Ceuta e quelle persone considerate da ogni lato del confine «merce invece che esseri umani»


Le 70mila persone che a fine luglio sono entrate a Ceuta dal Marocco in poche ore, attraverso il molo del Tarajal e Castillejos, vengono raccontate come la crisi migratoria più grave nella storia recente dell’exclave spagnola. La gran parte dei migranti è già rientrata in Marocco: secondo il ministero dell’Interno spagnolo, circa 70mila dei 72mila entrati sono tornati nel Paese, mentre tra le 2.500 e 5mila persone restano ancora in città. Il bilancio provvisorio parla di almeno 88 morti confermati dalle autorità di Ceuta, oltre ai corpi recuperati nelle acque marocchine. La città è passata da circa 200 minori assistiti a metà luglio agli attuali 862. Il governo Meloni ha prima minacciato di sospendere Schengen, poi la minaccia è diventata realtà.

Nonostante una tragedia che ha causato quasi 90 morti accertate in mare e abbia gettato centinaia di minori stranieri non accompagnati in un vuoto normativo e assistenziale, le istituzioni europee continuano a ignorare deliberatamente quanto sta accadendo. Come sempre, da questo lato del confine si fa fatica a guardare la cosa più importante: le persone. Perché scappano, da cosa, con chi, cosa desiderano.

Asmaa Kherrati è italo-marocchina e lavora con JengaLab, un’organizzazione italiana specializzata in trasformazione digitale per la cooperazione internazionale allo sviluppo. Consulente con un lungo passato nel mondo delle ong, oggi segue per JengaLab diversi progetti in Marocco: da InclusiveNISSA’, di cui l’ong italiana Cospe è capofila, che punta a rafforzare l’inclusione finanziaria delle donne in sei Paesi dell’area Asia Sud-Occidentale e Nord Africa, a Tilila, nato invece da un’altra ong, Oxfam, iniziato dopo il terremoto del 2023 nella regione di Marrakech-Safi per colmare il divario tra le competenze di giovani, donne e persone con disabilità e i bisogni del tessuto economico locale. Vive parte dell’anno in Italia, un’altra parte in Marocco, dove si trova ora.

«Prima della pandemia, quindi prima del 2020, c’erano migliaia di marocchini, soprattutto donne, impiegate come collaboratrici domestiche e badanti, che attraversavano quotidianamente il confine tra Fnidq e Ceuta», spiega Kherrati. «Lo potevano fare grazie a permessi speciali e a un commercio informale molto intenso all’epoca».

«Dopo la pandemia, però, questo sistema non è mai tornato ai livelli precedenti: Marocco e Spagna hanno dovuto chiudere le frontiere, gli attraversamenti sono diminuiti e le regole sono diventate molto più rigide. Anche le tensioni diplomatiche tra i due Paesi hanno reso questa mobilità precaria, difficile, complessa. La situazione attuale ha aggravato ulteriormente le cose, con controlli più severi e code più lunghe che penalizzano soprattutto i lavoratori pendolari».

Questo ha avuto un grande impatto su giovani e donne «che avevano opportunità lavorative, anche solo giornaliere, in Spagna». Probabilmente «le entrate economiche erano molto più interessanti rispetto a oggi. Quindi quella stessa popolazione si trova ora in una situazione molto più complicata».

Un Paese a due velocità

È lei stessa a usare questa espressione per descrivere il Marocco di oggi: da un lato un’immagine internazionale fatta di tecnologia e crescita, dall’altro una fascia di popolazione ai margini, con accesso limitato a istruzione e lavoro. Eppure è un Paese dove le proiezioni dicono che il pil nel 2026 crescerà fino al 5,3%. Ma è una ricchezza che non viene distribuita. In Marocco l’età media è di 30 anni e Kherrati individua tre spinte che, secondo lei, alimentano la voglia dei giovani di partire: la necessità economica di chi non ha alternative, la curiosità di chi vuole semplicemente formarsi altrove, scontrandosi però con una burocrazia che rende difficile ottenere un visto anche ai più qualificati, e il bisogno di uno spazio di libertà d’espressione che nel Paese, sottolinea, incontra ancora restrizioni significative nei confronti di giornalisti e attivisti.

C’è poi un quarto elemento, più sottile, che chiama “effetto vetrina” della diaspora: «I social media amplificano il racconto della parte migliore della vita in Europa – viaggi, casa, opportunità – lasciando in ombra la fatica quotidiana di chi vive di turni di notte e affitti che si mangiano metà dello stipendio». Un meccanismo che, spiega, non nasce da malafede ma finisce comunque per costruire un mito sulla facilità della vita europea, con conseguenze psicologiche pesanti per chi poi si scontra con la realtà.

Alla domanda se si possa parlare di un Paese elitario, la risposta è articolata: «Una fascia media esiste, come la categoria degli insegnanti. Ma resta ridotta rispetto a un’élite che si tramanda ricchezza di generazione in generazione, al punto che in Marocco basta un cognome per capire da quale famiglia si proviene. A crescere, nel frattempo, è soprattutto la fetta di popolazione che fatica a inserirsi nel mondo del lavoro»

Le richieste della Generazione Z: istruzione, sanità, lavoro formale

Sulle proteste della Generazione Z marocchina, individua tre nodi strutturali. «Il primo», spiega, «è l’istruzione: retaggio del periodo coloniale, il sistema scolastico pubblico è in arabo, ma l’università è prevalentemente francofona, un gap linguistico che penalizza chi non proviene da famiglie francofone e benestanti, portando molti giovani ad abbandonare gli studi. Il secondo è la sanità, sempre più privatizzata. Il terzo è il lavoro informale, che lascia ancora molti marocchini privi di diritti di base come la copertura assicurativa».

Ceuta, il silenzio della stampa e il corpo come linguaggio

Mentre in Europa il racconto mediatico si concentra rapidamente su sicurezza delle frontiere e scontro politico tra governi, in Marocco il dibattito pubblico resta molto più cauto. «Manca ancora», denuncia Kherrati, «un discorso ufficiale che spieghi perché le frontiere si siano aperte con tanta facilità, e sente una diffusa delusione per la scarsa attenzione riservata alle vittime».

Quello che è accaduto a Ceuta è «profondamente disumanizzante da entrambi i lati. Quando la voce viene messa a tacere l’unica cosa che resta ai giovani è il proprio corpo – da esporre in piazza rischiando il carcere, o in mare rischiando la vita. Un corpo che finisce per diventare leva geopolitica per i governi, merce per i trafficanti, immagine di crisi per i media, raramente ascoltato come persona».

AP Photo/Antonio Sempere

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 Anna Spena

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