Uccidere la natura: se la terra potesse parlare (e chiedere i danni)


Esiste una parola che, da generazioni, attraversa e seduce il dibattito pubblico a tutte le latitudini. La si ritrova nei discorsi politici degli anni ’70, nelle aule universitarie, nelle inchieste scientifiche e nelle grida di protesta in piazza, fino alle arringhe nei tribunali. Questa parola è ecocidio, dal greco oikos (casa) e dal latino caedere (uccidere): la profanazione e l’annientamento della nostra casa comune.

Ne abbiamo parlato quando abbiamo introdotto il concetto di slow violence, ma abbiamo anche ricordato come, da quando ha ottenuto una definizione giuridica riconosciuta su scala globale, l’ecocidio si sia trasformato da concetto teorico ad arma di consapevolezza. Esso non parla solo di compensazione economica per un danno all’ambiente e alla salute umana, ma eleva la distruzione ambientale a disastro internazionale e imperituro, le cui conseguenze graviteranno sull’aria, sulla terra e sull’acqua che lasceremo in eredità.

È un diritto rivolto prima di tutto ai bambini di oggi, che, adulti, domani, avranno sete di giustizia.

Nel suo libro Uccidere la natura. Come l’umanità distrugge e salva l’ambiente (il Saggiatore), Stefania Divertito – giornalista d’inchiesta, già portavoce del ministro dell’ambiente Sergio Costa e capo ufficio stampa dello stesso ministero nei governi Conte I, II e Draghi – conduce il lettore in un racconto che sfida l’idea di progresso basata sullo sfruttamento illimitato delle risorse. Dalla necessità di un nuovo patto etico, al ruolo dei giuristi, l’esperienza sul campo dell’autrice si intreccia con i grandi drammi ambientali del pianeta: il disastro della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, la sparizione di quasi 60 chilometri di corsi d’acqua tra Firenze e Bologna per i cantieri dell’Alta Velocità, le ferite della Terra dei Fuochi, le devastazioni del fracking e della deforestazione in Amazzonia. Fino alla svolta del fiume Atrato in Colombia, riconosciuto come “soggetto di diritti” grazie alle battaglie delle comunità indigene. E molti altri.

Stefania Divertito, foto dell’autrice

Riconoscere l’ecocidio come reato penale internazionale, secondo Divertito, è l’occasione per ricucire la frattura profonda che si è creata tra l’essere umano e la natura, ripartendo dalla responsabilità delle comunità, dei cittadini e soprattutto, dei politici. Perché si è infranto il patto uomo-natura, l’equilibrio si è rotto. L’abbiamo incontrata.

Stefania, il titolo del suo libro è forte: Uccidere la natura. Ma il sottotitolo sposta subito il focus su di noi: Come l’umanità distrugge e salva l’ambiente. Qual è stata la scintilla che l’ha spinta scrivere questo saggio?

Nel 2024, erano trascorsi due anni da quando avevo terminato il mio lavoro al ministero dell’ambiente. Volevo tornare a fare la giornalista, ma avevo dovuto mettere dello spazio tra le due esperienze, anche per correttezza. Proprio in quel periodo, ho letto nelle agenzie una notizia per me importante: l’Unione europea aveva aggiornato la propria normativa penale ambientale, introducendo, per la prima volta, nel preambolo della Direttiva (UE) 2024/1203, il termine ecocidio.

Avevo notato come le comunità colpite dall’inquinamento fossero tornate di nuovo “afone” e avevo capito che il concetto di ecocidio – nella definizione di Stop Ecocide International, di cui anche Vita ha parlato – poteva essere la chiave giusta per scrivere un libro: un modo per ridare loro una voce di speranza e chiedere giustizia. Oggi le battaglie ambientali sembrano quasi passate di moda e conservano una forza purtroppo limitata. Per questo ho scelto di ampliare lo spettro del mio lavoro, occupandomi di quelle comunità che non sono soltanto devastate dalla guerra ma anche ingiuriate dall’inquinamento.

Oggi le battaglie ambientali sembrano quasi passate di moda e conservano una forza purtroppo limitata. Ora faccio un altro passo in avanti. Ho da poco consegnato il manoscritto di un libro su ecocidi e conflitti armati, focalizzato sui danni ambientali causati dalle guerre

Stefania Divertit, giornalista d’inchiesta

Ora faccio un altro passo in avanti. Ho da poco consegnato il manoscritto di un libro su ecocidi e conflitti armati, focalizzato sui danni ambientali causati dalle guerre. Circa due terzi del testo sono dedicati alla comunità di ricercatori, scienziati e attivisti che lavorano per modellizzare e quantificare tale tipo di danno, con l’obiettivo di chiedere giustizia e far pagare i responsabili. È la storia di una rete di civili attivi sul campo, persone preparate che si recano direttamente sui luoghi dei conflitti per raccogliere prove: fotografie di impianti distrutti, campioni di suolo inquinato e dati concreti. Un metodo di indagine partito dall’Ucraina, applicato poi a Gaza – grazie al lavoro di un professore universitario londinese – e all’Iran, ma che affonda le sue radici storiche già nella guerra dei Balcani.

In Uccidere la natura, quanto c’è della sua esperienza sul campo e quanto, invece, è frutto di uno sguardo globale su dinamiche che superano i nostri confini nazionali?

Entrambe, in uguale misura. Sono partita direttamente dalla mia esperienza sul campo, dalle comunità che subiscono l’ecocidio, ed è per questo che ho scelto di concentrarmi sulle quattro matrici ambientali, partendo proprio dal danno concreto e dalla fisicità del problema. Tuttavia, la definizione stessa di ecocidio porta, inevitabilmente, ad adottare uno sguardo globale. Anche il mio lavoro è intriso dell’esperienza fatta al ministero: pensavo che lavorando lì mi sarei occupata principalmente di questioni italiane e invece mi sono resa conto che è tra i ministeri più coinvolti nelle dinamiche internazionali. Provenendo dai siti di interesse nazionale, non avevo una formazione specifica su tale fronte e mi sono resa conto che gran parte del personale del ministero si occupa quotidianamente di scenari internazionali, come la diplomazia dei cambiamenti climatici. Questo libro è, quindi, la sintesi perfetta tra queste due anime della mia esperienza professionale.

Il lavoro di tessitura svolto dai giuristi in questi anni è stato fondamentale. Anche quando non si parlava ancora apertamente di ecocidio, c’erano professionisti che lavoravano insieme, con l’Europa a fare da guida, per arrivare a una sua definizione formale

Dalle sue pagine emerge un’attenzione fortissima per la giustizia climatica e il ruolo dei giuristi. In che modo il diritto sta passando da semplice “regolatore di danni” a vero e proprio motore del cambiamento globale?

Il lavoro di tessitura svolto dai giuristi in questi anni è stato fondamentale. Anche quando non si parlava ancora apertamente di ecocidio, c’erano professionisti che lavoravano insieme, con l’Europa a fare da guida, per arrivare a una sua definizione formale. Penso all’intuizione di Polly Higgins, secondo cui «la natura ha bisogno di un avvocato». Da quell’idea si è attivata una squadra di giuristi tra Svezia, Francia, Italia e molti altri Paesi, impegnata a tessere questa rete. Si tratta di un progetto lento che, a chi ragiona solo in termini di urgenza immediata, può sembrare di scarso impatto. Ma non è così: le sentenze e le norme sono essenziali per la traiettoria e la direzione che tracciano nel tempo. C’è un esempio bellissimo che chiarisce questo passaggio.

Quale?

Nasce tutto in una classe formata da ragazzi che provengono da otto isole del Pacifico, ai quali un professore chiede: “Cosa fareste per lottare contro i cambiamenti climatici?”. Loro compilano una lista delle azioni possibili e fra tutte scelgono quella che sembra la più audace: chiedere alla Corte internazionale di giustizia, il massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite, un parere sugli obblighi climatici degli Stati. Ma loro non possono rivolgersi direttamente all’Assemblea e quindi eccoli impegnati in un’opera di persuasione verso i governi, che ha portato, nel marzo 2023 all’adozione della risoluzione all’Assemblea generale dell’Onu. Poi la questione passa all’Aia, nel Palazzo della Pace dove ha sede la Corte internazionale di giustizia, che in quasi ottant’anni non aveva mai messo il clima davanti ai suoi giudici. Il 23 luglio 2025, due anni e quattro mesi dopo il voto di New York, i quindici giudici rispondono all’unanimità: gli Stati hanno l’obbligo giuridico di ridurre le emissioni di gas serra e di proteggere il sistema climatico e la loro inazione costituisce un atto internazionalmente illecito. E non finisce qui: il 20 maggio 2026 l’Assemblea generale traduce quel parere in una nuova risoluzione, adottata con 141 voti a favore, Italia compresa.

Vanuatu, immagine Stefania Divertito

Senza quei tavoli di studio avviati dai giuristi già a fine anni ’90, oggi le strutture sovranazionali non avrebbero alcuna capacità di imporre linee politiche sul clima.

Tutto questo può tramutarsi in azioni concrete?

Sì, ma a una condizione: che le comunità locali facciano pressione, votino e pretendano un’informazione corretta. L’ecocidio non è solo punizione: sappiamo quanto sia difficile punire persino un genocidio, figuriamoci un reato ambientale. La vera forza dell’ecocidio è la sua funzione deterrente, capace, ad esempio, di far crollare il valore azionario di aziende inquinanti. Serve la convergenza di tanti attori diversi, ma è una strada concreta, ormai tracciata.

L’ecocidio non è solo punizione: sappiamo quanto sia difficile punire persino un genocidio, figuriamoci un reato ambientale. La vera forza dell’ecocidio è la sua funzione deterrente, capace, ad esempio, di far crollare il valore azionario di aziende inquinanti

E poi, come diceva la grande giurista Mireille Delmas-Marty, davanti alle nuove sfide il giurista ha bisogno di molta immaginazione. Il diritto penale non serve solo a sanzionare, ma anche a sancire: così l’ecocidio diventa un vero patto tra l’essere umano e la biosfera, basato sul concetto di interdipendenza espresso fin dal Summit di Rio del 1992.

Tra i giuristi e gli esperti citati, fa riferimento anche alla professoressa Emanuela Fronza per analizzare l’evoluzione del diritto penale internazionale e l’introduzione del reato di ecocidio. In questo contesto viene spesso evocato lo “spirito di Norimberga”. Di cosa si tratta esattamente e in che modo questo principio può diventare la chiave per tutelare l’ambiente e punire i crimini contro la natura?

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la comunità internazionale fu mossa da uno straordinario afflato comune: l’orrore provato di fronte alle atrocità commesse dai nazisti esigeva che quei criminali venissero portati sul banco degli imputati. Quel processo fu voluto dal mondo intero ed era fondamentale che fosse pubblico e visibile a tutti. Lo “spirito di Norimberga” rappresenta quel momento di svolta della storia umana e giuridica in cui il mondo ha stabilito che esistono crimini così gravi – come quelli contro l’umanità e il genocidio – da superare i confini dei singoli Stati e richiedere una responsabilità penale universale.

Come auspica la professoressa Emanuela Fronza (il suo testo più rilevante è “Sancire senza sanzionare? Problemi e prospettive del nuovo crimine internazionale di ecocidio”, ndr), il riconoscimento del reato di ecocidio deve servire proprio a questo: a far rinascere la voce delle comunità vessate, storicamente poco ascoltate per via di interessi politici, sovranismi e una comunicazione spesso frammentata e inefficace. L’equivalente della dignità umana – bene universale elaborato col patto di Norimberga – che intendiamo proteggere con l’introduzione dell’ecocidio è la sicurezza del pianeta.

Il riconoscimento del reato di ecocidio deve servire proprio a questo: a far rinascere la voce delle comunità vessate, storicamente poco ascoltate per via di interessi politici, sovranismi e una comunicazione spesso frammentata e inefficace

Tutto dipende, dunque, dalla capacità delle comunità di far sentire la propria voce. Se le persone continuano a indignarsi, se l’esperienza di estati sempre più devastanti spinge l’opinione pubblica a percepire come urgente il tema del cambiamento climatico e a protestare – come accadde, nel 2018, con il movimento Fridays for Future – si crea la spinta necessaria. Oggi viviamo in un flusso continuo di informazioni in cui le notizie finiscono tutte nello stesso scroll, allo stesso livello di importanza, diluendo l’attenzione: l’attacco recente a due petroliere nella guerra Usa-Iran, a fianco di una news sportiva. Se la battaglia contro l’ecocidio saprà rimettere l’urgenza al centro delle agende politiche, allora l’ecocidio potrà finalmente essere riconosciuto come reato penale internazionale.

Il supporto “popolare” è indispensabile per ricreare quello stesso “spirito di Norimberga” che spinse il mondo a chiedere giustizia. Un simile reato avrebbe una forza determinante non tanto punitiva, quanto, soprattutto, preventiva e deterrente. Quando il rischio di incorrere in sanzioni penali severe e in tempi di prescrizione lunghi si fa concreto, per le grandi aziende e i governi diventa economicamente e legalmente più conveniente investire nella sicurezza ambientale piuttosto che inquinare. L’esperienza della legge sugli ecoreati in Italia ce lo dimostra da dieci anni: di fronte alla minaccia reale di un’accusa di ecocidio, molti attori cambierebbero approccio o rinuncerebbero a investimenti devastanti per il pianeta. Proteggere l’ambiente smetterebbe di essere una possibilità e diventerebbe la sola opzione sostenibile e conveniente per tutti.

Fandy Much – pexels

Nel saggio emerge chiaramente un paradosso: l’uomo distrugge l’ecosistema convinto di fare il proprio progresso, senza rendersi conto che sta solo danneggiando sé stesso. Perché, secondo lei, facciamo così fatica a percepirci come parte della natura e continuiamo a vederci come suoi dominatori?

La causa principale risiede nel modello economico del capitalismo. La nostra società ha collocato in cima alla piramide dei valori il denaro, l’arricchimento e il profitto a tutti i costi. Si tratta di una visione che ci ha permeati a livello culturale, instillando l’illusione che l’essere umano sia destinato a dominare tutto ciò che lo circonda. Persino settori vitali come l’agricoltura hanno perso il loro legame profondo con i ritmi della terra, piegandosi alla logica della massimizzazione della resa e del guadagno economico.

Attraverso gli elementi dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, il libro racconta vicende che hanno cambiato la storia per sempre, molte dimenticate. C’è un caso che ritiene sia l’emblema perfetto di questa cecità dell’essere umano?

Indubbiamente la deforestazione dell’Amazzonia: è il perfetto esempio dell’essere umano che taglia il ramo su cui è seduto. Le foreste primarie sono un patrimonio dell’intera umanità, fondamentali non solo per la straordinaria biodiversità che ospitano, ma anche e soprattutto perché trattengono nel proprio apparato radicale enormi quantità di CO2. Continuare a distruggerle per far spazio a coltivazioni destinate agli allevamenti intensivi è una follia inconcepibile, una miopia del tutto inaccettabile.

Spesso la comunicazione ambientale oscilla tra allarmismo catastrofista e negazionismo. Come è riuscita a mantenere l’equilibrio?

Con molta fatica, è stato uno degli aspetti più complessi della scrittura del libro, insieme al costante obiettivo di evitare la retorica: un rischio particolarmente alto quando si affrontano temi come la Terra dei fuochi, per i quali è difficile trovare una chiave di lettura diversa.

Il catastrofismo è stato il peccato originale di un certo giornalismo ambientale degli esordi: si pensava che i toni estremi potessero scuotere le coscienze e spingere le persone a cambiare. Ma il giornalista non è un attivista: servono distanza e rigore

Il catastrofismo è stato il peccato originale di un certo giornalismo ambientale degli esordi: si pensava che mostrare lo scenario peggiore con toni estremi potesse scuotere le coscienze e spingere le persone a cambiare le cose. Ma il giornalista non è un attivista, anche se inevitabilmente un po’ lo diventa; servono distanza e rigore.

L’uso eccessivo di toni retorici ha finito per generare assuefazione nel pubblico, finendo paradossalmente per alimentare lo stesso approccio utilizzato dai negazionisti. La crisi ambientale, invece, va raccontata con gli strumenti classici del giornalismo di inchiesta, della cronaca giudiziaria, dell’economia e della politica industriale, mantenendo però uno sguardo d’insieme capace di restituire il fenomeno nella sua reale complessità e interezza.

Ci sono giornalisti che vanno in tale direzione. Ferdinando Cotugno e Nicolas Lozito, ad esempio, sono fra questi e sono alcuni dei miei maestri, importanti punti di riferimento, così come lo è Fabio Deotto – autore di L’altro mondo, La vita in un pianeta che cambia, edito da Bompiani –  che nasce come narratore e trasforma la materia con linguaggi diversi. Va poi detto che il racconto ambientale oggi è davvero corale, basti pensare a Stephen Markley, autore di Diluvio e Ohio, che dà un nuova dimensione alla narrazione, portandola anche in altro ambito, come la serie tv Paradise, di cui è autore. Una serie apocalittica con forti temi ambientali come concept ma che tratta pure temi specifici nelle singole puntate. Bisogna parlarne con vari linguaggi e su diversi tavoli.

Se un lettore chiudendo il libro volesse fare una sola, immediata azione concreta, quale vorrebbe che fosse?

Votare bene. Bisogna pretendere a gran voce che la questione ambientale sia centrale nei programmi elettorali: chiederlo direttamente al proprio sindaco, al presidente della propria regione, a chiunque ci rappresenti. Non dobbiamo mai arrenderci alla progressiva scomparsa dell’ambiente dall’agenda politica. Chiedere, richiedere e pretendere: è questa l’azione più concreta che possiamo fare.

Immagine in evidenza Pok Rie – pexels

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 Simonetta Sandri

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