Paesaggi impalpabili e statue corrotte dal tempo popolano la produzione visiva di Enrico Tealdi (Cuneo, 1976), artista che ha fatto della pittura il suo mezzo di indagine del reale. Nei suoi dipinti, tuttavia, l’osservazione di ciò che gli è intorno è sempre il pretesto per giungere a una dimensione onirica dove non esiste tempo né spazio. Conta l’essenza, e la nostra capacità di leggere e relazionarci con ciò che non abbiamo. Il suo studio a Cuneo è un luogo di silenzio e ricordi.
Intervista a Enrico Tealdi
Sei nato e cresciuto a Cuneo, e qui hai deciso di mantenere il tuo studio negli anni. La tua permanenze in città è stata dettata dalle circostanze o è una scelta mirata?
Sono rimasto a Cuneo per una somma di fattori. Quando ho iniziato ad avvicinarmi alla pittura con disciplina e consapevolezza, i miei mezzi erano estremamente limitati e la mia famiglia non era in grado di sostenermi economicamente. Ho capito allora che avrei dovuto contare solo su me stesso, non soltanto per mantenermi, ma anche per far comprendere a chi mi stava vicino che la pittura, per me, non era un passatempo né un capriccio, bensì una necessità, una scelta di vita in cui credevo profondamente. Ho cominciato così a insegnare per sostenermi e mi sono costruito un’esistenza fatta di lavoro e di studio, ma anche di spostamenti e incontri: viaggi verso mostre e musei, relazioni e reti umane, nel tentativo costante di dare spazio e voce al mio lavoro.
Quanto conta per un artista mantenere saldi i legami con un luogo che si possa definire “casa”? Quanto è stato importante, per te, sapere di avere sempre un porto sicuro al quale fare ritorno?
La casa è dentro noi stessi. La mia cascina, dove ho lo studio, fu costruita dalla mia bisnonna negli Anni Venti: una donna che, tornata dalla Francia, riuscì a ottenere un pezzo di terra e, dopo il “martedì nero” del 1929, quando perse il suo denaro, a difendere la sua casa dai creditori che cercavano di portargliela via. La mia infanzia è piena di questi racconti di coraggio e determinazione, che sono rimasti tra queste mura. È la casa degli spiriti, intesa come un luogo dell’anima. Tutte queste vicissitudini familiari – fra trionfi, sconfitte, rivalse e tragedie – hanno fortemente formato il mio carattere e mi hanno fatto sentire parte di una storia; così ho cominciato ad affascinarmi alla memoria dei luoghi. Restare qui non è nostalgia: è continuare a vivere dove la forza e l’amore di chi mi ha preceduto hanno lasciato un segno. La casa non trattiene, sostiene. Attraverso il mio lavoro riesco ancora a dare vita a tutte queste energie. È un filo sottile che mi unisce.
Lo studio di Enrico Tealdi a Cuneo
Cuneo dista circa 90 km da Torino. Se facciamo un salto agli anni della giovinezza, la tua formazione è gravitata intorno a questo grande centro; per vedere mostre, incontrare colleghi e affacciarti sul sistema occorreva che andassi lì. Per un giovane artista oggi, pensi sia importane avere un centro intorno al quale orbitare? Quali differenze vedi rispetto al passato?
Credo sia importante “vivere” dentro le cose finché non si rischia di sentirsi in cattività. Non basta isolarsi sperando che qualcosa accada da solo: i social aiutano a far conoscere il proprio lavoro, ma è fondamentale essere presenti nel mondo reale, soprattutto agli inizi, frequentare opening, vedere mostre e conoscere gli attori della scena. Senza questo contatto diretto, ciò che sembra accorciare le distanze può trasformarsi nell’ennesima forma di frustrazione. Per me è stato fondamentale conoscere altri artisti. Non ho mai smesso di fare workshop e di ascoltare il punto di vista dei colleghi sul mio lavoro. Ho avuto molta fortuna: pur vivendo in provincia, ma muovendomi tanto, ho incontrato persone intelligenti e talentuose che mi hanno aiutato, sostenuto e consigliato.
Culturalmente, che contesto hai intorno a te?
Cuneo è una città di provincia con limiti, risorse e anche contrasti. Non ci sono gallerie di arte contemporanea, ma sono in via di sviluppo le mostre istituzionali. Quando parlo di “contrasto” intendo dire che, pur non essendoci una rete pubblica attenzionata sull’arte contemporanea, sono però presenti collezionisti preparati – come la collezione La Gaia –, e non è inconsueto imbattersi in abitazioni private con opere d’arte molto importanti. È una terra ancora vergine, piena di potenziale, che richiede una regia esperta sull’arte contemporanea per poterla far fiorire pubblicamente. Questo riflette il carattere molto piemontese della città, dove la curiosità intellettuale c’è, ma si manifesta in forma discreta e volutamente, nascosta.

Enrico Tealdi e il confronto con gli studenti
Arte ed educazione viaggiano in parallelo nella tua ricerca, vista la tua attività di insegnante al liceo artistico di Cuneo. Quanto può essere importante per uno studente di quindici anni intraprendere un confronto con un artista inserito nel sistema contemporaneo?
Ho dei bravissimi allievi, ai quali cerco di trasmettere l’importanza di avere una propria disciplina e coerenza. Il talento senza costanza difficilmente può fiorire e arrivare a risultati concreti. Del mio lavoro d’artista non parlo molto, per discrezione: oggi molti si definiscono artisti, e il termine può avere interpretazioni diverse. Ma sono loro a studiare me, e allora cerco di insegnare che la creatività non è solo ispirazione: è concentrazione, dedizione e lavoro quotidiano. Mi piace costruire con loro delle piccole mostre sul territorio, in spazi privati, a volte mai aperti al pubblico. Lavorare a scuola e finalizzare il tutto per un’esposizione adeguata e studiata, è una pratica molto interessante.
La tua sembra una pittura di mancanze, di memoria, di paesaggi che si sfaldano e volti che si scrostano con lo scorrere del tempo. Esiste un nesso, in tutto questo, con il luogo in cui vivi? Mi domando se la campagna che hai intorno entra, in qualche modo, nei tuoi dipinti…
La memoria dei luoghi entra nei miei dipinti, più che la campagna che ho intorno. Non cerco di rappresentarla letteralmente: è la traccia del tempo, degli affetti e delle storie che permea gli spazi, che trasmette sensazioni e atmosfere. Nella mia pittura i soggetti, i paesaggi indefiniti e i volti sfocati raccontano questa memoria indelebile, come se tutto quello che vedo e sento intorno a me si depositasse dentro.
Alex Urso
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