Marx e Spinoza? “Studiamo anche il Sud: Alvaro e Saverio Strati, il muratore calabrese diventato scrittore”, che disse “ci si difende dalle ingiustizie anche imparando a leggere e scrivere”. INTERVISTA a Domenico Stranieri


L’altro giorno – racconta il sindaco – ho ascoltato, senza volerlo, una videochiamata tra quattro giovani studenti che frequentano il quarto anno di liceo”. Domenico Stranieri, 49 anni, da due mandati è primo cittadino di Sant’Agata del Bianco, un piccolo comune situato sulla collina aspromontana della Locride, in provincia di Reggio Calabria, che si staglia tra querce e ulivi secolari, tra calanchi disperati e vigneti che promettono, davanti a un mare Ionio sempre blu che abbandona le sue onde sulla battigia delle spiagge della vicina Bianco, cittadina di pescatori e di produttori dell’omonimo passito “Greco” e del bergamotto, l’oro verde della zona che tuttavia in oro non si trasforma mai, non come ad altre latitudini hanno saputo fare con l’aceto, trasformandolo prima in balsamico, poi in tradizionale e infine in prodotto protetto e miliardario.

Quando si sa fare squadra spesso si vince. Negli anni del suo doppio mandato Stranieri ha fatto squadra con giovani amministratori e ha vinto. Ha rivoluzionato il suo paese mettendo a nuovo e rivalutando le antiche radici culturali, riqualificando quelle architettoniche e urbane — Sant’Agata è anche Comunità energetica —, le usanze contadine e artigianali, le individualità artistiche, i talenti talvolta sconosciuti di un luogo che è diventato in breve tempo meta di pellegrinaggio di scolaresche provenienti da tutta Italia.

Turisti e studenti desiderano conoscere il borgo anche durante i mesi più freddi e piovosi, mentre ogni estate il paese ospita band e musicisti blasonati che hanno creduto nel progetto del giovane sindaco. Sant’Agata del Bianco ora è un museo a cielo aperto, un trionfo di murales, installazioni, citazioni, sculture, ma lui assicura di non voler decorare il borgo: “Vogliamo riaccenderlo – sottolinea –. Vivere in collina è veramente un modo diverso di guardare il mondo. Io sono convinto che dai margini si vede meglio qualcosa che dal centro è invisibile; dai margini si vede e si legge meglio il mondo, c’è una leggibilità diversa del mondo”.

Arrivano giovani e meno giovani, intere scolaresche provenienti anche dalle regioni del Nord, soprattutto perché vogliono sapere di più dello scrittore Saverio Strati, nato e cresciuto a Sant’Agata, autore di romanzi importanti, tra cui “Il selvaggio di Santa Venere”, edito da Mondadori, con cui vinse il Premio Campiello nel 1977. Scrisse anche “Tibi e Tàscia” e molti altri romanzi. Strati si trasferì infine a Scandicci, in Toscana, dove morì nel 2014.

Il sindaco Stranieri, una laurea in filosofia, ha dedicato buona parte della sua vita alla scoperta e alla rivalutazione della figura di Saverio Strati, mandando alle stampe il libro “Solo come la luna” (Rubbettino, 2025). Il libro, arricchito dalla prefazione di Giuseppe Polimeni, professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università degli Studi di Milano, è stato definito da Monica Lanzillotta, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università della Calabria, “un’indagine a tutto tondo, capace di intrecciare biografia, filologia, analisi tematica e antropologia culturale, e di restituire al lettore non un monumento accademico, ma un corpo vivo di pagine, memorie e voci”.

Da sindaco, lo scrittore Stranieri ha inoltre ideato il Festival di Letteratura e Musica “Stratificazioni, un’esperienza culturale non solo celebrativa, ma viva e innovativa, capace di portare la letteratura anche tra le rocce, i sentieri e la montagna di Sant’Agata del Bianco.

I più anziani concittadini lo ricordano, i più giovani lo scoprono, tutti lo amano. Di certo Strati manca dai libri di testo scolastici e ben difficilmente a scuola si studiano le sue opere. Sorte analoga al suo dirimpettaio Corrado Alvaro, lo scrittore calabrese di San Luca, che qualche antologia delle superiori relega tra gli autori regionali, sebbene Alvaro sia stato a tutti gli effetti uno scrittore di respiro europeo.

Oggi i ragazzi studiano anche così”, prosegue il sindaco. “Si correggono – precisa poi –, commentano, ridono, si aiutano. A guardarli bene, viene quasi il sospetto che abbiano trovato un modo diverso di imparare, più abituato al confronto. Per questo non bisogna dire che i ragazzi di oggi sono peggiori di quelli di una volta. Per certi versi sono anche migliori: meno provinciali, meno prigionieri di certi tabù, più aperti nel modo di guardare la vita”.

E siamo alla stretta attualità, richiamata dalle polemiche scaturite a seguito dell’emanazione delle nuove Indicazioni nazionali per i licei. Una sessantina di docenti universitari ha firmato un appello con cui si criticano con fermezza le indicazioni nazionali per l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori. Tra le contestazioni, come abbiamo riferito, l’esclusione di autori come Spinoza, Leibniz e Marx.

La lettera, destinata al Ministero dell’Istruzione e del Merito e al governo, definisce le scelte contenute nei nuovi programmi come “molto gravi”. A giudizio dei firmatari, la commissione guidata dalla pedagogista Loredana Perla ha operato una “temeraria esclusione” di alcuni giganti della tradizione filosofica moderna e contemporanea. Tra i casi considerati più sconcertanti figurano l’assenza di Spinoza, Leibniz e Marx, autori rappresentativi del razionalismo, del materialismo e del pensiero critico. I docenti rilevano poi che, per quanto riguarda i teorici del contratto sociale, le indicazioni suggeriscono di scegliere “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau. Una scelta che, a loro avviso, impedirebbe di approfondire le diverse opzioni alla base della razionalità politica moderna.

Da parte sua, la presidente Loredana Perla, ha voluto ringraziare i professori per le loro riflessioni, precisando che il documento è stato diffuso in una fase di “democratica consultazione”. Secondo Perla, “questo è il momento in cui sta avvenendo una democratica consultazione, come chiedevano i prof, con tutte le persone interessate alla migliore formulazione delle Indicazioni nazionali e ogni contributo verrà tenuto in considerazione”. E ancora: “Sebbene non siano menzionati i nomi di tutti i filosofi della storia del pensiero, e come sarebbe possibile un elenco completo? Sono indicati i movimenti e le correnti di cui essi fanno parte”.

Ma torniamo agli studenti e ai loro discorsi. “In quella conversazione”, osserva il sindaco Stranieri, “due ragazzi concordavano su una cosa: tra i filosofi studiati quest’anno, quello più vicino al loro modo di vedere la vita era Baruch Spinoza”. Già, uno dei filosofi finiti nell’occhio del ciclone, assieme a Marx e ad altri. Prosegue Stranieri:“Mi si è riacceso allora il ricordo di unaStoria della filosofia’ in cui Bertrand Russell scriveva che Spinoza è ‘il più nobile e il più degno di amore dei grandi filosofi’ e aggiungeva che, se altri possono averlo superato sul piano intellettuale, ‘dal punto di vista etico è superiore a tutti’. Forse quei ragazzi, senza saperlo, avevano intercettato proprio questo: non soltanto un sistema di pensiero, ma un modo profondo e limpido di stare al mondo.

Mi è tornata in mente anche una pagina de “Il miracolo Spinoza” di Frédéric Lenoir. Lenoir racconta di aver incontrato Spinoza abbastanza tardi. All’università, all’inizio degli anni Ottanta, Spinoza non faceva parte del programma ufficiale. Lo incrociò quasi per caso, nell’ambito di un corso di filosofia politica, e quell’incontro diventò poi uno dei più importanti della sua esistenza. Scrive che Spinoza è uno di quegli autori che possono cambiare una vita. Non è difficile capire perché. Spinoza non offre consolazioni facili. Non invita a giudicare subito, a detestare, a semplificare. Invita a comprendere. A guardare l’uomo, le sue passioni, le sue paure, le sue contraddizioni, come parte della natura e del mondo. Non a caso Albert Einstein, quando gli chiesero se credesse in Dio, rispose di credere nel Dio di Spinoza: non un Dio che interviene sui destini degli uomini, ma quello che si manifesta nell’armonia delle leggi della natura. Anche in quella frase c’è qualcosa che aiuta a capire perché Spinoza continui a parlare ai ragazzi: perché non chiede obbedienza, ma intelligenza; non impone paura, ma comprensione”.

Sindaco Domenico Stranieri, perché quella scena l’ha colpito così tanto?

Perché, come ho già scritto, dei ragazzi parlavano di filosofia come di qualcosa che li riguardava davvero.

Eppure?

Eppure proprio Spinoza, insieme ad altri grandi filosofi come Marx, oggi più attuale che mai, non compare tra gli autori indicati nella bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei volute dal ministro Valditara. Come ha riportato il Corriere della Sera, oltre sessanta docenti ed ex docenti universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno contestato la “temeraria esclusione” di autori come Spinoza, Marx, Fichte e Schelling. È vero che la commissione parla di indicazioni non vincolanti, ma certe assenze non sono mai neutre. Dicono molto dell’idea di scuola che si vuole costruire. Il guaio, allora, non sta nelle nuove generazioni. Sta in certi adulti che, quando hanno il potere di fare politica e di decidere sulla scuola, invece di allargare la mappa, cominciano col cancellare alcune strade. E non si accorgono che proprio da quelle strade, tortuose, difficili, poco rassicuranti, un ragazzo può arrivare a capire meglio sé stesso e la vita. Anche passando da Spinoza, durante una videochiamata qualunque.

Secondo lei Marx oggi è più attuale che mai. È così?

Sì, ma bisogna intendersi. Marx non va trasformato in una statua, né in una bandiera da sventolare per appartenenza ideologica. Sarebbe il modo peggiore di leggerlo. Marx va attraversato, discusso, anche superato. Però superare Marx, come ci ricorda Edgar Morin, non significa cancellarlo. Significa andare oltre, conservando ciò che resta vivo nella sua forza critica, che è ancora necessaria. Marx ci costringe a guardare ciò che spesso il linguaggio pubblico tende a nascondere: lo sfruttamento, le disuguaglianze, il rapporto tra lavoro e dignità, il potere economico che condiziona la politica, la trasformazione dell’uomo in mezzo e non in fine. Mi viene in mente una frase durissima di Almeida Garrett, riportata ne Il Quaderno di José Saramago. Garrett si chiedeva se economisti, politici e moralisti avessero già calcolato quanti uomini bisognasse condannare alla miseria, al lavoro eccessivo, all’ignoranza, alla disgrazia, per produrre un ricco. È una domanda dell’Ottocento, ma sembra scritta per il nostro tempo. Naturalmente il mondo di oggi non è quello di Marx. Però la domanda rimane. Quante vite vengono consumate per produrre ricchezza? Quanti ragazzi partono già svantaggiati? Quante persone lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente? Quanti territori vengono lasciati ai margini perché non abbastanza produttivi secondo la logica del mercato? Eppure il mercato è uno strumento, non un destino. Quando diventa la grammatica generale della vita, tutto viene misurato in termini di profitto, prestazione, consumo. E allora la scuola, la cultura, la sanità, la dignità, perfino il tempo umano rischiano di essere valutati solo per ciò che rendono. Ecco, Marx serve ancora perché ci impedisce di dire: le cose stanno così e basta. Ci obbliga a chiederci chi paga il prezzo della ricchezza, della crescita, di un certo benessere. Una scuola che rinuncia a Marx rinuncia a consegnare ai ragazzi una delle grandi chiavi critiche per leggere il presente.

Qual è l’idea di scuola che il mondo degli adulti vuole costruire, secondo il suo punto di vista?

Io temo che la scuola rischi di ridursi a una macchina amministrativa che produce voti, prove, burocrazia e graduatorie. Una scuola che misura, certifica, classifica, ma qualche volta dimentica di immaginare. E di affascinare. Naturalmente servono metodo, valutazione, serietà. Non sto dicendo il contrario. Però la scuola dovrebbe essere il luogo in cui un ragazzo impara a leggere il mondo e, soprattutto, a vedere ciò che ancora non è del tutto visibile. Oggi, mentre proviamo ad adattarci a un cambiamento, il mondo accelera e cambia ancora. La tecnologia, l’intelligenza artificiale, il lavoro, le relazioni, l’economia, la comunicazione: tutto si muove con una velocità enorme. E noi, spesso, continuiamo a ragionare con categorie lente, separate, vecchie. Ma perché siamo umani. Perché abbiamo bisogno di tempo per orientarci, per dare un nome alle cose che accadono. Ecco perché la cultura può fare moltissimo: crea consapevolezza. È già accaduto con l’ambiente. Lentamente si è formata una cultura ecologica, fatta di libri, scuole, università, associazioni, dibattiti, leggi, movimenti. Una nuova sensibilità collettiva. Oggi dovremmo costruire qualcosa di simile davanti all’ecosistema tecnologico. Non una paura della tecnica, ma una coscienza della tecnica. Non il rifiuto del futuro, ma la capacità di abitarlo senza diventarne prigionieri. Heidegger diceva che la cosa più inquietante non è il dominio della tecnica, ma il fatto che l’uomo non sia preparato a questo mutamento radicale del mondo. Ecco, la scuola dovrebbe preparare proprio a questo. Non solo al funzionamento delle cose, ma al loro senso. Perché una società che sa soltanto calcolare rischia di non sapere più giudicare. In Italia abbiamo tante intelligenze individuali. Quello che spesso manca è un’intelligenza di sistema. La scuola dovrebbe insegnare a collegare i pezzi. A immaginare scenari. Invece tutti ci affrettiamo a fare la mossa immediata. Quando ho ascoltato quei ragazzi parlare di Spinoza, ho pensato proprio questo: la scuola funziona quando ciò che si studia comincia a riguardare la vita. Quando un filosofo, un romanzo, una pagina di storia o di scienza non restano materia da interrogazione, ma diventano strumenti per capire sé stessi e il proprio tempo. La scuola non deve preparare soltanto a rispondere bene. Deve insegnare a «vedere» meglio. Proprio per questo abbiamo bisogno di una scuola più profonda, non più veloce e superficiale.

Non solo Spinoza e Marx, non solo filosofi. Tra gli autori sconosciuti ai libri di testo e mai conosciuti dagli studenti ci sono i calabresi Corrado Alvaro e Saverio Strati. Perché tanta distrazione secondo lei?

Perché per troppo tempo abbiamo confuso la periferia con il periferico. Abbiamo pensato che ciò che nasceva lontano dai grandi centri fosse automaticamente minore, locale, laterale. Invece spesso è proprio dai margini che si vedono meglio le fratture di un Paese. Alvaro e Strati non sono importanti perché calabresi. Sono importanti perché hanno visto cose che altri non vedevano, o non volevano vedere: il rapporto tra povertà e destino, tra lingua e potere, tra istruzione e libertà, tra emigrazione e identità, tra dignità e fatica. La scuola dovrebbe far incontrare questi autori non per una quota geografica, non perché bisogna studiare anche il Sud, ma perché senza quelle pagine si capisce meno l’Italia. Alvaro, partendo dall’Aspromonte, ha poi scritto dalle capitali europee. Aveva uno sguardo moderno, inquieto, profondo. Strati, da Messina, da Firenze, dalla Svizzera, ha raccontato tutti i Sud del mondo. Nei suoi libri i poveri pensano, soffrono, desiderano, sbagliano, resistono. Hanno una voce. Quando le scuole vengono a Sant’Agata, i ragazzi capiscono subito questi messaggi. E questo è un fatto importante. Anche perché Strati pone una questione che resta attuale: che possibilità ha un ragazzo nato povero di non restare prigioniero della condizione in cui è venuto al mondo? Non è un problema regionale. È una domanda politica universale. Ma credo che, purtroppo, uno spirito di semplificazione crescente stia invadendo ogni aspetto del pensare e della parola. Lo aveva capito già Pasolini, che nel 1973 scriveva: “La letteratura è un vecchio valore di cui il nuovo potere non sa più che farsene”.

Il borgo, ci ha ricordato il poeta e filosofo Giuliano Belloni, è “un avamposto dove tutti gli abitanti parlano la stessa lingua, sentono la stessa primavera che tu hai visto e fai memoria”. Un avamposto di relazioni, quindi, prima ancora che un luogo geografico. Ma il destino dei borghi è strettamente legato anche alla difesa delle piccole scuole. La realtà, spesso sottovalutata, delle pluriclassi nasce dallo spopolamento, ma può diventare anche una risorsa educativa se sostenuta con intelligenza, servizi e visione. Quando, invece, la scuola viene percepita come fragile o marginale, molte famiglie scelgono di trasferirsi nei comuni vicini. Si crea così un circolo vizioso: partono le famiglie, si svuotano le scuole, le scuole chiudono, e con esse si spegne una delle ultime luci del paese. Cosa possono e devono fare, allora, le amministrazioni pubbliche per frenare questa deriva?

Forse bisognerebbe smettere di guardare la scuola soltanto attraverso il numero degli iscritti. Capisco bene che servano organizzazione, risorse, personale, sostenibilità. Ma ci sono luoghi in cui una scuola vale più della somma dei suoi alunni. In un piccolo paese la scuola è un presidio civile. È il segno che una comunità non si arrende. Quando chiude una scuola, spesso comincia un processo psicologico prima ancora che demografico: le famiglie pensano che lì non valga più la pena restare. E qui torna il tema dell’uguaglianza sostanziale. La Repubblica non può limitarsi a dire che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Deve creare le condizioni perché quella uguaglianza diventi reale. Se in un territorio mancano scuole, trasporti, asili, servizi, connessioni, opportunità, il diritto resta scritto sulla carta ma non entra nella vita. Le piccole scuole, quindi, non vanno difese solo con la nostalgia. Vanno ripensate. Possono diventare scuole aperte al territorio, connesse digitalmente, capaci di lavorare in rete con altri istituti, con biblioteche, laboratori, educazione ambientale, memoria locale, cittadinanza attiva. Le pluriclassi, se sostenute bene, possono diventare anche luoghi di apprendimento più cooperativo, più umano. Ma servono strumenti adeguati e docenti messi nelle condizioni di lavorare davvero. Le amministrazioni pubbliche devono fare rete. Non possono affrontare da sole una questione così delicata. Noi, insieme ai Comuni di Caraffa del Bianco e Casignana, riusciamo ancora a mantenere la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado. Ma dobbiamo dirlo con chiarezza: se un giorno questo presidio dovesse chiudere perché mancano due o tre alunni per raggiungere un numero stabilito da una tabella, allora non verrebbe meno soltanto un servizio. Potrebbero chiudere anche tante case dei nostri paesi. Senza una comunità educante tutto diventa più fragile. Il paese diventa attesa, spostamenti continui, disagio quotidiano per le famiglie. Si perde una parte essenziale della vita collettiva. Perché una scuola, in un piccolo centro, non è solo un servizio ma un legame che tiene insieme le generazioni. È il segno concreto che un domani, forse, è ancora possibile.

Nei giorni scorsi lei ha ricordato che il futuro di tanti ragazzi non può essere condizionato dalle condizioni sociali e che Saverio Strati ha scritto che ci si può difendere dalle ingiustizie anche imparando a leggere e scrivere. Ne ha parlato il giorno della commemorazione della nostra Repubblica alludendo al romanzo di Strati La Marchesina. Strati lì descrive Sant’Agata come un paese socialista. Ma poi anche questa speranza passa.

Nel libro La Marchesina, il 2 giugno 1946 non è solo una data istituzionale. È il momento in cui un paese povero, contadino, abituato alla fatica e alla dipendenza, sente per un istante che la storia può cambiare direzione. A Sant’Agata del Bianco la Repubblica vinse con il 58,56 per cento dei voti. Strati consegna quel passaggio alla memoria letteraria con una frase: “S. Agata Socialista!”. È il segno di una speranza collettiva. Per i poveri, i contadini, gli operai, quella parola voleva dire pane, dignità, giustizia, possibilità di riscatto. In Noi Lazzaroni, inoltre, un romanzo di Strati del 1972, c’è un momento in cui la storia smette di essere soltanto racconto e diventa scena. E quella scena è la piazza, dove, un tempo, parlavano i padroni. Discutere a voce alta era un privilegio, quasi un segno di potere. Gli altri ascoltavano. Contadini e operai erano esclusi non solo dalla ricchezza, ma anche dalla parola. Poi qualcosa si rovescia. Gli operai cominciano a parlare animatamente, a voce alta. È un gesto semplice, ma è già politico. Quella voce alta non è arroganza. È coscienza. Questa trasformazione si sente ancora di più quando gli operai tornati da tutti gli angoli d’Europa si sentono, per la prima volta, protagonisti. La piazza cambia significato: non è più soltanto il luogo del potere, ma diventa il luogo del riconoscimento. Dentro questa trasformazione c’è anche un canto: Bandiera Rossa. Lo cantavano le donne nei campi, lo fischiettavano i bambini, e pareva davvero che il mondo fosse finito, almeno per un momento, nelle mani di chi non aveva mai avuto nulla. Poi, certo, quella speranza passa. O almeno si consuma. Il canto scompare. Al suo posto arrivano canzonette prive di senso. Non è soltanto un cambiamento musicale. È un mutamento politico e umano: il passaggio da una comunità che si riconosce a una comunità che si disperde. Strati è grande anche per questo. Non racconta soltanto l’entusiasmo. Racconta il dopo, la promessa mancata, il dolore di una liberazione rimasta incompiuta. Per questo ho voluto che quella frase, “S. Agata Socialista!”, entrasse nella Sala Consiliare del Comune. Non per nostalgia e non per appartenenza ideologica. Ma perché quella frase ricorda che la Repubblica, nei nostri paesi, nacque anche come attesa di giustizia sociale. Non fu soltanto un cambio istituzionale. Fu, per molti poveri, la speranza di non essere più condannati dalla nascita. E qui torna il tema della scuola. Strati lo sapeva bene. Lui, figlio di muratore, ragazzo costretto a lavorare, capì sulla propria pelle che leggere e scrivere potevano diventare strumenti di difesa. Non bastano, certo. La cultura da sola non abbatte le ingiustizie. Ma senza cultura gli ultimi restano più soli, più esposti, più facilmente dominabili.

Strati è stato un autodidatta. Mentre i suoi coetanei andavano a scuola lui spaccava le pietre e posava i mattoni. Leggeva libri presi in prestito e non ha mai smesso di studiare. “Il miracolo di questo muratore diventato scrittore è anche la perseveranza di chi non si limita a raccontare storie ma inventa un linguaggio ostinatamente fedele alla realtà dei personaggi”, si legge nella prefazione del libro che lei ha scritto di recente, che poi è la biografia di Strati, il libro Solo come la luna. C’è più rabbia o solitudine in questo titolo?

Ci sono entrambe. Ma non sono due sentimenti separati. In Strati la solitudine diventa conoscenza. E la rabbia non si trasforma in odio. Diventa denuncia, anche politica.Nel mio saggio parto dall’immagine della luna. Non la luna delle favole o delle canzoni. La luna di Strati è uno specchio del tempo. Non abbellisce il mondo. Lo guarda da lontano. È una luna silenziosa, antica, che accompagna la fatica di portarsi dentro il proprio passato e la propria terra. Solo come la luna viene dall’incipit di Tutta una vita: “Sei stanco e avanti negli anni. Sei solo come la luna, da tempo ormai”. Non è soltanto una frase bella. È una condizione esistenziale. Strati, soprattutto nell’ultima parte della sua vita, si sente distante dai luoghi e dalle persone. Ma proprio come la luna continua a illuminare. Da lontano, ma diffonde una luce. La rabbia, nei suoi libri, nasce dal vedere l’ingiustizia. La solitudine nasce dal non accettare le finzioni consolatorie. In mezzo c’è la letteratura, che per lui non è mai evasione. È una forma di verità. Ecco perché il cuore del libro è proprio il passaggio dalla vita alla letteratura. Strati parte da un mondo reale: Sant’Agata, l’Aspromonte, i contadini, i muratori, gli emigranti, le donne oppresse, i ragazzi inquieti, i lavoratori. Il mio lavoro prova a seguire questo movimento: la persona reale che diventa personaggio, il dialetto che diventa lingua letteraria, la rabbia che diventa coscienza, l’amore per la propria terra che diventa anche denuncia dei suoi mali. Nel mio saggio provo a spiegare che Strati non fu “il muratore diventato scrittore”, come se si trattasse di una curiosità biografica. Il lavoro manuale gli diede una misura del mondo. Gli insegnò la fatica, il peso delle cose, la precisione dei gesti, la serietà della materia. Lui diceva che il mestiere non è saper mettere le pietre, ma capire perché si mettono le pietre. Questa frase vale anche per la sua scrittura. Strati non mette parole una dopo l’altra per mestiere esteriore. Cerca il perché delle parole. Ogni parola deve avere una funzione, un peso, una sua verità.

Torniamo a Sant’Agata del Bianco. Lei ha detto che vivere in collina è un modo diverso di guardare il mondo e che dai margini si vede meglio qualcosa che dal centro è invisibile. È così?

Sì, ma non vorrei che questa frase fosse letta in modo romantico. I margini non sono belli perché sono margini. Spesso sono faticosi e ingiusti. Ma dai margini vedi meglio certe cose perché ne porti il peso, perché conosci la distanza tra ciò che viene promesso e ciò che accade davvero. Altro che nuove proposte di legge sulle aree interne. Ogni giorno ci rendiamo conto che un servizio pubblico non è una parola astratta. È la differenza tra restare e partire. E capisci che una strada, una connessione, un medico, un autobus possono decidere il destino di una famiglia. Insomma, dal centro, a volte, si vedono le statistiche. Dai margini, invece, si vedono i volti e gli sguardi. Purtroppo, per anni, una parte del discorso pubblico ha raccontato il Sud come un luogo che riceve troppo, spreca e pretende. Ma questa narrazione spesso serve a coprire una verità più scomoda: in molte aree del Mezzogiorno non sono mai stati garantiti davvero gli stessi livelli di servizi, infrastrutture e opportunità. Certo, gli sperperi di denaro pubblico, le cattive gestioni e le responsabilità esistono e vanno combattuti. Ma non si può trasformare una disuguaglianza storica in una colpa collettiva. Vivere in collina mi ha insegnato l’etica della resistenza. E mi ha fatto capire che bisogna partire sempre dalle conseguenze concrete delle decisioni. Ogni ritardo, ogni inefficienza, ogni occasione perduta qui pesa di più, perché diventa sfiducia, emigrazione e spopolamento. Per questo il Sud non ha bisogno di consolazioni generiche. Ha bisogno di serietà e impegno. Forse dai margini si vede proprio questo: che il futuro di un Paese non si decide soltanto dove tutto corre, ma anche dove qualcosa rischia di spegnersi.


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 Vincenzo Brancatisano

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