Frane e alluvioni, come verificare se la tua casa è a rischio


Oltre 1,5 milioni di edifici italiani si trovano in aree esposte al rischio di alluvione e altri 742mila sorgono in zone a pericolosità da frana elevata o molto elevata. È il quadro delineato dall’Ispra che, in occasione della Giornata internazionale per la riduzione del rischio di disastri del 13 ottobre 2026, riporta l’attenzione sulla sicurezza delle abitazioni e dei territori. Il tema scelto quest’anno dalle Nazioni Unite, ‘La resilienza inizia a casa’, mette al centro proprio gli edifici in cui viviamo: luoghi considerati sicuri che possono diventare vulnerabili quando sorgono in aree esposte a fenomeni naturali pericolosi.

Secondo gli ultimi dati Ispra, 6,8 milioni di persone vivono in aree a pericolosità idraulica media e oltre 1,2 milioni in zone a pericolosità da frana elevata o molto elevata. Un’esposizione che riguarda rispettivamente 2,9 milioni e oltre 582mila famiglie e che assume caratteristiche molto diverse da territorio a territorio, a seconda della conformazione del suolo, della presenza di corsi d’acqua e dell’urbanizzazione.

La scelta dell’Onu di concentrarsi sulle abitazioni introduce una prospettiva precisa. La gravità delle conseguenze di un evento naturale dipende anche da dove sono costruiti gli edifici, dalle loro caratteristiche, dalla manutenzione e dalla capacità delle persone di riconoscere un pericolo. La riduzione del rischio comincia dunque prima dell’emergenza, attraverso la pianificazione urbana, le norme edilizie, il monitoraggio del territorio e la diffusione delle informazioni.

Il tema riguarda direttamente l’Italia, dove il 94,5% dei comuni è interessato da almeno una delle categorie di pericolosità considerate dall’Ispra: frane, alluvioni, erosione costiera e valanghe. L’esposizione non è uniforme e la presenza di un’area pericolosa all’interno di un comune non significa che tutti i suoi abitanti siano soggetti allo stesso rischio. La conformazione del territorio, la distribuzione degli insediamenti e le condizioni degli edifici possono produrre differenze considerevoli anche a distanza di pochi chilometri.

Conoscere il territorio può cambiare il rischio

Secondo l’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia, realizzato dall’Ispra insieme a Regioni, Province autonome e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, sono oltre 636mila le frane censite sul territorio nazionale. Circa il 28% presenta dinamiche estremamente rapide e un elevato potenziale distruttivo. Colate di fango e detriti e crolli possono svilupparsi in tempi molto brevi, lasciando margini ridotti per gli interventi di emergenza.

Tra il 2021 e il 2024 la superficie complessivamente classificata a pericolosità da frana nei Piani di assetto idrogeologico è aumentata del 15%, raggiungendo circa 69.500 chilometri quadrati, pari al 23% del territorio nazionale. Una parte significativa dell’incremento deriva dall’aggiornamento degli studi e delle cartografie delle Autorità di bacino e delle Province autonome: l’aumento della superficie mappata non corrisponde quindi a una crescita della stessa entità nel numero di frane avvenute. La quota di territorio classificata nelle categorie di pericolosità più elevate è passata dall’8,7% al 9,5%.

La capacità di individuare aree vulnerabili che in precedenza non erano sufficientemente conosciute costituisce una componente essenziale della prevenzione del dissesto idrogeologico.

Gli effetti delle precipitazioni intense sono particolarmente evidenti nelle aree urbanizzate. Quando una parte estesa del suolo è coperta da asfalto, cemento o altre superfici impermeabili, l’acqua piovana penetra con maggiore difficoltà nel terreno e può raggiungere rapidamente strade, sottopassi e reti di drenaggio. La vulnerabilità aumenta nei territori in cui l’espansione urbana ha occupato aree di naturale espansione dei corsi d’acqua o dove la capacità delle infrastrutture di smaltire le precipitazioni è insufficiente.

Gli eventi degli ultimi anni hanno mostrato quanto possano essere elevati i costi. Le alluvioni del maggio 2023 in Emilia-Romagna hanno provocato danni stimati dall’Ispra in 8,6 miliardi di euro. Il precedente delle Marche nel settembre 2022, la frana di Casamicciola a Ischia nel novembre dello stesso anno e le precipitazioni eccezionali che hanno colpito Valle d’Aosta e Piemonte nel giugno 2024 mostrano come le caratteristiche dei territori possano amplificare gli effetti di piogge concentrate in intervalli temporali limitati.

La prevenzione del rischio idrogeologico richiede interventi su scale differenti: dalle opere di difesa idraulica alla manutenzione del reticolo idrografico, fino alla valutazione dei pericoli che interessano singoli edifici e quartieri.

La nuova carta d’identità geologica delle città: Napoli a 359 punti, Trento a 94

In occasione della Giornata internazionale l’Ispra ha presentato un nuovo strumento per valutare le caratteristiche geologiche e climatiche delle città. Si chiama Urban Geo-climate Footprint (UGF) ed è stato sviluppato nell’ambito di una collaborazione con la rete europea dei servizi geologici EuroGeoSurveys.

Il sistema utilizza informazioni provenienti da banche dati pubbliche per assegnare alle aree urbane un punteggio compreso tra 0 e 500. L’indice misura quanto le caratteristiche geologiche, climatiche e le attività umane possano condizionare lo sviluppo e il funzionamento della città. A valori più elevati corrisponde una maggiore interazione tra questi fattori e il tessuto urbano.

Le differenze tra i capoluoghi italiani sono marcate. Napoli raggiunge 359 punti, Genova 304, Palermo 265, Bari 255 e Catanzaro 250. All’estremo opposto si trovano Trento, con 94 punti, Bolzano con 144, Milano con 155, Aosta con 160 e Trieste con 162. L’indicatore non esprime la probabilità che si verifichi una catastrofe, né permette di stabilire automaticamente quanto sia sicuro un singolo edificio. Serve a descrivere la complessità del rapporto fra ambiente naturale e insediamenti urbani, fornendo informazioni utili alla pianificazione.

Accanto all’indice, l’Ispra ha sviluppato il City Geo Factsheet, una sorta di carta d’identità geologica delle città. Lo strumento raccoglie informazioni sulle caratteristiche del terreno, sulle acque sotterranee, sulle pressioni esercitate dalle attività umane e sui fenomeni di pericolosità geologica. L’obiettivo è rendere più accessibili dati che normalmente richiedono competenze tecniche specialistiche, aiutando amministrazioni e progettisti a individuare le criticità prima di intervenire.

La conoscenza del sottosuolo è particolarmente rilevante nei centri urbani costruiti sopra antiche cavità o terreni trasformati nel corso dei secoli. È il caso della Capitale, dove la Carta delle cavità sotterranee di Roma 2026 ha individuato circa 5.600 elementi puntuali e 1.500 elementi lineari o poligonali, tra cave, catacombe, cunicoli e altri ambienti ipogei. La presenza di una cavità non implica necessariamente un pericolo, ma costituisce un’informazione essenziale quando si progettano nuove infrastrutture o si valutano le condizioni del terreno.

Come verificare se la propria casa si trova in una zona a rischio

Per conoscere la pericolosità idrogeologica del territorio in cui si vive è disponibile IdroGEO, la piattaforma pubblica sviluppata dall’Ispra. Il servizio permette di consultare gratuitamente le mappe delle frane e delle alluvioni, cercare un indirizzo e visualizzare le informazioni relative all’area selezionata.

La funzione ‘Verifica pericolosità’ consente di individuare i livelli di pericolosità per frane e alluvioni in un intorno di 500 metri dal punto scelto, che può corrispondere a un’abitazione, un’attività commerciale o un altro luogo di interesse. È possibile anche interrogare i dati e creare un report. La piattaforma raccoglie le informazioni dell’Inventario dei fenomeni franosi e delle cartografie nazionali elaborate con le autorità competenti.

Le mappe costituiscono un primo livello di conoscenza del territorio. Per verificare le condizioni effettive di un fabbricato, soprattutto prima di interventi edilizi o dell’acquisto di un immobile, possono essere necessari approfondimenti tecnici specifici. Anche il Piano comunale di protezione civile è un documento utile: individua gli scenari di rischio, le procedure di emergenza, le aree di attesa e le modalità di informazione alla popolazione.

La posizione dell’immobile può influire direttamente sui comportamenti da adottare. In caso di alluvione, i locali seminterrati e i piani terra sono generalmente più esposti all’ingresso rapido dell’acqua. La Protezione civile ricorda che, durante un’inondazione, non bisogna scendere in cantine o garage per recuperare oggetti o mettere al sicuro l’automobile. Se ci si trova al piano terra o in un seminterrato, occorre raggiungere i piani superiori senza utilizzare l’ascensore, seguendo le indicazioni delle autorità.

La vulnerabilità riguarda anche le persone che abitano un edificio. Anziani con difficoltà motorie, persone con disabilità e famiglie con bambini piccoli possono avere bisogno di tempi e modalità differenti per mettersi al sicuro. Per questo le Nazioni Unite, nel documento che accompagna la Giornata 2026, richiamano la necessità di rendere le informazioni sui rischi accessibili e comprensibili, soprattutto alle famiglie che dispongono di minori risorse economiche o hanno difficoltà a intervenire sulle proprie abitazioni.

Per le alluvioni più improvvise i tempi di previsione possono essere molto ridotti. La Protezione civile segnala che nei piccoli corsi d’acqua, nei torrenti tombati e nelle reti di drenaggio urbano il livello dell’acqua può crescere rapidamente, rendendo difficile prevedere con esattezza dove e quando si verificherà un allagamento. In queste situazioni conoscere preventivamente le zone più basse dell’edificio, le vie di uscita e le procedure comunali di emergenza può incidere sulla possibilità di mettersi al sicuro.


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