C’è un paradosso che l’Europa fatica ad ammettere: ha bisogno ogni anno di 4-5 milioni di lavoratori stranieri, eppure la politica — soprattutto in campagna elettorale — continua a ripetere che vanno “aiutati a casa loro”. È la tesi di Otto Bitjoka, presidente dell’Unione delle Comunità ed Imprese Africane in Italia (UCAI), che smonta pezzo per pezzo la narrazione sull’immigrazione: gli stranieri non tolgono lavoro agli italiani, ma occupano le funzioni che il mercato ormai paga troppo poco per attirare manodopera locale — dalla sanità all’edilizia, dai trasporti alla ristorazione — mentre l’automazione e l’intelligenza artificiale colpiscono semmai i “quadri” italiani. La sua proposta è la “co-localizzazione”: stesse competenze e stessa formazione tra la sede italiana e quella estera di una stessa azienda, invece della delocalizzazione selvaggia. Ma il problema, insiste Bitjoka, resta tutto politico: un’Europa che non sa decidere cosa fare dei flussi migratori, incapace di far quadrare bisogni macroeconomici, demografia, welfare e cambiamento climatico.
Quindi c’è un paradosso dialettico nel discorso sull’immigrazione?
Sì, un paradosso della miseria. L’Europa ha bisogno, tendenzialmente, tra 4 e 5 milioni di lavoratori stranieri all’anno. È così. Però è la stessa Europa che dice: “devono tornarsene a casa loro”. Prima di tutto devono risolvere questa contraddizione, e non accennano a farlo.
Chiariamola bene, questa storia del bisogno di lavoratori stranieri, perché…
Le funzioni lasciate scoperte dalla forza lavoro europea originaria sono funzioni che il mercato dell’Unione non paga più a sufficienza. Ma non sono nelle funzione manuali: per esempio nella sanità, dove c’è una carenza grave di infermieri e OSS, perché la sanità paga poco e soprattutto non ha più margini per rinforzare gli organici. No, ti dico una cosa: io cammino per strada, vedo le cose. Nell’edilizia sono tutti immigrati, ormai. Il caporalato è arrivato anche a Milano: trovi egiziani nelle piazze che aspettano di essere presi per fare i muratori. I cuochi, uguale. Le pizzerie: ci saranno un paio di napoletani in giro, ma ti garantisco che l’80% è gestito da immigrati, egiziani soprattutto. E poi, ripeto: anche gli OSS sono quasi tutti immigrati ormai. Se vai in ambito sanitario, adesso mancano pure gli infermieri: l’altro giorno ho parlato con il vicerettore dell’Università Cattolica del Camerun per chiedergli di mettermi in contatto con la facoltà di medicina, per fare un accordo ed “esportare” infermieri, perché ne manca ovunque. Sangalli, tramite Confcommercio Veneto, mi aveva chiesto qualcosa come 400-500 camionisti che mancano. E loro dicono “formiamoli, così restano qui a lavorare” — ma secondo me è proprio la manodopera che manca, a monte.
Le due questioni: macroeconomia contro ideologia, e mancanza di competenze
Hai ragione. E manca anche, completamente, la capacità gestionale del sistema — sicuramente in Italia, ma credo in tutta Europa — di occuparsi dei flussi in arrivo. Il problema vero è che c’è una discordanza tra i fattori macroeconomici e le ideologie politiche. La politica, per la campagna elettorale, soprattutto la destra, dice “aiutiamoli a casa loro”. Ma il sistema economico a sostegno del sistema-Paese dice che ne abbiamo bisogno. Questo, i governi, devono sedersi intorno a un tavolo e risolverlo. La seconda questione sono le competenze: devono essere le stesse quando formiamo i migranti di quando formiamo i concittadini europei. L’immigrato va formato con competenze pari a quelle degli italiani: la co-localizzazione invece della delocalizzazione. Le competenze dei dipendenti in Camerun di un’azienda come WeBuild devono essere esattamente identiche a quelle di WeBuild a Milano. Così puoi prendere un lavoratore camerunese e mandarlo qui anche per uno scambio di esperienza, senza doverlo “aggiornare” da zero. Perciò credo che questo problema sia molto più politico che economico. Il sistema economico tiene conto del trade-off tra bassa natalità e bisogno di lavoratori: finché la natalità resta bassa, la copertura della manodopera resta bassa, perché non viene sostituita. E questo colpisce anche il welfare: chi paga le pensioni di chi va in pensione oggi? Gli italiani che lavorano non sono abbastanza per pagarle, perché sono pochi.
Ma intanto c’è l’AI che taglia posti di lavoro… La chiamano “quarta rivoluzione industriale”
Chiamala automazione o come vuoi, di fatto colpisce il quadro medio italiano: sono quelle funzioni lì dove gli immigrati sono pochissimo coinvolti. Tendenzialmente gli immigrati lavorano in settori dove il prodotto ha alta intensità di manodopera, non alta intensità tecnologica. L’alta intensità tecnologica riguarda tendenzialmente i quadri italiani, che poi sono massacrati dalla quarta rivoluzione industriale e dall’intelligenza artificiale. Restano quindi due tipi di prodotto sul nostro mercato: quello ad alto contenuto di manodopera e quello ad alto contenuto tecnologico. Bisogna differenziare anche da lì, nelle nostre analisi.
La gestione concreta dei flussi, e il caso Ceuta: che ne pensa? E come si immagina, in concreto, un’organizzazione dei flussi? Perché il caso di Ceuta insegna che quando le dimensioni del fenomeno sono enormi, e le fai calare in una rete di sistemi che non regge…il sistema crolla
Il sistema qui è già in ginocchio. Il problema è che le soluzioni ci sono, ma bisogna che la politica europea sia d’accordo con se stessa — che dia un senso a ciò che oggi non ha senso. Perché se non vogliamo dare senso all’esistenza degli altri, quando quel senso non facilita la loro esistenza, il problema resta. Lo dico da tempo e lo ripeto: in futuro saranno i giovani europei a emigrare in Asia.
Nonostante la crisi climatica?
I vostri problemi non devono diventare i nostri. Fa caldo in Camerun, fa caldo qui: noi però ci adattiamo a quel caldo. Diventa un problema quando chi inquina viene a comprarsi “polmoni vergini” da noi, così può continuare a inquinare — ma inquinando rovina il clima per tutti. In generale c’è un grave deficit di pensiero. Manca gente capace di vedere, manca la capacità di elaborazione teorico-culturale, manca la capacità di guardare più in là, di lavorare su nuovi paradigmi.
L’articolo “L’Europa impari a gestire i migranti, li includa nel modo giusto, e si salvi” proviene da Economy Magazine.
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Sergio Luciano
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