Maturità e Prove Invalsi, l’enigma dei numeri: 99,8% di promossi, 14mila lodi. Ma il sistema di valutazione è ancora credibile? La riflessione del CNDDU


I dati dell’Esame di Maturità 2026 hanno fatto il giro del Paese: il 99,8% degli studenti ammessi ha ottenuto il diploma, e ben 14.123 candidati hanno raggiunto il massimo dei voti con lode.

Numeri che, a prima vista, raccontano una generazione di giovani preparatissimi e un sistema scolastico che funziona a pieno regime. Ma se si incrociano queste percentuali con le rilevazioni INVALSI, il quadro si fa più complesso e, per certi versi, contraddittorio.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani , presieduto da Romano Pesavento, ha deciso di andare oltre la superficie statistica, sollevando un interrogativo di fondo: quanto è realmente comparabile il voto di Maturità tra le diverse regioni italiane? E qual è il valore di un titolo di studio che viene ormai conferito quasi “a scatola chiusa”?

Il paradosso territoriale: eccellenze al Sud, criticità nei test

Il dato più eclatante riguarda la distribuzione geografica delle eccellenze. Le 100 e lode risultano particolarmente concentrate in alcune regioni del Mezzogiorno. Un risultato che, se letto da solo, farebbe pensare a una primavera educativa nel Sud Italia.

Tuttavia, questa fotografia entra in forte tensione con i dati forniti dall’INVALSI, che continuano a documentare – seppur con segnali di miglioramento – differenze territoriali significative nei livelli di competenze raggiunti in italiano, matematica e inglese. In altre parole, gli studenti del Sud ottengono spesso i voti più alti alla Maturità, ma mostrano, in media, livelli di competenza standardizzati inferiori rispetto ai coetanei del Centro-Nord.

Secondo il CNDDU, questo “disallineamento” non deve essere liquidato con facili polemiche, né tantomeno può giustificare un attacco al merito dei singoli studenti o alla serietà dei docenti. Tuttavia, ignorarlo significherebbe mettere a repentaglio la credibilità stessa del sistema scolastico.

Due strumenti, due anime diverse

Pesavento sottolinea una distinzione cruciale che spesso sfugge al dibattito pubblico: Maturità e Invalsi non sono la stessa cosa.

  • Le prove INVALSI sono test standardizzati, pensati per misurare competenze “oggettive” e fornire al Ministero un quadro statistico dello stato di salute della scuola, evidenziando divari e criticità.
  • L’Esame di Stato, invece, è una valutazione “totale” del percorso quinquennale, che tiene conto non solo del nozionismo, ma anche dell’autonomia, della capacità di argomentazione, della responsabilità e della maturazione personale dello studente.

“Proprio perché differenti, tuttavia, i due strumenti dovrebbero essere letti in relazione tra loro”, afferma il Coordinamento. Quando gli esiti dei due sistemi restituiscono rappresentazioni sensibilmente diverse degli stessi territori, “le istituzioni scolastiche hanno il dovere di interrogarsi sulle ragioni di tale fenomeno”.

Il richiamo alla Costituzione

La questione, avverte il CNDDU, non è meramente tecnica o statistica, ma altamente costituzionale. Gli articoli 3 e 34 della Carta Fondamentale impegnano la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale e a garantire un effettivo diritto all’istruzione.

Se il luogo di nascita o il territorio in cui si frequenta la scuola influenzano il “valore” del voto finale, allora quel voto perde la sua autorevolezza. “Un sistema scolastico nazionale deve poter garantire che le certificazioni rilasciate al termine del secondo ciclo siano fondate su criteri trasparenti, equilibrati e sufficientemente omogenei”, si legge nella nota.

L’utilità dell’Esame: serve ancora?

Di fronte al 99,8% di promossi, il CNDDU pone una domanda che molti genitori e studenti si fanno in silenzio: ha ancora senso l’Esame di Maturità nella sua configurazione attuale?

La risposta del Coordinamento è un “sì” convinto, ma a una condizione. L’Esame non deve essere abolito perché conserva un importante valore simbolico e istituzionale: è il momento in cui lo Stato certifica pubblicamente il raggiungimento di un traguardo.

Tuttavia, “se la quasi totalità degli studenti ammessi consegue il diploma, la sua funzione non può essere individuata prevalentemente nella selezione, ma deve essere ricercata nella qualità e nell’attendibilità della certificazione finale”. Se tutti passano, l’Esame deve servire per garantire che quel passaggio sia significativo e che quel voto finale abbia un peso concreto e uguale per tutti.

Una proposta: Invalsi come “termometro” aggregato

Per superare questa impasse, il CNDDU propone un uso più intelligente e complementare delle prove INVALSI, senza però che queste diventino un automatismo per il calcolo del voto finale (come accaduto in passato con il bonus della lode).

L’idea è quella di utilizzare i dati INVALSI in forma aggregata come strumento conoscitivo. Se in una regione o in un istituto si registrassero scostamenti significativi e persistenti tra il livello di competenze rilevato e i voti di Maturità, quel territorio diventerebbe oggetto di analisi e, eventualmente, di politiche di sostegno, piuttosto che di stigmatizzazione.

“Non per individuare scuole o territori da stigmatizzare, ma per comprendere dove e perché si producano differenze e per predisporre adeguate politiche di sostegno“, precisano i docenti.

Le eccellenze al Sud non sono un “problema”, ma una risorsa da tutelare

Il Coordinamento tiene a precisare che i numerosi studenti eccellenti del Mezzogiorno rappresentano una risorsa immensa per il Paese, la prova che i divari educativi, spesso associati a condizioni socio-economiche svantaggiate, non sono immutabili. Gli investimenti nella qualità dell’offerta formativa e nella continuità didattica stanno dando frutti.

Ma è proprio per tutelare queste eccellenze che il sistema deve garantire loro una valutazione dotata di uguale autorevolezza istituzionale in tutta Italia. “Il problema, dunque, non è stabilire se vi siano ‘troppe’ lodi, ma assicurare che ogni lode, ogni 100 e ogni diploma siano espressione di criteri credibili, trasparenti ed equi”, conclude Pesavento.

La scuola della Repubblica non è chiamata a uniformare gli studenti, ma a riconoscere il merito. E il merito, per essere tale, deve poter essere riconosciuto ovunque, con lo stesso metro.


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 Andrea Carlino

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