«Le Comunità energetiche? Una transizione ecologica che riduce le disuguaglianze»


Non solo un modo per scambiare energia pulita e risparmiare sulla bolletta, ma uno strumento per ridurre le disuguaglianze e creare nuove alleanze tra enti pubblici, cittadini e privati. Le Cer – Comunità energetiche rinnovabili hanno ormai superato la fase di sperimentazione e puntano a diventare un nuovo modello di produzione energetica e di innovazione sociale. Le sfide del futuro riguardano soprattutto la scalabilità dei progetti e la loro replicabilità, in un panorama internazionale che sembra rendere sempre più necessaria l’autonomia energetica. 

In coerenza con il proprio Piano strategico pluriennale e con le Missioni “Proteggere l’ambiente” e “Abitare tra casa e territorio”, la Fondazione Compagnia di San Paolo sostiene lo sviluppo delle Cer dal 2022, attraverso un percorso strutturato che integra risorse economiche, competenze, relazioni e strumenti a supporto degli attori territoriali. In totale, sono 57 le Cer sostenute tra Piemonte e Liguria, per un totale di circa 1.900 utenti, dato in costante crescita. Ne abbiamo parlato con il segretario generale della Fondazione Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi.

Qual è, oggi, il ruolo delle comunità energetiche rinnovabili? Possono andare oltre la dimensione «tecnica» e avere un impatto più ampio sulla società?

In questi anni abbiamo potuto vedere come le Comunità energetiche rinnovabili rappresentino un’importante occasione di lavoro sulle comunità locali. La semplice infrastruttura tecnica, infatti, può creare le condizioni per costruire una nuova infrastruttura sociale. È proprio questo il principale valore aggiunto che riconosciamo alle Cer: la capacità di creare relazioni tra soggetti diversi e di generare effetti positivi che vanno oltre il semplice scambio di energia. Per esempio, a Biella la Cer Oremo Energia Solidale dopo i primi mesi di attività ha destinato ai soggetti gestori della Cascina un contributo di 4.150 euro, pari agli incentivi economici liquidati dallo Stato per l’energia pulita prodotta. Queste risorse verranno utilizzate per calmierare le quote di partecipazione di bambine e bambini con e senza disabilità che prenderanno parte a Oremo Summer, il campo estivo della Cascina Oremo. È una cosa bellissima: la transizione ecologica che diventa uno strumento per ridurre le disuguaglianze sociali. Vogliamo continuare a lavorare in questa direzione, affinché esempi come questo possano essere replicati in altri territori.

Quali sono gli ingredienti per far sì che questo accada?

Ci sono diversi ingredienti che permettono a questi processi di funzionare. Innanzitutto, c’è l’elemento regolatorio, la legge. Spesso si tende a dimenticarlo o a considerarlo un problema, ma è importante ricordare che è un bene che il pubblico indichi una direzione e una strategia. Poi c’è la fattibilità dei progetti. Tra l’ipotesi teorica di realizzare una Comunità energetica rinnovabile e la possibilità di vederne concretamente gli effetti, ad esempio in bolletta, c’è un percorso che richiede di essere costruito con attenzione. Altri ingredienti fondamentali sono le competenze e le capacità necessarie per accompagnare i progetti fino in fondo e trasformarli in risultati concreti. Ma c’è un altro punto fondamentale.

Quale?

L’accompagnamento è un elemento centrale. Si tratta del ruolo svolto da alcuni soggetti che aiutano altri a raggiungere i propri obiettivi, ed è anche il campo di azione della nostra Fondazione. Infine, è fondamentale la creazione di una rete. Quando si parla di comunità energetiche, spesso si pensa automaticamente a due soli nodi, cioè produttore e consumatori. In realtà, invece, in mezzo ci sono vari partner, consulenti, enti filantropici, associazioni: insomma, tutta una rete che dimostra come le Cer contribuiscano a generare capitale relazionale, che potrà poi essere speso in nuove iniziative.

La sfida per il futuro è rendere pochi modelli virtuosi la normalità. Come si vince?

Per uscire dalla “dimensione eroica” è necessario costruire un percorso standardizzato e replicabile. Chi decide di dare vita a una Comunità energetica rinnovabile deve sapere a quale ufficio rivolgersi e trovare interlocutori in grado di rispondere in modo adeguato. Anche se non esiste ancora uno sportello dedicato alle Cer, possiamo dire che gli apripista hanno svolto il loro lavoro e che la fase sperimentale sia ormai quasi conclusa: ora si tratta di consolidare i risultati. Lo dimostrano anche i numeri. Oggi, tra Piemonte e Liguria, sosteniamo 57 Comunità energetiche rinnovabili. Il successo sarà se tra un anno saranno 100. 

Quali sono le linee di intervento di Fondazione Compagnia di San Paolo?

Noi abbiamo pensato fin da subito che il nostro ruolo, come fondazione filantropica, non potesse essere quello di finanziare direttamente la realizzazione di una Cer, perché i costi di investimento sarebbero stati troppo elevati e avrebbero limitato la replicabilità. Sarebbe stato il classico esempio di un progetto pilota, anche interessante ed esemplare, ma destinato a restare isolato. Di conseguenza, il nostro approccio è stato quello dell’accompagnamento: mettere a disposizione competenze per favorire la costruzione di un network a supporto di chi vuole realizzare questo tipo di investimenti.

Quali sono state le vostre principali iniziative?

Abbiamo lavorato su due iniziative. La prima è stata Next generation We, un bando rivolto agli enti pubblici locali che, fin dal 2022, ha avuto l’obiettivo di aumentare le probabilità che anche i piccoli Comuni potessero accedere a risorse come quelle del Pnrr. Quando lo abbiamo avviato, le Cer erano ancora un tema emergente e il bando ha rappresentato uno strumento che ha permesso a molti piccoli Comuni di realizzare studi di fattibilità. Il secondo è stato Sinergie, un bando dedicato al sostegno di progettazioni, sperimentazioni e nuove iniziative locali che ha favorito la nascita di Cer dal basso. La prima edizione, nel 2022, ha sostenuto studi di prefattibilità, mentre la seconda edizione (2024-2025) è stata rivolta a CER già costituite, con l’obiettivo di accompagnarne la fase di start-up e rafforzarne la sostenibilità nel tempo.

Quali sono i colli di bottiglia che avete incontrato in questi anni?

La prima grande criticità è stata il ritardo dei decreti attuativi. Di fatto ci siamo trovati a selezionare alcune Cer quando ancora mancavano i decreti necessari per realizzarle. Quando poi sono stati pubblicati, la difficoltà è stata quella di ottenere il riconoscimento concreto dell’incentivo. Oggi la sfida principale è la scalabilità del modello. Penso soprattutto alle città: dobbiamo capire come coniugare la tutela del patrimonio storico e artistico con il tema della sostenibilità ambientale e quindi della produzione di energia pulita. Da questo punto di vista serve un salto di qualità: occorre che tutti sentano l’urgenza di considerare la produzione di energia pulita una priorità, ovviamente al pari di altre. In futuro, altre sfide saranno quelle legate alla nuova sensoristica e alla capacità di riportare i dati in maniera affidabile ed efficiente.

Il rischio di crisi energetica dovuto alla situazione geopolitica ha ridato slancio al tema dell’indipendenza energetica.

Più le comunità sono autonome, più sono resilienti. In questo modo siamo un po’ meno dipendenti da scenari geopolitici altamente instabili che, tra l’altro, per noi sono di tipo lose-lose, perché riguardano modalità di produzione energetica molto inquinanti, che non controlliamo e che quindi risultano per noi molto costose.

Quali sono gli altri impegni della Fondazione nel campo della sostenibilità ambientale e della transizione ecologica?

Abbiamo una serie di linee strategiche che sono legate alla nostra missione “Proteggere l’ambiente” [le missioni sono gli strumenti operativi e strategici attraverso cui l’ente pianifica, seleziona ed eroga i propri contributi filantropici sul territorio, ndr] e che sono tra loro complementari. Vanno da interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici a quelli di protezione e restauro del capitale naturale. Poi ci sono iniziative che riguardano la comunicazione su queste tematiche e la possibilità di influire sugli stili di vita, sulla cultura, sull’ambiente e sulla biodiversità. Fino all’approccio Circular health, di cui è un esempio il nostro progetto sull’antibiotico-resistenza, cioè l’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale.

Qual è il vostro paradigma in questo ambito?

L’idea che il benessere dell’uomo e della natura vadano visti come un’unica cosa. Ma anche la convinzione che non bisogna rassegnarsi a certi trend globali, come quelli legati ai consumi energetici. Non ci illudiamo che un pannello solare in più possa cambiare il mondo. Crediamo però che ogni modello che si dimostri funzionante debba essere replicato.

In apertura: il segretario generale della Fondazione Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi (CDSP)

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 Francesco Crippa

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