Non è soltanto la storia di un clan che impone il pizzo, traffica cocaina e dispone di armi. L’inchiesta pubblicata in questi giorni da Tp24 racconta come la mafia riesca a mettere radici nelle fragilità di un territorio, a occuparne gli spazi lasciati vuoti e a trasformare ogni debolezza in un affare.
La povertà diventa il racket delle case popolari. Il disagio giovanile fornisce corrieri, vedette e custodi delle armi. La dipendenza alimenta le piazze di spaccio. Le attività economiche garantiscono il pizzo e una tassa mensile sulle slot machine. Il carcere, che dovrebbe interrompere la catena di comando, diventa invece – secondo la ricostruzione degli inquirenti – un luogo dal quale continuare a impartire ordini.
È questo il quadro che emerge dalle centinaia di pagine dell’ordinanza dell’operazione antimafia scattata il 23 luglio, lette e ricostruite da Tp24 in sei puntate. Intercettazioni, incontri, consegne di denaro, trasporti di droga, minacce, incendi e accordi tra gruppi criminali compongono un unico sistema, con Petrosino al centro e collegamenti continui con Marsala e Mazara del Vallo.
Un sistema che non si limita a commettere reati, ma pretende di stabilire chi può lavorare, chi può occupare una casa, chi può vendere droga e a quale prezzo. Decide quanto devono pagare gli imprenditori, utilizza i ragazzi e ricorre alla violenza quando qualcuno ostacola gli affari. In altre parole, prova a sostituirsi allo Stato proprio dove lo Stato e la comunità appaiono più deboli.
Una mafia quotidiana
Il primo dato che emerge dall’inchiesta è la normalità del metodo mafioso. Non ci sono soltanto grandi affari o azioni eclatanti. Ci sono mensilità da riscuotere, somme da dividere, famiglie dei detenuti da sostenere, messaggi da recapitare e turni da organizzare nelle case di spaccio.
Al vertice della famiglia mafiosa operante a Petrosino, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo e il Gip, ci sarebbe stato Marco Buffa. Gli investigatori gli attribuiscono il ruolo di promotore, direttore e organizzatore: avrebbe individuato imprese e privati da sottoporre al pizzo, coordinato gli uomini sul territorio, mantenuto i rapporti con altre articolazioni di Cosa nostra e deciso come utilizzare il denaro della cassa comune.
La detenzione non avrebbe interrotto il comando. Dal carcere Pagliarelli, sostiene l’accusa, Buffa avrebbe continuato a trasmettere disposizioni attraverso familiari e persone di fiducia. Il genero Vito Salvatore Licari avrebbe svolto il ruolo di collegamento con l’esterno, mentre Antonino Maltese e Kevin Favara vengono indicati tra gli uomini operativi sul territorio.
Una catena di comando semplice: il vertice decideva, i messaggi uscivano dal carcere, gli uomini liberi eseguivano.
Il pizzo come tassa parallela
Una mafia ha bisogno di entrate stabili. E uno dei capitoli più significativi riguarda proprio il settore delle slot machine.
Secondo l’accusa, un’impresa che operava a Petrosino avrebbe versato 850 euro al mese, entro il giorno 15. Non una richiesta occasionale, dunque, ma una vera scadenza mensile. Una tassa parallela imposta per installare e mantenere gli apparecchi negli esercizi commerciali.
Il denaro veniva consegnato in contanti, contato e diviso. Una parte sarebbe servita a sostenere gli associati detenuti e le loro famiglie.
Ma non era soltanto una questione di soldi. Il clan, secondo gli inquirenti, pretendeva di decidere chi potesse lavorare nel settore del gioco, bloccare i concorrenti e risolvere le controversie. Non si limitava a taglieggiare l’economia: cercava di amministrarla.
Le case popolari diventate proprietà del clan
Il potere descritto nell’ordinanza entrava anche nelle case. Gli alloggi popolari di via Gioberti, destinati alle famiglie più fragili, sarebbero diventati luoghi di incontro, depositi di cocaina e punti di spaccio.
La vicenda più grave riguarda Caterina Paladino, una vedova assegnataria di un appartamento. Secondo l’accusa, Kevin Favara l’avrebbe costretta ad abbandonarlo con minacce di morte. Durante quella notte, dalle intercettazioni, si sente una donna gridare nel cortile: «Vergogna, approfittare di una vedova».
La serratura sarebbe stata cambiata, mentre documenti e mobili sarebbero stati portati via. La giustificazione era la necessità di trovare una sistemazione a una donna incinta. Dalle conversazioni, però, emerge un’altra ragione: la casa serviva «per l’ammuccio», per nascondere la droga.
È uno dei passaggi che meglio raccontano l’intero sistema. Il clan individua una persona debole, la caccia, si appropria di un bene pubblico e lo trasforma in uno strumento criminale. La povertà non viene aiutata: viene sfruttata.
Marsala rifornisce, Petrosino vende
Anche il traffico di droga seguiva una geografia precisa. Marsala era il luogo dell’approvvigionamento, dove si trovavano i fornitori e venivano acquistati i carichi di cocaina. Petrosino era il mercato nel quale la sostanza veniva pesata, lavorata e venduta.
I quantitativi ricostruiti nell’ordinanza variavano: 50, 65, 100 o 120 grammi. In un caso viene contestata una fornitura da mezzo chilo.
La cocaina arrivava negli appartamenti di via Gioberti. Una parte restava “liscia”, un’altra veniva “basata”, cioè trasformata in crack attraverso una lavorazione domestica. Cucine, pentole e bilancini costituivano una piccola fabbrica della droga. Si parlava della qualità del prodotto, della perdita di peso durante la preparazione, della resa e dei prezzi.
«Qua tossici non ce ne sono, solo di crack si sballano», si ascolta in un’intercettazione. Una frase brutale che descrive il mercato, ma anche il territorio sul quale quel mercato prospera. La dipendenza viene osservata non come un dramma sociale, ma come una domanda da soddisfare e dalla quale ricavare denaro.
I ragazzi come manodopera sostituibile
Il punto più inquietante dell’inchiesta riguarda i minorenni. Uno aveva appena quattordici anni. Altri percorrevano in scooter la strada tra Marsala e Petrosino trasportando cocaina, mentre un adulto viaggiava davanti in automobile per controllare la presenza delle forze dell’ordine.
In caso di pattuglie, uno squillo al cellulare costituiva il segnale per fermarsi o liberarsi del carico. «I picciotti devono lavorare», si ascolta in una conversazione.
Per una trasferta il compenso poteva essere di cento euro. Il rischio, invece, restava quasi interamente sulle spalle dei ragazzi. Se lo scooter fosse stato fermato, la droga sarebbe stata trovata addosso a loro. Gli adulti avrebbero potuto proseguire e sostituirli.
Alcuni minorenni non sarebbero stati impiegati soltanto come corrieri. Avrebbero custodito denaro, partecipato alla lavorazione della cocaina e trasportato armi. Il fratello minore di Kevin Favara, dopo l’arresto di quest’ultimo, avrebbe progressivamente assunto parte delle sue funzioni.
Non è soltanto reclutamento criminale. È un sistema di ricambio. Il ragazzo utilizzato oggi per una consegna può diventare domani l’uomo che gestisce una piazza di spaccio. Il clan investe sul disagio giovanile per garantirsi una nuova generazione.
La violenza dietro gli affari
Dietro questa organizzazione apparentemente ordinata restava la possibilità concreta della violenza.
L’ordinanza ricostruisce la disponibilità di pistole e fucili: una Glock, una Beretta con la matricola abrasa, doppiette e una pistola automatica modificata per sparare a raffica. Armi custodite nelle abitazioni, trasportate nelle automobili e passate da una persona all’altra.
Nel maggio 2023, durante uno scontro per il controllo delle piazze di spaccio, si parlò della possibilità di sparare dall’interno di un’auto. A portare le armi sarebbe stato anche un minorenne.
Nel gennaio 2024, dopo la sottrazione di cinquanta grammi di cocaina e di un bilancino, riemersero propositi di vendetta e spedizioni punitive. Un fucile monocanna calibro 24 con matricola abrasa, nascosto nell’abitazione di una persona ritenuta insospettabile, venne sequestrato il 9 gennaio.
Ci sono poi incendi intimidatori ed esplosivi. La violenza non doveva necessariamente essere continua. Doveva essere credibile. Una minaccia, un’arma mostrata o un’auto incendiata potevano bastare a ricordare chi comandava.
Gli accordi per evitare la guerra
Quando due gruppi criminali entrano in conflitto, però, la violenza non è sempre la soluzione più conveniente. A volte conviene trattare.
Quando si profilò l’apertura di una nuova casa di spaccio a Petrosino, il gruppo vicino a Maltese cercò un confronto con la compagine riconducibile a Nicola Russo. L’incontro si sarebbe concluso con un accordo: ciascuno avrebbe mantenuto i propri uomini e le proprie piazze, mentre il gruppo Russo-Centonze avrebbe fornito la cocaina a un prezzo più vantaggioso.
«Noi dobbiamo restare fratelli», si dissero.
Una fratellanza molto commerciale. Evitare lo scontro significava attirare meno attenzione e continuare a guadagnare. La droga poteva essere consegnata a credito, venduta nelle piazze e pagata con gli incassi successivi.
La pace tra gruppi, quindi, non dimostra l’assenza della mafia. Al contrario, ne mostra la capacità di mediare, stabilire prezzi e trasformare possibili rivali in soci.
Il sistema costruito sulle debolezze
Rilette insieme, le sei puntate pubblicate da Tp24 restituiscono un’immagine precisa. Il carcere non interrompe gli ordini. Il pizzo alimenta la cassa. Le slot assicurano una rendita mensile. Le case popolari diventano depositi e punti di spaccio. Marsala fornisce la cocaina, Petrosino offre il mercato. I ragazzi trasportano droga e armi. La violenza protegge gli affari e gli accordi evitano guerre dannose.
Ma il vero capitale dell’organizzazione è la fragilità del territorio: una vedova che può essere cacciata di casa, un commerciante che paga per evitare problemi, un ragazzo disposto a rischiare per cento euro, una persona dipendente dal crack, una famiglia che cerca protezione o sostegno.
L’inchiesta racconta dunque una mafia tutt’altro che distante. Una mafia che entra nelle economie quotidiane, nelle case e nella vita dei più giovani. Che occupa gli spazi abbandonati dalle istituzioni e li restituisce sotto forma di ricatto, dipendenza e paura.
Ed è forse questa la conclusione più importante: la repressione giudiziaria può colpire uomini, traffici e patrimoni. Ma finché quelle fragilità resteranno lì, qualcuno proverà ancora a trasformarle in potere.
Le circostanze riportate sono tratte dall’ordinanza applicativa delle misure cautelari emessa dal Gip di Palermo e rappresentano la ricostruzione accusatoria e la valutazione compiuta nella fase cautelare. Per tutti gli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
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