Scuola secondaria di secondo grado, classe difficile, pochi insegnanti che riescono a gestirla. L’associazione La Voce viene chiamata per un’attività di ascolto empatico. I ragazzi devono scegliere da una valigia un oggetto che li rappresenti. Uno di loro prende in mano un oggetto e dice: «L’ho scelto perché è con questo che mio padre mi picchia quando sbaglio qualcosa… O quando ha voglia di farlo». Cala il silenzio. Solo un insegnante ride: pensa che sia uno scherzo. Poi realizza che non lo è.
Gli operatori chiedono agli altri alunni quanti abbiano vissuto un’esperienza simile. E più di metà alza la mano. Come si può pretendere che gli adolescenti si interessino all’italiano, alla storia, alla matematica, prima di aver ascoltato il loro dolore e di averlo affrontato insieme?
Fare mediazione nelle scuole
È da momenti come questo che si capisce il senso della mediazione umanistica e della giustizia riparativa nelle scuole. Dietro un comportamento difficile, un litigio o una sanzione disciplinare, spesso ci sono ferite che nessuno ha mai avuto il tempo di fermarsi a guardare.
Per questo, l’associazione La Voce di Conegliano, in provincia di Treviso, promuove da oltre dieci anni aule di mediazione, tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, in cui studenti e adulti imparano ad affrontare i conflitti attraverso il dialogo e il confronto. Da questa esperienza nel 2024 tra Conegliano e Treviso è nato anche il Centro di Giustizia Riparativa – Cgr young: spazi di incontro in cui i ragazzi mediatori continuano a incontrarsi e a formarsi e ad allenare pratica e cultura della relazione e dell’ascolto, anche al di là della scuola.
«Le aule di mediazione sono spazi in cui i ragazzi e gli adulti che vivono la scuola possono confrontarsi quando c’è un’incomprensione, un conflitto o una tensione», spiega Sara Dall’Armellina, mediatrice e formatrice alla mediazione umanistica e alla giustizia riparativa dell’associazione La Voce. «Non parliamo di casi che hanno a che vedere con fattispecie penali, ma non vuol dire che siano situazioni meno dolorose».
Ad accogliere chi chiede di accedere all’aula di mediazione c’è un’equipe di tre persone. Se si tratta di studenti, ci sono due ragazzi e un adulto mediatore, che può essere un insegnante, ma anche un collaboratore scolastico, o un genitore. Basta essere formati e mantenere l’allenamento.
La formazione, per adulti e ragazzi
Per diventare mediatori – sia adulti che adolescenti – c’è un percorso da affrontare. «I ragazzi vengono scelti dai compagni attraverso incontri di sensibilizzazione, normalmente di almeno quattro ore, che si fanno nelle classi», spiega Dall’Armellina. «Poi c’è la formazione. Prima degli adulti, poi dei ragazzi: i primi partecipano anche ad almeno tre incontri del percorso di 30 ore dedicato ai secondi. Come associazione, è sempre stato importante non “colonizzare” le scuole. Se al primo ciclo di formazione ci sono due dei nostri operatori, dal secondo dei ragazzi inizia a essercene uno solo insieme a un insegnante mediatore dell’edizione precedente. Vorremmo, col tempo, rendere gli istituti autonomi nel trasmettere la mediazione ai ragazzi».
I risultati della giustizia riparativa e della mediazione nelle scuole sono sorprendenti. All’istituto Ies Miralcamp di Villareal, in Spagna, esperienza pilota con un decennio di lavoro in più rispetto all’Italia, nel 2015 erano già passati da 52 a due sospensioni all’anno. È un lavoro che richiede tempo: va preparato il terreno, vanno sensibilizzati adulti e ragazzi. Però, quando un docente comprende il valore della giustizia riparativa, i risultati possono essere straordinari.
«In alternativa alla sanzione disciplinare si può proporre l’incontro di mediazione», spiega la mediatrice. «Se c’è un esito riparativo, che vuol dire che gli studenti si parlano, si ascoltano profondamente – soprattutto rispetto ai vissuti e alle emozioni che hanno provato –, riconoscendo l’altro e trovando un accordo, la sanzione può essere tolta, come accade nel settore penale minorile, dove, per alcuni reati, è prevista l’estinzione del reato a fronte di un esito riparativo del programma. Recentemente, per esempio, un alunno aveva insultato un insegnante. Nel Consiglio di classe straordinario, è stato proposto di sospendere la decisione in merito al provvedimento e proporre la mediazione. Il docente era abbastanza scettico. Dopo, invece, si è ricreduto e ha chiesto di poter raccontare ai colleghi l’esperienza: era rimasto profondamente colpito da quello che entrambi avevano compreso, l’uno dell’altro e anche di loro stessi. La sospensione non è più stata data».
Il Centro di giustizia riparativa young
Il Cgr young, che raccoglie ragazzi mediatori delle province di Treviso, Trieste, Pordenone, Vicenza e Belluno nasce invece da un bisogno dei ragazzi mediatori: incontrarsi, allenarsi e scoprirsi “accordati”. È un modo per rafforzare gli studenti impegnati in questo percorso, creare delle reti tra di loro, anche quando provengono da scuole distanti tra loro. C’è chi ha iniziato la formazione alle medie, ha partecipato alle aule di mediazione, per poi andare alle secondarie di secondo grado e non trovare lo stesso spazio.

È anche accaduto che, quando nello stesso istituto si ritrovano più studenti formati, gli stessi ragazzi hanno iniziato autonomamente a parlarne con docenti e dirigenti e questo ha porto all’avvio di laboratori nelle giornate aperte, in cui continuare l’esperienza di giustizia riparativa. La mediazione umanistica è qualcosa che impatta la vita quotidiana, un valore che va oltre la classe: offre consapevolezza, ascolto, capacità di empatia, senza temere l’incontro con la ferita dell’altro.
A un certo punto uno dei nostri ragazzi mediatori ha preso la parola e ha detto: “Voi parlate tanto di questi ragazzi, ma perché non invitate noi ai tavoli?”
Mediazione fa rima con prevenzione
Soprattutto, lavorare sulla mediazione umanistica e sulla giustizia riparativa ha un valore preventivo. «Scuola e carcere hanno molti punti di contatto», commenta Dall’Armellina. «Il primo è che si fondano sullo stesso valore, educazione e ri-educazione. Quando questo salta, chi vive quegli spazi soffre e deve manifestarlo in questo modo. Ho fatto esperienza come mediatrice penale negli istituti penitenziari minorili, sia femminili che maschili, e quello che mi ha sempre colpito è il tasso di recidiva, superiore al 70%. Che poi è simile al tasso di dispersione di chi a scuola comincia a prendere sospensioni e note. Una volta abbiamo fatto un incontro del tavolo provinciale di giustizia riparativa di Treviso, in cui c’erano anche gli agenti del nucleo di prossimità della polizia locale di Torino e la polizia giudiziaria di Padova. Si parlava proprio di questo argomento e si proponeva di organizzare dei tavoli legati alla giustizia riparativa sulla dispersione. A un certo punto uno dei nostri ragazzi mediatori ha preso la parola e ha detto: “Voi parlate tanto di questi ragazzi, ma perché non invitate noi ai tavoli? Perché alcuni di queste persone di cui parlate sicuramente saranno state nostri compagni e amici alle primarie: se avessimo vissuto quello che hanno vissuto loro, neanche noi avremmo avuto il coraggio di andare avanti”. E non si parla solo di comportamenti tra bambini, spesso sono da parte di adulti».
L’associazione La Voce, che da aprile è l’Ente gestore del Centro di giustizia riparativa per il Comune di Venezia, ha avviato diversi programmi per casi in cui sono coinvolti minorenni autori e vittime di reato. «Stiamo immaginando anche percorsi che coinvolgano i ragazzi mediatori e giovani che hanno avuto problemi con la giustizia. E con le vittime, se saranno disponibili», anticipa Dall’Armellina.
Già dalle mie prime mediazioni, ci sono stati degli adolescenti che ci hanno detto che non era mai capitato loro di trovare tre persone che stessero in silenzio, ad ascoltare dall’inizio alla fine, senza dire cosa fare e senza giudicare
I ragazzi, più che di punizioni, hanno bisogno di ascolto. Di spazi dove potersi raccontare, senza giudizio, incontrare, ascoltarsi e dialogare. «Già dalle mie prime mediazioni, ci sono stati degli adolescenti che ci hanno detto che non era mai capitato loro di trovare tre persone che stessero in silenzio, ad ascoltare dall’inizio alla fine, senza dire cosa fare e senza giudicare», conclude. «C’è molto rispetto per chi arriva. La mediazione è soprattutto un modo per incontrare sé stessi, per conoscersi e comprendere meglio se per poi comprendere l’altro».
Foto di Dominic Kurniawan Suryaputra su Unsplash
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Veronica Rossi
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