito, St Andrews continua ancora oggi a rappresentare uno dei laboratori internazionali più autorevoli per la ricerca nelle scienze umane e sociali. Tra le sue aule, affacciate sul Mare del Nord e immerse in una tradizione accademica che attraversa oltre sei secoli di storia europea, si incontrano studiosi provenienti da ogni continente per riflettere sulle questioni che definiranno il futuro delle società contemporanee.

Non sorprende dunque che proprio qui, il 4 e 5 giugno 2026, si sia svolto l’AnthroAI Symposium, un simposio internazionale dedicato a uno dei temi più complessi e affascinanti del nostro tempo: il rapporto tra intelligenza artificiale, antropologia e formazione delle nuove generazioni.

L’iniziativa, promossa dal Dipartimento di Antropologia Sociale dell’Università di St Andrews attraverso il progetto AnthroAI, ha riunito docenti, ricercatori e studenti provenienti da università europee, nordamericane, oceaniche e mediorientali per interrogarsi sul ruolo che l’antropologia può e deve assumere nell’epoca degli algoritmi generativi.

La questione al centro del confronto non riguardava soltanto l’utilizzo di strumenti come ChatGPT o dei più avanzati sistemi di intelligenza artificiale. La riflessione era molto più profonda. In che modo l’IA sta modificando il concetto stesso di conoscenza? Come cambiano l’insegnamento universitario, la ricerca sul campo, la costruzione delle competenze e la formazione del pensiero critico? Quale ruolo possono ancora svolgere le scienze umane in una società sempre più orientata verso l’automazione dei processi cognitivi?

Attorno a queste domande si è sviluppato un dibattito internazionale di straordinario livello scientifico che ha coinvolto studiosi provenienti da alcune delle più autorevoli università del mondo. Tra i contributi selezionati dal comitato scientifico figurava anche quello italiano della professoressa Elisabetta Di Giovanni, docente associata dell’Università degli Studi di Palermo e coordinatrice del Master universitario sull’Intelligenza Artificiale, e del professor Antonio Fundarò, docente dell’Istituto Tecnico “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, docente a contratto dell’Università degli Studi di Palermo per l’insegnamento “Etica e Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione” ed esperto italiano di AI.

La loro presenza assume un significato particolare. Tra le decine di proposte provenienti da numerosi Paesi, il contributo italiano è stato infatti uno dei pochissimi selezionati dal comitato scientifico internazionale, portando all’interno del simposio l’esperienza maturata nel contesto educativo italiano e una riflessione originale sul rapporto tra scuola, università, cittadinanza digitale e giustizia sociale nell’era dell’intelligenza artificiale.

Per due giorni St Andrews è così diventata il luogo nel quale l’antropologia mondiale ha provato a rispondere a una delle domande più urgenti del XXI secolo: come formare cittadini, professionisti e ricercatori capaci non soltanto di utilizzare l’intelligenza artificiale, ma di comprenderla criticamente, governarla eticamente e metterla al servizio della dignità umana.

Quando l’intelligenza artificiale incontra una delle più antiche università d’Europa

L’intelligenza artificiale sta modificando profondamente il modo in cui apprendiamo, insegniamo, lavoriamo e produciamo conoscenza. Raramente, tuttavia, il dibattito pubblico riesce a cogliere la complessità culturale, sociale ed etica di questa trasformazione, spesso riducendola a una questione esclusivamente tecnologica. È proprio per superare questa visione limitata che il 4 e 5 giugno 2026 si è svolto presso l’Università di St Andrews, in Scozia, l’AnthroAI Symposium, uno dei più autorevoli appuntamenti internazionali dedicati al rapporto tra intelligenza artificiale, antropologia e formazione delle nuove generazioni. Per due giorni studiosi provenienti da numerosi Paesi hanno riflettuto sul modo in cui l’IA stia trasformando l’insegnamento universitario, la ricerca antropologica, la costruzione del sapere e le prospettive professionali degli studenti chiamati a vivere in una società sempre più governata da algoritmi e sistemi intelligenti.

St Andrews, sei secoli di eccellenza accademica al servizio delle sfide del presente

La scelta della sede non è affatto casuale. Fondata nel 1413, l’Università di St Andrews rappresenta la più antica università della Scozia e una delle più prestigiose istituzioni accademiche del pianeta. Considerata da secoli un centro di eccellenza nella ricerca e nella formazione, essa continua a distinguersi per la capacità di coniugare il rigore della tradizione con l’attenzione verso le grandi sfide contemporanee. Le sue scuole e i suoi dipartimenti occupano stabilmente posizioni di vertice nelle classifiche internazionali e attraggono studenti, ricercatori e docenti provenienti da ogni parte del mondo. In un contesto globale attraversato da rapide trasformazioni tecnologiche, St Andrews ha scelto di interrogarsi non soltanto sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale, ma soprattutto sulle sue implicazioni umane, sociali, culturali ed educative, riaffermando il ruolo insostituibile delle scienze umane nella comprensione del presente.

AnthroAI: il laboratorio internazionale che sta ridefinendo il rapporto tra antropologia e intelligenza artificiale

Alla base del simposio vi è il progetto AnthroAI, una delle iniziative più innovative oggi esistenti nel panorama accademico internazionale. Nato all’interno del Dipartimento di Antropologia Sociale dell’Università di St Andrews, AnthroAI costituisce una vasta collaborazione tra studenti, docenti e ricercatori impegnati nello studio delle interazioni tra intelligenza artificiale, apprendimento e antropologia. Il progetto si fonda su una convinzione tanto semplice quanto rivoluzionaria: gli studenti non devono essere considerati semplici destinatari della formazione, ma autentici partner nella produzione della conoscenza. Attraverso percorsi di ricerca condivisi, sperimentazioni didattiche, laboratori e attività di co-progettazione, AnthroAI costruisce strumenti, risorse e pratiche educative capaci di aiutare gli studenti a riconoscere e valorizzare le competenze specifiche che l’antropologia può offrire nell’era dell’intelligenza artificiale.

Una risposta innovativa alle grandi sfide dell’istruzione superiore

L’importanza di AnthroAI deriva dalla sua capacità di affrontare simultaneamente tre questioni che stanno interessando l’intero sistema universitario mondiale. La prima riguarda la diffusione sempre più estesa dei modelli linguistici di grandi dimensioni e degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, ormai utilizzati quotidianamente da milioni di studenti. La seconda concerne le preoccupazioni di docenti e ricercatori relative all’etica dell’IA, alla possibile perdita di competenze cognitive, ai rischi di cattiva condotta accademica e ai processi di dequalificazione del lavoro intellettuale. La terza riguarda invece il tema dell’occupabilità dei laureati e della necessità di individuare nuove competenze professionali spendibili in un mercato del lavoro profondamente trasformato dalle tecnologie intelligenti. AnthroAI affronta tali sfide non attraverso divieti o resistenze, ma mediante la sperimentazione, la riflessione critica e la costruzione condivisa di nuove pratiche educative.

Un modello internazionale per le scienze umane nell’era degli algoritmi

La rilevanza del progetto supera ampiamente i confini dell’Università di St Andrews. Pur avendo radici scozzesi, AnthroAI si propone infatti come un laboratorio aperto alla comunità accademica globale, condividendo liberamente risultati di ricerca, strumenti didattici e modelli pedagogici. In questo senso esso rappresenta oggi uno dei più significativi esempi internazionali di come le discipline umanistiche possano confrontarsi in maniera rigorosa, innovativa e costruttiva con l’intelligenza artificiale. In un dibattito spesso dominato dalle discipline STEM, AnthroAI dimostra che l’antropologia, la filosofia, la sociologia e le altre scienze umane non sono spettatrici passive della rivoluzione tecnologica, ma possono contribuire in modo decisivo a comprenderla, governarla e orientarla verso finalità di giustizia sociale, inclusione e sviluppo umano. È proprio all’interno di questo prestigioso contesto scientifico che si colloca il contributo italiano della professoressa Elisabetta Di Giovanni e del professor Antonio Fundarò, tra i pochissimi studiosi italiani selezionati dal comitato scientifico internazionale per partecipare a uno dei più importanti confronti mondiali sul futuro dell’educazione nell’era dell’intelligenza artificiale.

Le grandi domande del Simposio: quale futuro per l’antropologia nell’era dell’intelligenza artificiale?

Fin dalla presentazione del programma è apparso evidente come l’AnthroAI Symposium non intendesse limitarsi a discutere strumenti tecnologici o applicazioni informatiche. Gli organizzatori hanno posto questioni molto più profonde: che cosa sta accadendo nelle aule universitarie di antropologia di fronte alla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa? In che modo studenti e docenti stanno dialogando, collaborando o persino opponendosi all’ingresso degli algoritmi nei processi di apprendimento? Quali competenze dovranno possedere gli antropologi del futuro e quale contributo originale può offrire l’antropologia ai grandi dibattiti internazionali sull’intelligenza artificiale? Interrogativi che attraversano oggi tutte le università del mondo e che trovano una particolare rilevanza in una disciplina storicamente impegnata a comprendere le relazioni umane, i sistemi culturali e le trasformazioni sociali.

Etica quotidiana, apprendimento e responsabilità: la riflessione dell’Università di Otago

La prima relazione della Sessione dedicata ai dilemmi etici è stata affidata a Ruth Fitzgerald, professoressa di Antropologia Sociale presso l’Università di Otago in Nuova Zelanda, e a Eléna Chetland de Vries. Attraverso l’analisi di circa 1400 dichiarazioni prodotte dagli studenti in merito all’utilizzo etico dell’intelligenza artificiale nella redazione di elaborati universitari, le studiose hanno offerto una straordinaria finestra sulla percezione che le nuove generazioni hanno dell’etica nell’era digitale. Dalla ricerca è emerso come molti studenti comprendano l’importanza dell’integrità accademica ma, al tempo stesso, manifestino difficoltà nel tradurre tale consapevolezza in pratiche autenticamente responsabili. Le relatrici hanno evidenziato il rischio che la riflessione etica si trasformi in una mera formalità burocratica o in una dichiarazione di principio priva di reale profondità educativa, richiamando le università alla necessità di sviluppare percorsi più efficaci di educazione morale e critica all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Intelligenza artificiale, disabilità e inclusione: la voce degli studenti di St Andrews

Di particolare rilievo è stato il secondo contributo della sessione, presentato da Sage Wilson, Alyssa Morgan e Bridget Bradley dell’Università di St Andrews. La relazione ha affrontato il delicato tema del rapporto tra intelligenza artificiale e disabilità, analizzando le opportunità e i rischi che le nuove tecnologie generano per le persone con bisogni specifici. L’aspetto più innovativo della ricerca è consistito nell’aver coinvolto direttamente gli studenti nella costruzione di una dichiarazione condivisa sull’utilizzo dell’IA all’interno del corso universitario. Attraverso un processo partecipativo fondato sul dialogo e sulla corresponsabilità educativa, gli studenti sono stati chiamati a riflettere sui benefici, sulle criticità e sulle implicazioni sociali degli strumenti intelligenti. L’esperienza ha mostrato come l’inclusione non possa essere garantita esclusivamente dalla tecnologia, ma richieda processi di ascolto, partecipazione e riconoscimento delle differenti esigenze presenti all’interno della comunità accademica.

Progettare nuove pedagogie: l’esperienza dell’Università di Vienna

La seconda sessione del simposio, dedicata all’intelligenza artificiale in classe, ha visto protagonisti Suzana Jovicic, Sofie Kronberger e Michael Anranter dell’Università di Vienna. Gli studiosi hanno illustrato un percorso didattico sperimentale attraverso il quale gli studenti sono stati coinvolti direttamente nella progettazione di attività formative dedicate all’intelligenza artificiale. Utilizzando metodologie ispirate al design thinking, i partecipanti hanno lavorato alla costruzione di moduli didattici, esercitazioni e strumenti di riflessione destinati a esplorare il ruolo dell’IA nella ricerca antropologica. La ricerca ha dimostrato come la didattica contemporanea richieda sempre più spesso il superamento della tradizionale distinzione tra docente e studente. In un contesto caratterizzato da innovazioni continue, l’apprendimento diventa infatti un processo condiviso nel quale insegnanti e discenti esplorano insieme territori ancora in larga parte sconosciuti.

Lo “sguardo sintetico” e la testimonianza antropologica: il contributo di Begüm Ergün

Tra le relazioni che hanno maggiormente colpito i partecipanti vi è stata quella della dottoranda Begüm Ergün dell’Università di Boston. Attraverso una raffinata riflessione epistemologica, la studiosa ha introdotto il concetto di “sguardo sintetico” dell’intelligenza artificiale, mettendolo a confronto con lo “sguardo clinico” sviluppato dalla medicina moderna. Utilizzando fotografie prodotte dagli studenti e immagini generate da sistemi di IA sul tema della sofferenza e delle disuguaglianze sanitarie, la ricerca ha mostrato come gli algoritmi tendano a costruire rappresentazioni apparentemente neutrali ma profondamente decontestualizzate delle esperienze umane. L’antropologia, al contrario, conserva la capacità di cogliere le emozioni, le relazioni, le memorie e le dimensioni invisibili della vita sociale. Secondo Ergün, proprio questa capacità di testimonianza rappresenta uno dei contributi più importanti che le scienze umane possono offrire nell’epoca dell’intelligenza artificiale, ricordando che dietro ogni dato, ogni immagine e ogni algoritmo continuano a esistere persone, storie e comunità concrete.

Coltivare il pensiero antropologico nell’epoca dell’IA: l’esperienza dell’Université de Montréal

Un approccio altrettanto originale è stato presentato da Bixie Lacoste dell’Université de Montréal, che ha illustrato un percorso educativo sviluppato all’interno di corsi introduttivi di antropologia basati sull’Inquiry Based Learning. In questo modello gli studenti non vengono considerati semplici destinatari di contenuti, ma giovani ricercatori chiamati a formulare domande, costruire ipotesi interpretative e confrontarsi criticamente con fonti e dati. L’intelligenza artificiale è stata inserita come strumento di supporto alla ricerca, utilizzando piattaforme quali Consensus e NotebookLM per l’organizzazione delle conoscenze e la mappatura dei dibattiti scientifici. L’aspetto più significativo dell’esperienza è consistito nell’insistenza sulla cosiddetta “vigilanza epistemica”: gli studenti sono stati formati a riconoscere allucinazioni, errori, semplificazioni e limiti interpretativi dei sistemi intelligenti. Attraverso esercizi autoetnografici e prove scritte svolte senza supporti digitali, il progetto ha mostrato come l’IA possa essere integrata nella didattica senza rinunciare alla centralità dell’esperienza umana, della riflessione personale e dell’autonomia intellettuale.

Imparare con ChatGPT senza perdere la comunità dell’apprendimento: la riflessione dell’Università di Cambridge

La terza sessione del simposio ha aperto una riflessione particolarmente originale grazie al contributo di Benjamin Knight e del professor Matei Candea dell’Università di Cambridge. La loro ricerca ha affrontato una domanda tanto semplice quanto profonda: con chi stiamo realmente parlando quando dialoghiamo con un sistema come ChatGPT? Gli studiosi hanno descritto due anni di sperimentazione e utilizzo dei modelli linguistici come interlocutori, strumenti di apprendimento e persino forme inedite di collaborazione cognitiva. Attraverso il richiamo alle teorie di Lave e Wenger sulla partecipazione periferica legittima, la relazione ha evidenziato un rischio spesso trascurato: non soltanto la possibile perdita di competenze individuali, ma anche l’indebolimento delle comunità di apprendimento costituite da studenti, docenti e gruppi di ricerca. Se la formazione universitaria è sempre stata anche costruzione di appartenenza, identità e confronto umano, l’avvento dei modelli linguistici impone oggi di interrogarsi su come preservare tali dimensioni senza rinunciare alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Ripensare i curricula universitari: la proposta di Maximiliano Albornoz Torres

Particolarmente stimolante è apparso anche il contributo di Maximiliano Albornoz Torres, ricercatore tra l’Università Eötvös Loránd di Budapest e l’Università di Buenos Aires. Attraverso un’analisi comparativa dei programmi di studio di alcune delle più importanti università del mondo, il ricercatore ha evidenziato come molti corsi di antropologia continuino a dedicare uno spazio marginale alle questioni digitali e all’intelligenza artificiale. I dati presentati mostrano una significativa distanza tra le trasformazioni tecnologiche che stanno investendo la società e l’effettiva capacità delle istituzioni accademiche di incorporare tali cambiamenti nei propri percorsi formativi. Richiamando le riflessioni di Tim Ingold, Yuk Hui ed Eric Sadin, Albornoz Torres ha sostenuto che l’antropologia debba oggi assumere un ruolo attivo nell’analisi critica dei sistemi intelligenti, contribuendo a comprendere come gli algoritmi influenzino desideri, comportamenti, relazioni sociali e forme di potere. La proposta avanzata non consiste nell’adattare semplicemente i curricula alle nuove tecnologie, ma nel ripensare l’intera formazione antropologica affinché gli studenti possano sviluppare strumenti critici adeguati alle sfide del XXI secolo.

Le infrastrutture invisibili dell’intelligenza artificiale: il contributo dell’Università di Helsinki

Una prospettiva differente ma complementare è stata offerta da Heikki Wilenius dell’Università di Helsinki. La sua relazione ha spostato l’attenzione dalle applicazioni visibili dell’intelligenza artificiale alle infrastrutture materiali, economiche e politiche che ne rendono possibile il funzionamento. Attraverso un seminario condotto con studenti di dottorato, Wilenius ha mostrato come i modelli linguistici debbano essere analizzati non soltanto come strumenti tecnologici, ma come prodotti di reti globali che coinvolgono lavoro umano, estrazione di dati, interessi economici e rapporti di potere. Gli studenti sono stati chiamati a interrogarsi sulle differenze tra modelli aperti e chiusi, sulle questioni di sovranità digitale e sulle responsabilità etiche connesse all’utilizzo dell’IA nella ricerca. L’esperienza ha evidenziato come una reale alfabetizzazione all’intelligenza artificiale non possa limitarsi all’apprendimento delle funzionalità operative, ma debba comprendere anche la capacità di leggere criticamente le condizioni economiche, sociali e politiche che rendono possibile l’esistenza stessa di tali tecnologie.

Dalla tecnologia alla produzione della conoscenza: un dibattito sempre più globale

Le relazioni della prima giornata hanno mostrato una sorprendente convergenza pur nella diversità dei contesti geografici e accademici rappresentati. Dalla Nuova Zelanda al Canada, dagli Stati Uniti alla Finlandia, passando per il Regno Unito, l’Austria e l’America Latina, è emersa una convinzione condivisa: l’intelligenza artificiale non costituisce soltanto una nuova tecnologia educativa, ma rappresenta una trasformazione profonda delle modalità attraverso cui gli esseri umani producono, organizzano e trasmettono conoscenza. In questo scenario l’antropologia è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale, non tanto per fornire risposte definitive, quanto per continuare a porre le domande necessarie. Chi beneficia degli algoritmi? Chi ne subisce gli effetti? Quali forme di esclusione rischiano di essere amplificate? E soprattutto, come formare cittadini e professionisti capaci di utilizzare l’intelligenza artificiale senza rinunciare al pensiero critico, alla responsabilità etica e alla consapevolezza delle conseguenze sociali delle proprie scelte? Saranno proprio queste domande a caratterizzare anche la seconda giornata del simposio, nella quale il contributo italiano assumerà un ruolo di particolare rilievo.

La seconda giornata: studenti, conoscenza e intelligenza artificiale tra autorità, dubbio e responsabilità

Se la prima giornata del simposio aveva concentrato l’attenzione sulle questioni etiche, pedagogiche e metodologiche poste dall’intelligenza artificiale, la seconda giornata ha approfondito un tema ancora più radicale: il rapporto tra IA e produzione della conoscenza. In un’epoca in cui milioni di persone ottengono informazioni, formulano giudizi e costruiscono interpretazioni della realtà attraverso sistemi intelligenti, gli antropologi si interrogano su come cambino i concetti di autorevolezza, verità, prova e competenza. Le relazioni della Sessione 4 hanno affrontato proprio questo nodo cruciale, mettendo al centro il modo in cui studenti e docenti interagiscono con sistemi che sembrano possedere una straordinaria capacità di generare risposte, ma che non sempre offrono garanzie sulla qualità, sull’origine o sulla verificabilità delle informazioni prodotte.

Tiffany Cone e il problema dell’autorità senza prove

Ad aprire i lavori è stata Tiffany Cone, docente associata presso la Doha University of Science and Technology. La sua relazione ha affrontato uno degli aspetti più insidiosi dell’intelligenza artificiale generativa: la capacità di produrre testi apparentemente autorevoli, coerenti e convincenti anche quando mancano prove solide a sostegno delle affermazioni formulate. Attraverso una sperimentazione didattica realizzata all’interno di corsi di antropologia, gli studenti sono stati invitati a confrontare un testo generato dall’intelligenza artificiale con un articolo scientifico pubblicato su una rivista accademica sottoposta a revisione tra pari. L’obiettivo non era individuare quale fosse il testo prodotto dall’algoritmo, ma comprendere come ciascun documento costruisse l’autorità epistemica, utilizzasse le prove, affrontasse l’incertezza e rappresentasse la realtà sociale. I risultati hanno mostrato quanto sia necessario insegnare agli studenti non soltanto a reperire informazioni, ma a interrogarsi sulle fonti, sui processi di validazione e sulle condizioni che rendono una conoscenza affidabile. In un’epoca dominata dall’apparenza della competenza algoritmica, l’antropologia viene così chiamata a recuperare il valore del dubbio, della contestualizzazione e dell’argomentazione critica.

Gli “esperimenti incerti” del gruppo AnthroAI

Uno dei momenti più significativi del simposio è stato rappresentato dalla presentazione del gruppo AnthroAI stesso. Attraverso la relazione intitolata “Uncertain Experiments in the Age of AI”, studenti e docenti hanno raccontato il percorso che ha portato alla nascita di una delle più innovative comunità accademiche dedicate allo studio dell’intelligenza artificiale nelle scienze umane. Il contributo ha messo in discussione un atteggiamento molto diffuso nel dibattito contemporaneo: la pretesa di possedere certezze assolute sugli effetti futuri dell’IA. Secondo i ricercatori di AnthroAI, tanto le narrazioni apocalittiche quanto quelle eccessivamente ottimistiche rischiano di impedire una reale comprensione del fenomeno. Al contrario, l’incertezza viene proposta come una risorsa epistemologica e pedagogica. Accettare di non conoscere pienamente le conseguenze delle innovazioni tecnologiche consente infatti di costruire percorsi di ricerca collaborativi, aperti e sperimentali. È proprio da questa prospettiva che è nato il gruppo AnthroAI: una comunità nella quale studenti e docenti condividono la responsabilità di esplorare insieme le opportunità e i rischi dell’intelligenza artificiale, producendo conoscenze e pratiche educative capaci di adattarsi a un contesto in continua evoluzione.

L’esperienza ungherese: insegnare antropologia con un tutor basato sull’intelligenza artificiale

Di particolare interesse è stato anche il contributo di Miklós Szabó dell’Università Eötvös Loránd di Budapest. La sua ricerca ha illustrato i risultati di tre semestri consecutivi di sperimentazione didattica nei quali un tutor basato sull’intelligenza artificiale è stato integrato all’interno di corsi universitari di antropologia culturale. L’esperimento non mirava a sostituire il docente né a semplificare il lavoro degli studenti, ma a comprendere come un sistema intelligente potesse diventare uno strumento di supporto all’interpretazione dei testi antropologici. Attraverso l’analisi delle interazioni tra studenti e tutor digitale, la ricerca ha evidenziato come l’IA possa favorire nuove modalità di accesso alle teorie e ai concetti antropologici, purché venga mantenuta una costante attenzione critica nei confronti delle sue risposte. Particolarmente significativa è stata la constatazione che gli studenti non hanno abbandonato la lettura dei testi o il confronto con i docenti. Al contrario, l’utilizzo del tutor ha stimolato ulteriori domande, approfondimenti e discussioni, confermando come il valore dell’insegnamento universitario continui a risiedere soprattutto nella capacità di interpretare e problematizzare la conoscenza.

Verso la Sessione 5: istituzioni, valori e responsabilità nell’era dell’intelligenza artificiale

Dopo aver affrontato i temi dell’etica, dell’inclusione, della produzione della conoscenza e della trasformazione delle pratiche didattiche, il simposio si è avviato verso quella che molti partecipanti hanno considerato la sessione più strategica dell’intero programma. La Sessione 5, significativamente intitolata “Institutions, Value, Values”, ha infatti spostato il focus dalle tecnologie agli esseri umani, dalle applicazioni agli orientamenti culturali, dalle funzionalità ai principi che dovrebbero guidare l’uso dell’intelligenza artificiale nelle istituzioni educative e sociali. È in questo contesto che è stato presentato il contributo italiano della professoressa Elisabetta Di Giovanni dell’Università degli Studi di Palermo e del professor Antonio Fundarò, docente della scuola secondaria superiore e docente a contratto dell’Università di Palermo. Una relazione che ha suscitato particolare interesse perché capace di collegare università e scuola, teoria e pratica educativa, riflessione antropologica e cittadinanza digitale, proponendo un modello originale di formazione critica all’intelligenza artificiale destinato a studenti di differenti livelli di istruzione.

Il contributo italiano al Simposio internazionale AnthroAI

Tra le relazioni inserite nel programma ufficiale della Sessione 5, dedicata al rapporto tra istituzioni, valori e intelligenza artificiale, particolare attenzione ha suscitato il contributo italiano intitolato “AI and Anthropological Pedagogies in the Italian Context: Teaching Critical Engagement Across Educational Levels”. La selezione della proposta da parte del comitato scientifico internazionale assume un valore particolarmente significativo se si considera il carattere altamente competitivo del simposio e la presenza di studiosi provenienti da alcune delle più prestigiose università del mondo. In questo scenario, l’ammissione del contributo italiano rappresenta non soltanto un riconoscimento per i due autori, ma anche un’importante attestazione della qualità della ricerca educativa e antropologica sviluppata nel nostro Paese sul rapporto tra intelligenza artificiale, formazione e cittadinanza democratica. La relazione è stata presentata dalla professoressa Elisabetta Di Giovanni e dal professor Antonio Fundarò, protagonisti di un percorso di ricerca che ha saputo mettere in dialogo università e scuola secondaria all’interno di una comune riflessione sulle sfide educative poste dagli algoritmi.

Elisabetta Di Giovanni e Antonio Fundarò: due percorsi professionali che si incontrano

Uno degli aspetti che ha maggiormente colpito i partecipanti al simposio è stata la natura interdisciplinare e interistituzionale della collaborazione italiana. Da una parte la professoressa Elisabetta Di Giovanni, docente associata presso l’Università degli Studi di Palermo, studiosa di antropologia culturale, coordinatrice del Laboratorio sui Diritti Umani e la Convivenza Democratica e coordinatrice del Master universitario dedicato all’Intelligenza Artificiale. Dall’altra il professor Antonio Fundarò, docente dell’Istituto Tecnico “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, esperto italiano di intelligenza artificiale applicata all’educazione e docente a contratto dell’Università degli Studi di Palermo per l’insegnamento “Etica e Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione”. Due esperienze professionali differenti, due livelli educativi diversi, ma una comune convinzione: l’intelligenza artificiale non può essere affrontata esclusivamente come questione tecnica, bensì come fenomeno culturale, sociale ed educativo che richiede strumenti interpretativi complessi e profondamente umani.

L’Italia come laboratorio europeo delle trasformazioni algoritmiche

La relazione italiana prende le mosse da una constatazione molto precisa. L’Italia rappresenta oggi uno dei contesti europei nei quali l’intelligenza artificiale sta incidendo in maniera crescente sulle politiche pubbliche, sui servizi ai cittadini, sulla gestione delle migrazioni, sui sistemi di welfare e sulle pratiche amministrative. Eppure, proprio mentre gli algoritmi assumono un ruolo sempre più rilevante nella vita delle persone, i percorsi formativi continuano spesso a mostrare una limitata attenzione verso le implicazioni antropologiche, etiche e sociali di tali trasformazioni. Gli autori hanno evidenziato come questa distanza rischi di lasciare studenti e futuri professionisti privi degli strumenti necessari per comprendere criticamente i sistemi intelligenti che saranno chiamati a utilizzare, progettare o valutare. Da qui nasce la necessità di costruire percorsi educativi capaci di coniugare alfabetizzazione digitale, riflessione antropologica e responsabilità civica.

Dalla scuola all’università: una pedagogia condivisa tra livelli educativi differenti

Uno degli elementi di maggiore originalità del contributo italiano consiste nell’aver sviluppato una ricerca fondata sulla collaborazione tra due contesti formativi generalmente separati: la scuola secondaria superiore e l’università. Attraverso attività svolte rispettivamente con studenti universitari e studenti adolescenti, Elisabetta Di Giovanni e Antonio Fundarò hanno costruito un modello pedagogico comune basato su tre dimensioni strettamente integrate. La prima riguarda l’analisi critica dei pregiudizi algoritmici e delle disuguaglianze che possono essere prodotte o amplificate dai sistemi intelligenti. La seconda concerne lo sviluppo di competenze pratiche nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, sempre accompagnate da processi di verifica e valutazione critica degli output generati. La terza, considerata dagli autori la più importante, riguarda la riflessività: la capacità degli studenti di interrogarsi sul modo in cui l’uso dell’intelligenza artificiale modifica il proprio rapporto con la conoscenza, con la ricerca e con la realtà sociale. Questa impostazione ha suscitato notevole interesse tra i partecipanti, poiché propone una possibile risposta alla frammentazione che spesso caratterizza i percorsi educativi contemporanei.

Chi parla attraverso gli algoritmi? La domanda antropologica al centro della ricerca italiana

Nel corso della presentazione è emerso con particolare forza un interrogativo destinato ad attraversare l’intero dibattito internazionale sull’intelligenza artificiale: chi parla realmente attraverso gli algoritmi? Quando uno studente consulta un modello linguistico, quando un ricercatore utilizza strumenti di trascrizione automatica o quando un’amministrazione pubblica si affida a sistemi decisionali intelligenti, quali visioni del mondo vengono incorporate nei risultati prodotti? Quali voci risultano rappresentate e quali, invece, rischiano di essere invisibili? Gli autori hanno mostrato come questa domanda, apparentemente tecnica, sia in realtà profondamente antropologica. Interrogare gli algoritmi significa infatti interrogare le strutture di potere, i processi di selezione delle informazioni e le gerarchie culturali che contribuiscono a generare conoscenza. È proprio questa prospettiva che ha consentito al contributo italiano di distinguersi all’interno del simposio, offrendo una riflessione capace di collegare l’analisi delle tecnologie con le grandi questioni della democrazia, della giustizia sociale e della formazione delle nuove generazioni.

Le epistemologie del Sud e la necessità di restituire voce ai margini

Uno dei passaggi più significativi della relazione italiana è stato il richiamo al pensiero del sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos e alla teoria delle Epistemologies of the South. Secondo questa prospettiva, le conoscenze più importanti per comprendere il mondo contemporaneo non nascono necessariamente nei centri del potere economico, politico o tecnologico, ma spesso emergono ai margini delle società: tra migranti, lavoratori precari, detenuti, comunità vulnerabili e gruppi sociali che vivono quotidianamente le conseguenze delle decisioni assunte da altri. La professoressa Elisabetta Di Giovanni e il professore Antonio Fundarò hanno mostrato come i sistemi di intelligenza artificiale, addestrati prevalentemente su grandi quantità di dati provenienti da contesti dominanti, rischino di amplificare forme di invisibilità già esistenti. In questa prospettiva l’antropologia assume il compito di riportare al centro le voci che gli algoritmi tendono a trascurare, sviluppando nei giovani la capacità di riconoscere chi viene rappresentato e chi viene escluso dai processi automatizzati di produzione della conoscenza.

Formare mediatori critici tra innovazione tecnologica e giustizia sociale

Uno dei concetti chiave emersi dalla relazione riguarda la figura dello studente come “mediatore critico”. Secondo gli autori, la scuola e l’università non devono limitarsi a formare utilizzatori competenti di strumenti digitali, ma cittadini consapevoli, capaci di collocarsi tra innovazione tecnologica e giustizia sociale. In un mondo in cui decisioni sempre più rilevanti vengono supportate o influenzate da sistemi intelligenti, diventa essenziale sviluppare la capacità di comprendere il funzionamento delle tecnologie senza accettarne passivamente i risultati. Gli studenti devono imparare a interrogare gli algoritmi, a riconoscere i limiti delle soluzioni automatizzate, a individuare eventuali distorsioni e a valutare le conseguenze sociali delle scelte tecnologiche. Questa funzione di mediazione rappresenta uno degli aspetti più innovativi della proposta italiana, che vede nell’educazione uno spazio privilegiato per la costruzione di una cittadinanza digitale autenticamente democratica.

Le competenze emerse dall’esperienza educativa italiana

I risultati della ricerca presentata a St Andrews hanno evidenziato alcuni aspetti particolarmente interessanti. In primo luogo, gli studenti coinvolti nei percorsi educativi hanno sviluppato una forma di alfabetizzazione all’intelligenza artificiale significativamente diversa da quella tradizionalmente proposta nei programmi di formazione digitale. Non si tratta soltanto di imparare a utilizzare strumenti tecnologici, ma di acquisire la capacità di comprendere chi li progetta, quali interessi li sostengono, quali dati utilizzano e quali effetti possono produrre sulla società. In secondo luogo, è emersa una più forte consapevolezza del proprio ruolo di osservatori e cittadini responsabili. Gli studenti hanno mostrato una crescente capacità di riconoscere le implicazioni etiche delle tecnologie e di collocare l’innovazione all’interno di una più ampia riflessione sulla dignità umana, sull’inclusione e sui diritti. Infine, la ricerca ha evidenziato l’importanza della riflessività, ossia della capacità di interrogarsi su come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stia modificando il proprio modo di apprendere, di interpretare la realtà e di costruire conoscenza.

Le sfide ancora aperte per scuola, università e formazione dei docenti

Accanto agli aspetti positivi, il contributo italiano non ha nascosto le criticità ancora presenti nel sistema educativo. Gli autori hanno sottolineato come l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei percorsi formativi proceda in modo estremamente disomogeneo. Persistono significative differenze tra istituzioni, territori e contesti educativi, così come permane una diffusa esigenza di formazione dei docenti. In molti casi l’intelligenza artificiale continua a essere affrontata esclusivamente come questione tecnica o strumentale, senza un adeguato approfondimento delle sue implicazioni culturali, antropologiche e sociali. La sfida futura consisterà dunque nel costruire percorsi strutturali e non episodici, capaci di coinvolgere l’intera comunità educativa e di promuovere un approccio realmente interdisciplinare. La collaborazione tra università e scuola, sperimentata nella ricerca presentata a St Andrews, rappresenta in questo senso una possibile strada da percorrere.

St Andrews 2026: una lezione per il futuro dell’educazione globale

Al termine delle due intense giornate di lavoro è emersa una consapevolezza condivisa da molti dei partecipanti: l’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una rivoluzione tecnologica, ma una trasformazione culturale destinata a incidere profondamente sui modi in cui le società producono conoscenza, educano le nuove generazioni e costruiscono il proprio futuro. L’AnthroAI Symposium ha dimostrato come l’antropologia possa offrire un contributo fondamentale a questa riflessione, mettendo al centro le persone, le relazioni, le disuguaglianze e i significati che accompagnano ogni innovazione tecnica. In questo contesto, il contributo italiano di Elisabetta Di Giovanni e Antonio Fundarò ha rappresentato una delle esperienze più originali e significative dell’intero simposio, mostrando come sia possibile costruire percorsi educativi capaci di coniugare competenza tecnologica, pensiero critico, responsabilità etica e impegno civile. Dalle aule secolari dell’Università di St Andrews è giunto così un messaggio destinato a risuonare ben oltre i confini del mondo accademico: il futuro dell’intelligenza artificiale dipenderà non soltanto dalla potenza degli algoritmi, ma soprattutto dalla qualità educativa, culturale e democratica delle persone chiamate a utilizzarli. In questo senso, l’antropologia continua a ricordarci che ogni innovazione tecnologica è, prima di tutto, una questione profondamente umana.


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 Nobile Filippo

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