Ceuta è una scusa per parlare (male) di immigrazione. E non parlare di denatalità. L’ analisi di Andrea Graziosi


Parlare di denatalità, partendo da Ceuta. Sembra un salto grande e ingiustificato. Ma non più di quanto non lo sia parlare di immigrazione, partendo da Ceuta.

Perché l’immigrazione, con Ceuta, non ha, in realtà, molto a che fare. Mentre ha molto a che fare con la crisi demografica non solo italiana, ma europea e quasi globale. 

È il succo della riflessione proposta da Andrea Graziosi su Il Foglio di domenica scorsa, distante anni luce dalle polemiche riaccese su immigrazione, frontiere e Schengen, con le destre che chiedono più fermezza e le sinistre che denunciano la disumanità dei respingimenti. 

Lo storico sposta il baricentro della riflessione da Ceuta — che «nasce in realtà da una rivendicazione territoriale del Marocco su due enclave che considera proprie e non spagnole», precisa Graziosi — al problema che, a suo avviso, si nasconde dietro ogni discussione europea sui migranti: il crollo delle nascite, in atto ormai da oltre un secolo e mezzo, che ha reso il continente dipendente da un flusso di persone che in particolare l’Italia non ha mai davvero voluto, né saputo, governare.

È una tesi che non si schiera né con chi vuole chiudere le frontiere né con chi ne chiede l’apertura incondizionata: per Graziosi l’immigrazione è un rimedio necessario ma strutturalmente temporaneo, destinato a esaurirsi quando anche l’Africa subsahariana — l’ultima grande riserva demografica del pianeta — completerà la sua transizione verso una natalità più bassa. 

Andrea Graziosi

Dottor Graziosi, che c’entra Ceuta con la crisi demografica europea e globale? 

Non meno di quanto Ceuta abbia a che fare con l’immigrazione. Ceuta è stata un’operazione politica del re del Marocco, che ritiene Ceuta e Melilla marocchine e non spagnole: è una questione territoriale, una rivendicazione tra Europa e Nordafrica.

Eppure, subito è scattato l’automatismo: il problema è diventato l’immigrazione, che oggi domina il discorso politico. Questo mi ha portato a fare il collegamento, spostando la riflessione sulla denatalità

Manca completamente una politica di immigrazione, in Italia come in Europa: chiamiamo immigrati quelli che, di fatto, trattiamo come migranti, in quanto lavoratori temporanei

Andrea Graziosi

L’immigrazione infatti c’è perché ci sono società che ancora hanno tanti giovani: questi partono, con l’ambizione di migliorare la propria vita: anche io, da giovane, ho desiderato migrare.

E può assumere queste forme così vaste, l’immigrazione, perché ci sono, dall’altra parte, società da decenni in declino demografico: non vogliono immigrati, dicono, ma di fatto ne hanno bisogno.

Tanto che, se facessimo “remigrazione”, l’Italia avrebbe un problema serio. Il risultato è che manca completamente una politica di immigrazione, in Italia come in Europa: chiamiamo immigrati quelli che, di fatto, trattiamo come migranti, in quanto lavoratori temporanei. 

Lei dice che l’immigrazione è un «rimedio temporaneo» al tracollo demografico. Cosa significa e cosa comporta questo?

Dal 1972 in Italia e in Europa non facciamo figli a sufficienza. È ciò che accade nei Paesi quando iniziano a stare un po’ meglio: smettono di mettere al mondo figli. Lo stiamo vedendo in Cina, in India, ormai anche in Africa, dove i tassi di natalità sono in rapida discesa.

Se non torneremo a mettere al mondo figli e, al tempo stesso, rallenterà l’immigrazione, avremo un impoverimento inesorabile

Andrea Graziosi

Il benessere porta un desiderio di libertà e agiatezza: i figli, al contrario, portano sacrifici e limitazioni. Questo è un fatto.

C’è una sfasatura temporale seria tra i paesi che per primi hanno conosciuto questo miglioramento e quelli che lo conosceranno per ultimi. Questo significa che convivono aree del mondo già colpite da questo fenomeno e altre non ancora colpite, che hanno tanti giovani e quindi tante partenze.

Ma quanto durerà? Quando anche l’Africa subsahariana avrà finito questa transizione, non ci sarà più massa di giovani a disposizione. È una massa enorme, adesso, ma con un tempo di sfruttamento limitato: durerà altri cent’anni, forse anche meno. 

E poi? Cosa immagina che possa succedere?

Se questa massa in movimento si fermerà, diventeremo tutti più poveri di tempo, di libertà, di respiro. Se non torneremo a mettere al mondo figli e, al tempo stesso, rallenterà l’immigrazione, avremo un impoverimento inesorabile. Questa è la mia paura: vorrei che le persone capissero, prima di essere costrette a capire.

Il problema è di percezione: si è fatta strada l’idea che i figli non facciano vivere liberamente. Una percezione che ha basi reali ma che vede solo un aspetto, immediato, della questione. 

Per questo parla di «rivoluzione culturale» necessaria?

Sì. Ci vuole una rivoluzione nella testa delle persone, perché capiscano che avere figli conviene non per i soldi o per la libertà, ma perché avere bambini e poi nipoti è quello che dà senso alla vita. Ma è molto difficile capirlo da giovani.

Gli ottantenni di oggi i figli li hanno, molti cinquantenni invece no, perciò mi chiedo: che faranno? Servono vite giovani per riempire la vita di un anziano. Penso che prima o poi si capirà, ma ci vorrà molto tempo, visto lo sfavore economico e di libertà che la scelta comporta. 

Intanto, immigrazione e ricerca scientifica ci permettono di guadagnare tempo, ma il primo è un rimedio temporaneo e problematico, perché molti “nativi” si sentono minacciati.

Allora servono politiche non solo migratorie, ma anche demografiche? A quale paese possiamo guardare come modello?

Sì, ma non possono essere solo sostegni economici, che certo ci vogliono. La Francia è il paese che per primo ha affrontato il problema delle nascite, centocinquant’anni fa: oggi ha 1,6 figli per donna fertile, ma il numero cala anche lì e si è lontani dal 2,2 necessario.

Una politica davvero giusta non la fa nessuno, in questo momento.  

Lei ha 72 anni: come vive personalmente questo cambiamento?

Il mondo è sempre cambiato velocemente, ma oggi viviamo più a lungo, e quindi abbiamo abbastanza tempo per vedere più cambiamenti nell’arco di una vita.

Quando avevo quindici anni non c’erano immigrati in Italia, è vero. Ma non è paura, non la chiamerei così: un mondo con tanti immigrati è un mondo in cui gli anziani non si riconoscono, si trovano a disagio.

Allora, e sono tanti a votare contro questo mondo nuovo che non è il loro, per un passato che però non può tornare perché gli italiani stessi non lo hanno voluto. Di qui il successo di alcune forze politiche e il rischio che prendano il sopravvento. 

I giovani, che invece in quel mondo si riconoscono e si trovano a proprio agio, nel frattempo sono sempre di meno e sono anche un po’ arrabbiati, perché sentono che il mondo è dei “vecchi”. E hanno ragione. Sentono che staranno peggio dei loro genitori. Oggi un giovane in Italia non è certo che il domani sia suo.

Cosa si dovrebbe fare, concretamente?

Da una parte, copiare un po’ i francesi per incoraggiare le persone a mettere al mondo figli.

Dall’altro, “governare” l’immigrazione attraverso un’agenzia dedicata, prima italiana e poi europea. Questa idea non piace a tutti, so che sarò criticato, ma io credo che una buona politica dell’immigrazione abbia il compito di scegliere di far venire, chi ha più possibilità di integrarsi e di aiutarlo. Ovviamente non parlo di asilo e accoglienza: quello spetta a chi ne ha bisogno e va fatta. Parlo di flussi migratori ordinari. 

L’immigrazione è stata invece trattata come un tema di ordine pubblico e sicurezza, come una “migrazione” appunto, e quindi affidata alla polizia, quando andrebbe gestita da un’agenzia dedicata. 

E quella «rivoluzione culturale» per la natalità, invece, come si dovrebbe fare?

Iniziando a parlarne davvero. Una persona di 55 anni senza figli vivrà altri trent’anni da sola e questo va detto con chiarezza.

I sessantenni di oggi stanno badando ai propri genitori anziani, che i figli li hanno fatti. Non è certo solo un peso: avere un padre e una madre da accudire è, al di là della fatica, una cosa profondamente umana.

Andrea Graziosi

Le famiglie mononucleari, fatte da una persona sola, sono oggi il gruppo più numeroso tra le famiglie italiane. I sessantenni di oggi stanno badando ai propri genitori anziani, che i figli li hanno fatti. Non è certo solo un peso: avere un padre e una madre da accudire è, al di là della fatica, una cosa profondamente umana.

Ma è bello avere attorno anche e sopratutto vita nuova. Dobbiamo iniziare a discutere in modo profondo dei problemi della vita. 

Altrimenti rischiamo di affidare il mondo a partiti e movimenti che oggi si fanno strada, nati dalla paura e dalla difesa di un mondo che sta scomparendo, ma completamente incapaci di come costruirne uno nuovo.

Foto apertura Sam Mann (Unsplash). Foto interna fornita dall’intervistato

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 Chiara Ludovisi

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