Watamu, case abbattute: promesse e terre senza titoli :: MalindiKenya.net


Per generazioni hanno abitato una terra che consideravano propria, prima in case semplici, poi in costruzioni di cemento, con i risparmi messi da parte lavorando negli alberghi, nei ristoranti e sulle spiagge di Watamu. Hanno visto crescere i figli, costruire nuove stanze, aprire piccole attività e trasformare appezzamenti un tempo rocciosi e incolti in luoghi di vita e di lavoro. Poi, all’alba, sono arrivati la polizia, gli uomini armati e le ruspe. A Jacaranda, la terra che non hanno mai potuto intestarsi con un titolo ufficiale è diventata improvvisamente una proprietà contesa. E le case, per quanto solide, non sono bastate a difenderli. Oltre 38 famiglie denunciano la demolizione delle loro abitazioni, alcune costruite con i guadagni di una vita nel turismo. La disputa sulla proprietà dei terreni riaccende le proteste e le accuse di “land grabbing”. L’opposizione chiede giustizia, mentre la mancata distribuzione dei title deed continua a pesare sulla storia della costa keniana.


La ruspa arriva prima della sentenza

Le immagini e le testimonianze raccolte da TV47 raccontano una nuova giornata di paura nel quartiere di Jacaranda, a Watamu. Nelle prime ore del mattino, intorno alle quattro, le demolizioni sarebbero state avviate mentre pioveva, con la presenza della polizia, di uomini armati ingaggiati privatamente e di una ruspa. Secondo il resoconto, sono state colpite le abitazioni di decine di famiglie, comprese quelle di giovani madri e bambini.

I residenti denunciano di essere stati colti di sorpresa, senza avere il tempo di mettere in salvo mobili, vestiti e oggetti personali. Alcuni sostengono che siano stati sottratti anche beni domestici durante le operazioni. Le loro accuse chiamano in causa un imprenditore che rivendicherebbe la proprietà di un’area di circa 300 acri, sulla quale sorgono abitazioni e altre costruzioni.

Hamisi Kombe, conosciuto anche da turisti e residenti italiani come Robby Rasta, ha dichiarato che si tratta della terza ondata di demolizioni nella zona sotto supervisione della polizia. Moki Katana, che afferma di vivere a Jacaranda da oltre trent’anni, ha raccontato di aver perso la casa costruita con i risparmi di una vita. Altri residenti chiedono un intervento urgente del governo, denunciando che alcuni bambini si trovano senza un tetto e rischiano di non poter frequentare la scuola.

Le famiglie contestano soprattutto il modo in cui sarebbe stata condotta l’operazione: secondo Jackson Tsuwi, il proprietario che rivendica il terreno avrebbe avviato una causa giudiziaria, ma le demolizioni sarebbero cominciate prima della conclusione del procedimento. La questione dovrà essere chiarita nelle sedi competenti: le denunce dei residenti non equivalgono a una decisione giudiziaria sulla titolarità dei terreni, ma sollevano interrogativi sulla tutela delle persone coinvolte e sul rispetto delle procedure legali.

Non sono più capanne: sono case costruite con il turismo

È qui che la vicenda di Jacaranda assume un significato particolare per Watamu e per l’intera costa.

Nella zona non ci sono soltanto abitazioni precarie, facilmente liquidabili nell’immaginario di chi guarda da lontano. Molte famiglie hanno costruito nel tempo edifici permanenti, talvolta a più piani, investendo i guadagni ottenuti lavorando nel settore turistico. Sono muratori, lavoratori degli alberghi, operatori della spiaggia, commercianti e piccoli imprenditori che hanno trasformato il proprio lavoro in mattoni, cemento e tetti.

In alcuni casi, le costruzioni hanno anche una funzione ricettiva o commerciale. Il turismo, che ha fatto crescere Watamu e creato opportunità economiche per generazioni di residenti, ha consentito a tante famiglie di migliorare le proprie condizioni di vita. Ma proprio l’aumento del valore dei terreni costieri rende oggi più aspra la contesa sulla proprietà.

Una porzione di terra che ieri appariva marginale, sassosa e poco produttiva può diventare oggi un investimento appetibile, soprattutto se si trova in prossimità del mare, delle strutture turistiche e delle infrastrutture. Quando il valore economico cambia, cambiano anche gli interessi in gioco.

Le famiglie di Jacaranda sostengono di vivere su questi terreni da decenni, in alcuni casi da più generazioni. La loro permanenza, tuttavia, non coincide necessariamente con il possesso di un titolo registrato: ed è proprio questa distanza tra la storia vissuta e la proprietà formalmente riconosciuta a renderle vulnerabili.

La loro non è soltanto una questione di muri abbattuti. È il problema di chi ha investito per anni in una casa senza riuscire a ottenere quel documento che, in un sistema fondiario basato sulla registrazione ufficiale, può fare la differenza fra il diritto riconosciuto e la condizione di occupante.

Dall’altra parte, quei terreni ormai valgono infinitamente di più di venti, trent’anni fa e il boom turistico di Watamu ha aumentato la richiesta di porzioni più vicine possibile al mare. Quel turismo che ha portato le famiglie originarie dalla capanna di fango al cemento, dalla miseria rurale ad una condizione migliore, ora minaccia di farli ricominciare da zero.

Il grande paradosso dei title deed

La distribuzione dei title deed, i titoli ufficiali di proprietà, è una delle questioni più antiche e irrisolte della costa keniana. A Kilifi, come in altre aree costiere, le controversie fondiarie affondano le radici nella storia coloniale, nelle assegnazioni dei terreni, nei diritti consuetudinari e nelle difficoltà incontrate da molte comunità per ottenere un riconoscimento legale delle terre abitate e coltivate per generazioni.

Dopo l’indipendenza, la questione non è stata risolta in modo uniforme. In diversi casi, i residenti hanno continuato a vivere e lavorare su appezzamenti privi di una documentazione chiara, mentre altri soggetti hanno rivendicato diritti di proprietà fondati su registrazioni ufficiali. Non tutte le controversie hanno la stessa origine e non ogni rivendicazione di proprietà è illegittima: proprio per questo servono verifiche trasparenti, accesso agli archivi e procedure che permettano di distinguere i diritti validi dalle eventuali appropriazioni indebite.

Per le famiglie di Jacaranda, il problema si è tradotto in una lunga attesa. I residenti raccontano di aver chiesto per anni alle autorità i documenti necessari a regolarizzare la loro posizione, senza ottenere una soluzione definitiva. Nel frattempo hanno costruito, ampliato le case e investito denaro, spesso senza disporre delle garanzie giuridiche necessarie a proteggere quei beni.

C’è anche una responsabilità più difficile da affrontare: quella di una cultura della precarietà nella quale si continua a costruire e a investire confidando nella permanenza, nella consuetudine e nelle promesse politiche. Un fatalismo che non può essere liquidato come semplice disattenzione individuale, perché nasce anche dalla convinzione, maturata in decenni di attese, che prima o poi lo Stato riconoscerà una situazione che tutti conoscono.

Ma quando arriva una rivendicazione concorrente, quella fiducia si rivela fragile. E i risparmi di una famiglia possono finire schiacciati fra un documento che manca, un diritto contestato e una macchina che non aspetta.

Ruto distribuisce titoli, ma la questione rimane aperta

La coincidenza con le recenti iniziative del governo rende il caso ancora più significativo.

Il 29 settembre, il presidente William Ruto ha presieduto a Kilifi alla consegna di 36.826 titoli di proprietà, nell’ambito di un programma che punta a distribuire 500.000 documenti fondiari lungo la costa. L’iniziativa comprende diverse circoscrizioni della contea, fra cui Kilifi South e Malindi, e viene presentata dall’esecutivo come una risposta alle ingiustizie storiche e alla condizione di migliaia di famiglie prive di sicurezza fondiaria.

Il governo ha inoltre dichiarato di voler affrontare il problema dei terreni occupati da residenti che non possiedono documenti di proprietà, anche attraverso strumenti di regolarizzazione e, nei casi previsti, accordi con i titolari dei diritti registrati.

Eppure, la consegna di migliaia di titoli non significa che tutte le controversie siano state risolte. Pochi giorni dopo, il 6 ottobre, alcuni residenti della vicina contea di Kwale avrebbero contestato le dimensioni dei terreni loro assegnati, sostenendo di aver ricevuto appezzamenti più piccoli di quelli occupati tradizionalmente. La distribuzione dei documenti, dunque, non basta se restano aperte le questioni relative all’estensione delle parcelle, all’identità dei beneficiari e alla legittimità delle assegnazioni.

A Jacaranda la domanda è concreta: le famiglie che hanno perso le case rientrano fra quelle che il programma governativo intende tutelare? Quali verifiche sono state effettuate sulle rivendicazioni concorrenti? E perché, dopo decenni di richieste, il problema si presenta ancora sotto forma di demolizioni e proteste?

Sono domande alle quali non basta rispondere mostrando il numero dei documenti distribuiti. Occorre verificare caso per caso chi abbia titolo a ottenere la proprietà, quali diritti possano essere riconosciuti ai residenti e quali rimedi siano disponibili quando un’operazione di demolizione provoca danni prima che la controversia sia chiarita.

L’opposizione denuncia il land grabbing

Il caso della zona di Jacaranda arriva mentre anche l’opposizione politica torna a puntare l’attenzione sulle controversie fondiarie della costa.

Il 10 ottobre, durante l’apertura degli uffici del Democratic Party of Kenya a Kilifi, l’ex procuratore generale Justin Muturi ha denunciato il rischio di appropriazioni illegittime dei terreni e di espulsione delle comunità residenti. Al suo fianco c’era Kalonzo Musyoka, leader del Wiper Party.

Muturi ha chiesto maggiori garanzie per i diritti dei residenti e procedure trasparenti per la risoluzione delle dispute, sostenendo che nessuno dovrebbe rischiare di perdere la propria terra per mancanza di influenza politica o di risorse economiche. Nel suo intervento, tuttavia, non ha indicato specifici proprietari o particelle coinvolti nelle accuse. Il suo richiamo costituisce quindi una presa di posizione politica più ampia, non una conclusione sul caso di Jacaranda.

Le dichiarazioni hanno comunque riportato al centro del dibattito una questione che attraversa le campagne elettorali da molti anni: la promessa di restituire ai residenti della costa la sicurezza di vivere sulle proprie terre.

Il rischio è che il dramma delle famiglie diventi ancora una volta materia di comizi, dichiarazioni e visite ufficiali, senza che alla solidarietà seguano verifiche documentali, decisioni amministrative e soluzioni giuridiche durature.

Una promessa che attraversa le generazioni

A Watamu, il turismo viene spesso raccontato attraverso gli arrivi internazionali, gli alberghi, le nuove strutture e le opportunità di lavoro. Ma esiste anche un’altra storia, meno visibile: quella delle famiglie che hanno partecipato alla crescita della destinazione, lavorando per decenni e investendo ciò che guadagnavano nelle proprie abitazioni.

Per loro, la casa non è soltanto un bene immobiliare. È il risultato di una vita, il luogo in cui crescono i figli e si costruisce la possibilità di un futuro diverso. Vederla abbattuta significa perdere insieme risparmi, sicurezza e continuità familiare.

Non si può affermare che il tempo trascorso su un terreno attribuisca automaticamente la proprietà, né che chiunque rivendichi un titolo registrato stia commettendo un abuso. Ma non si può neppure ignorare che decenni di permanenza, investimenti e richieste rimaste senza risposta rendono indispensabile un esame serio dei diritti in gioco.

Lo Stato deve garantire che le controversie siano risolte attraverso procedure legali e verificabili, che gli ordini giudiziari siano rispettati e che le famiglie non vengano lasciate senza tutela. Se le demolizioni sono avvenute prima della conclusione di un procedimento, come sostengono i residenti, sarà necessario chiarire le circostanze e accertare eventuali responsabilità.

I title deed vengono promessi a ogni stagione elettorale come se fossero una soluzione semplice a un problema antico. Eppure, dietro ogni documento ci sono terre, genealogie, investimenti, diritti contestati e talvolta ingiustizie mai riparate.

A Jacaranda, oggi, ci sono persone che cercano di salvare ciò che resta delle proprie case. Per loro il futuro non è una questione astratta di politica fondiaria: è sapere dove dormiranno i figli questa notte.

E la domanda che la costa continua a rivolgere ai suoi governanti è sempre la stessa: quanto deve durare ancora l’attesa perché una famiglia possa chiamare casa propria il luogo in cui ha vissuto per generazioni?


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