Un itinerario per scoprire la Turchia tra storia e mito: Troia, Assos e Antandros


Abbiamo ancora bisogno di miti? È una domanda a cui si può rispondere solo attraversando lo stretto dei Dardanelli, in Turchia, mentre la strada accompagna verso il sito archeologico di Troia. Un viaggio che ha due anime, il mito da una parte e la realtà dall’altra. All’ingresso del sito un cartello domanda: “Troia’da neden üst üste birçok tabaka var?” – perché Troia ha così tanti strati? Gli archeologi ne hanno identificati nove: una città “a cipolla”, dove ogni epoca ha cancellato e insieme conservato la precedente. Non è un sito come Selinunte, Paestum o Pompei. Qui non c’è una città ferma nel tempo. C’è una sovrapposizione da attraversare con lo sguardo. La sua forza non sta solo nelle rovine, ma nel paesaggio che le contiene. Il verde invade gli scavi. I pascoli arrivano a pochi metri. Le mucche attraversano lo sfondo. I papaveri e le fioriture interrompono la terra bruna. Le api ronzano costanti. Non è un fondale: è un presente che interferisce con il passato. In questo spazio è inevitabile immaginare l’Iliade: Achille, Ettore, Elena, e il cavallo, simbolo di inganno e fiducia tradita. Una sua grande riproduzione accoglie i visitatori già all’ingresso come immagine inevitabile del mito. Poi, però, lo sguardo cambia. Dall’immaginazione si passa alla visione.

La grande riproduzione del cavallo all’ingresso dell’area archeologica di Troia. Ph: Luisa Taliento

Materia, memoria e sapori tra le rovine dell’antica Troia

A pochi minuti dall’area archeologica si trova il Troya Müzesi, un edificio compatto, quasi monolitico, rivestito in acciaio ossidato color ruggine. Un volume che sembra emergere dalla terra stessa. Il museo custodisce reperti preziosi: il sarcofago di Polissena, tra i più imponenti rinvenuti in Anatolia, corredi funerari, gioielli, vasi, sculture. Circa cento di questi reperti saranno esposti a Roma, al Parco Archeologico del Colosseo, dal 12 giugno al 18 ottobre, nella mostra Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico. Il dualismo tra mito e realtà continua anche altrove, fino a diventare gusto. Al Globi Café il riferimento è alla tradizione culinaria dell’area troiana. I proprietari sono gli unici a preparare secondo una ricetta storica un dolce semplice: palline di miele, formaggio, semolino, ricoperte di sesamo e decorate con menta fresca, dal sapore arcaico. Poi il viaggio si allarga lungo la nuova Wine route della regione dei Dardanelli, dove la viticoltura diventa un altro modo di leggere il territorio. Alla cantina Asmadan Winery il vino non è solo degustazione, ma racconto. Quello di un piccolo museo con reperti (anche originali) e pannelli che ricordano lo Scudo di Achille, forgiato da Efesto e descritto nel Libro XVIII dell’Iliade (versi 478-608), con una splendida vigna dorata con tralci scuri e grappoli, sorretta da pali d’argento. Una visione del reale che include anche il vino e i suoi rituali, come parte di una civiltà che si racconta mentre si osserva.

Proseguire miti e tradizioni dell’Anatolia oggi

E colpiscono per la loro precisione anche i mosaici creati da Emine Özkaya Daloğlu, alla Raphapsodos Mosaic Art House, un tempio di volti mitologici incastonati in piatti di ceramica di Çanakkale. È possibile poi seguire un laboratorio con l’artista, che nel modo in cui lavora, si muove, parla, sembra quasi sovrapporsi alle figure che rappresenta: un’Ifigenia contemporanea, con tanto di abito bianco lungo, sandali e capelli intrecciati sulla testa. L’arte della ceramica trova la sua casa poco distante, nel Museo della Ceramica, ricavato da un ex bagno turco. Tra le sue mura di pietra si compie un viaggio che lega l’argilla millenaria ai pezzi contemporanei, ricordando che qui la ceramica è l’anima stessa della città, il cui nome significa letteralmente “fortezza delle ciotole”.

Natura e storia nel sito di Assos

Sempre respirando la storia, l’itinerario si sposta ancora più a sud. Basta percorrere poco più di 60 chilometri tra gli uliveti della costa per raggiungere il sito archeologico di Assos, dove il mito cambia pelle e si fa pietra. Se Troia è una complessa stratificazione sotterranea, qui le rovine s’innalzano verso il cielo, dominate dall’acropoli e dal Tempio di Atena, l’unico esempio di architettura in stile dorico rimasto in tutta l’Anatolia. Ma è ancora una volta la natura a prendere la parola: lo sguardo spazia libero sull’azzurro dell’Egeo. E non è difficile immaginare il profilo della dea a guardia del mare e dei marinai che sfidavano questo stesso orizzonte. Ai piedi delle rovine, il villaggio di Behramkale accompagna la discesa verso la costa, fino all’antico porto di Assos. Oggi questo molo è un susseguirsi di ristoranti di pesce e caffè affacciati direttamente sull’acqua, dove ci si ferma a guardare le barche ormeggiate e il profilo dell’isola di Lesbo all’orizzonte. Prima di spingersi oltre, il viaggio concede un’ultima sosta nell’entroterra a Yeşilyurt Village, un borgo arroccato sulle pendici del Monte Ida. Qui, tra storiche case in pietra ed ulivi secolari, vicoli silenziosi nascondono piccoli laboratori di artigiani, atelier di tessitura e gallerie d’arte, dove creativi e maestri locali mantengono vivo lo spirito culturale della regione.

Il magico scenario di Antandros

A una quarantina di chilometri più in là c’è Antandros, immersa in una cartolina mediterranea, tra pini, campi fioriti e ulivi, tra cui uno che veglia sul territorio da oltre 750 anni. Qui la realtà ha il passo giovane degli scavi portati avanti dagli archeologi dell’Università dell’Egeo, mentre le visite si fanno con le guide dell’Associazione di Antandros. La meraviglia si nasconde nei resti della Yamaç Ev, una lussuosa domus romana arrampicata sulla collina. I pavimenti musivi sono straordinariamente conservati e rivelano geometrie a spirale e uccelli che si abbeverano da un kantharos. Alle pareti, invece, la pittura si sostituisce alla pietra con raffinatissimi affreschi romani che imitano venature e lastre di marmo. È esattamente dalla spiaggia di Antandros che Virgilio fa iniziare l’avventura di Enea verso Occidente. In fuga dalle ceneri di Troia, l’eroe scelse questo golfo riparato per raccogliere i sopravvissuti, abbattere i pini del monte Ida, costruire la sua flotta e salpare verso l’ignoto, gettando il seme di quella che diventerà Roma. Un legame profondo che, alla fine della visita, si fa persino sapore. Le guide offrono infatti il Libum, un antico dolce di formaggio adagiato su una foglia d’alloro: una ricetta rituale che profuma di sacro e di millenni.

Luisa Taliento

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